H.P. Lovecraft – Il boia elettrico (the electrical executioner)

Per essere un individuo che non ha mai affrontato la prospettiva di una condanna a morte, provo uno strano orrore per la sedia elettrica, al solo sentirne parlare.

Penso che mi faccia tremare addirittura più di un uomo realmente processato e condannato per un delitto capitale.

La ragione è che mi ricorda un episodio di quarant’anni or sono, un episodio molto bizzarro che mi portò sull’orlo del tenebroso abisso dell’ignoto.

Nel 1889 facevo l’investigatore per conto della Tlaxcala Mining Company di San Francisco, proprietaria di molte piccole miniere d’argento e di rame sui monti di San Mateo, nel Messico.

C’erano stati guai alla miniera n.

3, diretta da un vicesovrintendente tetro e furtivo che si chiamava Arthur Feldon.

E il 6 agosto la società ricevette un telegramma: Feldon era sparito portando con sé tutti i documenti, le polizze assicurative, le carte private, e lasciando una situazione amministrativa e finanziaria spaventosa.

Per la società era un brutto colpo e, verso sera, il presidente McComb mi chiamò nel suo ufficio per ordinarmi di recuperare a qualunque costo i documenti.

Sapevo che c’erano gravi difficoltà.

Non avevo mai visto Feldon, e potevo contare soltanto su alcune fotografie non molto chiare.

Per di più, il mio matrimonio era fissato per il giovedì della settimana seguente: mancavano nove giorni soltanto, e quindi non ci tenevo affatto a venir spedito in Messico per una caccia all’uomo che poteva protrarsi chissà quanto.

Tuttavia la situazione era così grave che McComb mi chiese di partire immediatamente e, da parte mia, pensai che una pronta acquiescenza avrebbe contribuito a migliorare la mia posizione nei confronti della società.

Dovevo partire quella notte con il vagone privato del presidente; arrivato a Città del Messico, dovevo prendere la ferrovia a scartamento ridotto che portava alle miniere.

Jackson, sovrintendente della n.

3, mi avrebbe fornito tutti i particolari e tutte le indicazioni utili; poi avrei incominciato le ricerche, tra le montagne, fino alla costa o per i vicoli di Città del Messico, a seconda del caso.

Partii, rabbiosamente deciso a sbrigare la faccenda, e con successo, al più presto possibile, e placai il mio malcontento con immagini di un rapido ritorno con documenti e colpevole, e di un matrimonio che sarebbe stato quasi una cerimonia trionfale.

Dopo aver avvertito i familiari, la fidanzata e gli amici più cari, ed avere fatto i preparativi per il viaggio, m’incontrai con il presidente McComb alle otto di sera alla stazione della Southern  Pacific.

Ricevetti dalle sue mani alcune istruzioni scritte ed un libretto di assegni, e partii con la sua carrozza, agganciata al treno transcontinentale alle otto e quindici, diretto all’Est.

Il viaggio pareva destinato ad essere tranquillo e, dopo una buona notte di sonno, guazzai negli agi del vagone privato assegnatomi  così opportunamente; lessi con cura le istruzioni, e feci piani per catturare Feldon e recuperare i documenti.

Conoscevo molto bene la zona di Tlaxcala, forse meglio del colpevole, e quindi avevo un certo vantaggio su di lui, a meno che fosse già partito per ferrovia.

Secondo le istruzioni, Feldon aveva già dato da qualche tempo motivo di preoccupazione al sovrintendente Jackson: si comportava in modo furtivo, e lavorava inspiegabilmente nel laboratorio della Compagnia fino ad ore impossibili.

Si sospettava che fosse immischiato, insieme ad un caposquadra messicano e a parecchi peones, in alcuni furti di minerale; ma, sebbene gli indigeni fossero stati licenziati, non c’erano state prove sufficienti per giustificare misure a carico dell’astuto  finanziere.

Anzi, nonostante il suo fare furtivo, nel comportamento di quell’uomo c’era più una sfida che un’aria di colpevolezza.

Si dava molte arie e parlava come se fosse stata la società a imbrogliare lui anziché il contrario.

L’ovvia sorveglianza dei colleghi, scriveva Jackson, pareva irritarlo sempre di più; e adesso se n’era andato, portandosi via tutto ciò che vi era di importante nell’ufficio.

Era impossibile immaginare dove fosse finito; tuttavia, l’ultimo telegramma di Jackson indicava le pendici selvagge della Sierra de Malinche, l’alta vetta leggendaria dal profilo di cadavere, dai cui dintorni, si diceva, provenivano gli indigeni sospettati dei furti.

A El Paso, dove arrivammo alle due del mattino seguente, la mia carrozza privata fu staccata dal treno transcontinentale e agganciata ad una locomotiva ordinata espressamente per telegrafo che doveva portarmi a Città del Messico.

Continuai a sonnecchiare fino all’alba, e il giorno seguente mi annoiai a guardare il panorama piatto e deserto del Chihuaua.

I macchinisti mi avevano detto che saremmo arrivati a Città del Messico venerdì a mezzogiorno, ma ben presto mi accorsi che perdevano ore preziose in continui ritardi.

C’erano le lunghe attese sui binari secondari, lungo la strada ferrata a binario unico e, di tanto in tanto, un surriscaldamento dei freni o qualche altra difficoltà causava nuove complicazioni.

Arrivammo a Torreon con un ritardo di sei ore, ed erano quasi le otto della sera di venerdì quando, con dodici ore esatte di ritardo, il macchinista acconsentì ad accelerare un po’ per riguadagnare in parte il tempo perduto.

Avevo i nervi tesi, e non potevo fare altro che camminare avanti e indietro, esasperato.

Mi accorsi ben presto che l’accelerazione era stata pagata a caro prezzo perché, nel giro di mezz’ora, nella mia carrozza s’era sviluppato un principio d’incendio; dopo una attesa insopportabile, gli uomini mi dissero che bisognava arrivare, a velocità ridotta a un quarto, alla prima stazione dotata di officina per rimettere in ordine le sospensioni: la città industriale di Queretaro.

Era l’ultima goccia, e poco mancò che pestassi i piedi come un bambino.

Talvolta mi sorprendevo addirittura a premere il braccio del sedile, come se cercassi di spingere il treno ad un’andatura un po’ meno simile a quella d’una lumaca.

Erano quasi le dieci di sera quando arrivammo a Queretaro, e passai un’ora di nervosismo sul marciapiedi della stazione, mentre la mia carrozza veniva dirottata su un binario morto e affidata alle cure di una dozzina di meccanici del luogo.

Alla fine mi dissero che era un lavoro troppo difficile, perché il carrello anteriore aveva bisogno di pezzi nuovi, reperibili solo a Città del Messico.

Tutto pareva congiurare contro di me, e digrignai i denti quando pensai che Feldon continuava ad allontanarsi, e forse era già al sicuro a Vera Cruz, con il suo porto, o a Città del Messico, con tutte le sue linee ferroviarie, mentre io ero lì bloccato e impotente.

Jackson, naturalmente, aveva avvertito le polizie di tutte le città vicine, ma io conoscevo anche troppo bene la loro scarsa efficienza.

Venni a sapere ben presto che la cosa migliore era prendere l’Espresso della notte per Città del Messico, che partiva da Aguas Calientes e faceva a Queretaro una sosta di cinque minuti.

Sarebbe passato all’una di notte, ammesso che fosse in orario, e sarebbe giunto a Città del Messico alle cinque di sabato mattina.

Quando feci il biglietto, seppi che il convoglio era formato da carrozze europee a scompartimenti, anziché dai lunghi vagoni americani, con le file di sedili a due posti.

Erano state molto usate nei primi tempi perché alla costruzione di quelle linee ferroviarie avevano partecipato società europee e, nel 1889, la Mexican Central ne usava ancora un buon numero sui percorsi più brevi.

Di solito preferisco le carrozze americane, perché odio  vedermi la gente seduta di fronte: ma una volta tanto fui soddisfatto che ci fossero quei vagoni stranieri.

A quell’ora di notte avevo buone possibilità di trovare un intero scompartimento tutto per me, ed ero così stanco e innervosito che mi faceva piacere l’idea di stare solo sul sedile comodamente imbottito, con braccioli e poggiatesta, largo quanto l’ampiezza della vettura.

Acquistai un biglietto di prima classe, mi feci consegnare la valigia che era rimasta sulla carrozza privata instradata sul  binario morto, telegrafai al presidente McComb e a Jackson quello che era capitato, e mi sedetti nella stazione, aspettando l’Espresso della notte con tutta la pazienza permessa dai miei nervi tesi.

Miracolosamente, il treno aveva solo mezz’ora di ritardo: ma l’attesa solitaria nella stazione aveva quasi esaurito la mia sopportazione.

Il controllore mi fece accomodare in uno scompartimento; pensava che il ritardo sarebbe stato recuperato e che saremmo arrivati in orario alla capitale.

Mi sdraiai comodamente sul sedile nel senso di marcia, pregustando tre ore e mezzo di corsa tranquilla.

La lampada a petrolio irradiava una luce fioca, e mi chiesi se avrei potuto dormire un po’, nonostante l’ansia e la tensione nervosa.

Mentre il treno si metteva in moto, ero solo, e ben felice di esserlo.

Cominciai a pensare al compito che mi attendeva, dondolando il capo al ritmo sempre più celere del convoglio.

Poi, all’improvviso, mi accorsi che non ero affatto solo.

Nell’angolo, diagonalmente di fronte a me, rannicchiato così che il suo volto era invisibile, stava seduto un uomo rozzamente vestito, di taglia insolita, che prima non avevo scorto nella luce fioca.

Accanto a lui, sul sedile, c’era un’enorme valigia gonfia e malconcia, che teneva stretta anche nel sonno con una mano incongruamente snella.

Quando la locomotiva fischiò, ad una curva o a un incrocio, l’uomo sussultò nervosamente, ridestandosi a mezzo, guardingo.

Alzò la testa ed io scorsi un bel volto, barbuto e molto anglosassone, dagli occhi scuri e lustri.

Quando mi scorse, si destò completamente, e mi stupii dell’ostilità rabbiosa del suo sguardo.

Senza dubbio, pensai, era irritato  della mia presenza perché aveva sperato di fare il viaggio tutto solo nello scompartimento, proprio come io ero deluso di aver scoperto un estraneo nella carrozza male illuminata.

Non potevamo far altro, comunque, che accettare con buona grazia la situazione: perciò cominciai scusandomi per il disturbo.

Mi sembrava americano, e ci saremmo trovati più a nostro agio, dopo esserci scambiati qualche parola cortese; poi avremmo potuto ignorarci a vicenda per il resto del viaggio.

Con mia grande sorpresa, lo sconosciuto non rispose neppure con una parola alle mie scuse.

Continuò a fissarmi irritato, quasi squadrandomi, e rifiutò bruscamente il sigaro offertogli da me, con un nervoso movimento laterale della mano libera.

La mano stringeva ancora la grande valigia logora, e tutto il suo essere pareva nascondere un’oscura malignità.

Dopo un po’, girò di colpo il viso verso il finestrino, benché non vi fosse nulla da vedere, in quelle tenebre.

Stranamente, sembrava guardare qualcosa con grande attenzione.

Decisi di lasciarlo alle sue bizzarre meditazioni senza infastidirlo più; mi sistemai sul sedile, mi abbassai sul volto l’ala del cappello floscio, e chiusi gli occhi nel tentativo di fare il sonnellino sul quale avevo quasi fatto conto.

Non potevo aver dormito a lungo né profondamente, quando i miei occhi si spalancarono, come reagendo ad una forza esterna.

Li richiusi, deciso, e cercai di riaddormentarmi ma senza riuscirvi.

Un’influenza intangibile pareva intenzionata a tenermi sveglio: alzai la testa e mi guardai intorno nello scompartimento semibuio, per scoprire se qualcosa non andava.

Tutto sembrava normale, e notai che lo sconosciuto mi guardava  intento.

.

, ma senza la cordialità che avrebbe potuto indicare, da parte sua, un atteggiamento nuovo rispetto all’ostilità precedente.

Questa volta non cercai di attaccare discorso, e mi riassestai nella stessa posizione: socchiusi gli occhi, come se mi fossi appisolato di nuovo; però, continuai a osservarlo incuriosito di sotto l’ala abbassata del cappello.

Mentre il treno avanzava sferragliando nella notte, notai una sottile, graduale metamorfosi compiersi nell’espressione dell’uomo.

Evidentemente convinto che dormissi, lasciò che il suo volto riflettesse un bizzarro miscuglio di emozioni, la cui natura era tutt’altro che rassicurante.

Odio, paura, trionfo e fanatismo, balenavano compositi sulla sua bocca e agli angoli degli occhi, mentre lo sguardo diveniva allarmante, pieno di avidità e di ferocia.

All’improvviso, mi colpì la certezza che quell’individuo doveva essere un pazzo pericoloso.

Non posso negare di essermi spaventato profondamente, quando mi resi conto della situazione.

Cominciai a sudare, e faticai parecchio a mantenere l’atteggiamento rilassato del dormiente.

La vita, allora, era piena di promesse, e il pensiero di affrontare un maniaco omicida, probabilmente armato e sicuramente molto forte, mi sbigottiva e mi atterriva.

Sarei stato svantaggiato in una lotta, perché quell’uomo era un gigante e in perfetta forma atletica, mentre io sono stato sempre piuttosto fragile, e per giunta, in quel momento, ero quasi sfinito dall’ansia, dalla tensione nervosa e dalla mancanza di sonno.

Fu un gran brutto momento, e mi sentii vicinissimo a una morte orribile quando riconobbi negli occhi dello sconosciuto la furia della pazzia.

Gli eventi del passato affiorarono nella mia coscienza in un ultimo addio… come si dice che un uomo in procinto di annegare riveda in un attimo tutta la propria vita.

Certo, avevo la pistola nella tasca della giacca, ma qualunque movimento per estrarla sarebbe stato troppo evidente.

Inoltre, se l’avessi impugnata, non potevo sapere quale effetto avrebbe avuto sul maniaco.

Persino se gli avessi sparato un paio di volte, avrebbe potuto avere la forza sufficiente per strapparmi l’arma e per finirmi; e, se anche lui era armato, poteva spararmi o pugnalarmi senza cercare di prendermi la pistola.

è possibile intimorire un uomo sano di mente minacciandolo con un arma da fuoco; ma la totale indifferenza del pazzo verso ogni conseguenza gli conferisce una forza ed una pericolosità sovrumane.

Anche in quei tempi pre-freudiani mi rendevo conto della terribile potenza di una persona del tutto disinibita.

Gli occhi ardenti e i convulsi muscoli facciali dello sconosciuto non mi permisero di dubitare, neppure per un istante, che si stesse accingendo ad un’azione delittuosa.

All’improvviso sentii che incominciava a respirare con ansiti eccitati, vidi il suo petto alzarsi ed abbassarsi in un’agitazione crescente.

Stava per arrivare il momento della prova di forza, ed io cercai, disperato, di pensare cosa si poteva fare.

Senza smettere di fingermi addormentato, cominciai a far scivolare la destra, a poco a poco, insensibilmente, verso la tasca dove stava la pistola; e intanto osservavo attento il pazzo, per vedere se se ne sarebbe accorto.

Purtroppo se ne accorse, quasi prima che la sua espressione lo dimostrasse.

Con un balzo agile e rapido, quasi incredibile in un uomo della sua mole, mi fu addosso senza che me ne rendessi  conto: si levò torreggiante, dondolando come un leggendario orco gigantesco e m’inchiodò con una mano possente, mentre con l’altra mi impediva di prendere la pistola.

Me la tolse dalla tasca e l’infilò nella sua, e poi mi lasciò andare con aria di disprezzo, poiché sapeva benissimo che ero alla mercé della sua forza fisica superiore.

Poi si raddrizzò in tutta la sua altezza, sfiorando quasi con la testa il tetto del vagone, e mi fissò con occhi in cui la furia s’era rapidamente mutata in un’espressione di sprezzante commiserazione e di calcolo vampiresco.

Io non mi mossi e, dopo un momento, l’uomo tornò a sedersi di fronte a me; sorrideva di un sorriso orrendo, mentre apriva la grossa valigia gonfia e ne estraeva un oggetto ben bizzarro, una gabbia piuttosto grande di rete metallica semiflessibile, intessuta  un po’ come la maschera di un catcher  di baseball, ma dalla forma più simile ad una casco da palombaro.

Nella parte superiore era fissata una corda, che andava a finire dentro la valigia.

Maneggiò l’oggetto con evidente affetto, cullandolo sulle ginocchia mentre tornava a fissarmi, leccandosi le labbra con un movimento quasi felino della lingua.

Poi, per la prima volta, parlò, con una voce profonda e dolce, da persona colta, che contrastava in modo sorprendente con il rozzo abito di velluto a coste e l’aspetto disordinato.

“è fortunato, signore.

Userò lei per primo.

Passerà alla storia come il primo risultato di un’invenzione straordinaria.

Immense conseguenze sociologiche… farò risplendere la mia luce.

Io  risplendo sempre, ma nessuno lo sa.

Ma ora lei lo saprà.

Una cavia intelligente.

Gatti e burros… ha funzionato persino con un burro  ” S’interruppe, ed il volto barbuto si mosse convulsamente, in sincronia con una vigorosa scrollata di capo.

Pareva che si stesse liberando da una nebulosità che l’ostacolava, e infatti il gesto fu seguito da uno schiarirsi della sua espressione, che nascondeva la scoperta follia in un’aria di soave compostezza, da cui traspariva solo vagamente l’astuzia.

Notai subito la differenza, e provai a dire qualcosa, per scoprire se mi era possibile orientare la sua mente verso argomenti meno pericolosi.

“Mi sembra che lei possieda uno strumento, se posso permettermi  di esprimere un giudizio.

Non vuol dirmi come ha fatto ad inventarlo?” Il pazzo annuì.

“Semplice riflessione logica, caro signore.

Ho studiato le esigenze  dei nostri tempi ed ho agito di conseguenza.

Avrebbero potuto farlo anche altri, se avessero avuto una mente possente come la mia… cioè capace di concentrazione continuata.

Io avevo la convinzione… la forza di volontà… ecco tutto.

Avevo capito, come nessuno ha ancora compreso, che è indispensabile eliminare tutti, sulla Terra, prima che ritorni Quetzalcoatl, e mi ero reso conto che bisognava farlo con eleganza.

Odio il sangue, e l’impiccagione è rozza e barbara.

Lei sa che l’anno scorso la legislatura di New York ha deciso di adottare l’elettricità per eseguire le condanne a morte… ma l’apparecchio prescelto è primitivo come il Rocket (4) di Stephenson o il primo motore elettrico di Davenport.

Io conoscevo un sistema migliore, e l’ho detto, ma quelli non mi hanno dato ascolto.

Dio, che sciocchi! Come se io non conoscessi tutto ciò che c’è da sapere sugli uomini, la morte e l’elettricità.

.

, da studente, uomo e ragazzo… tecnologo e ingegnere… soldato di ventura…” Si appoggiò alla spalliera e socchiuse gli occhi.

“Ero nell’esercito di Massimiliano (5), venti e più anni fa.

Mi avrebbero fatto nobile.

Poi quei maledetti messicani lo uccisero, e io dovetti rientrare in patria.

Ma ritornai indietro… avanti e indietro, avanti e indietro.

Abito a Rochester, nello Stato di New York…” L’espressione dei suoi occhi divenne profondamente astuta; si sporse e mi toccò il ginocchio con le dita della mano paradossalmente delicata.

“Sono tornato, ho detto, e sono andato più a fondo di tutti gli altri.

Odio i messicani falsi, ma amo i messicani veri! Le sembra un indovinello? Mi stia a sentire, giovanotto: non penserà che il Messico sia davvero spagnolo, vero? Dio, se conoscesse tutte le tribù che io conosco! Tra le montagne… le montagne… Anuahuac…  Tenochtilian… quelle antiche…” La sua voce divenne un ululato cantilenante, non privo di armonia.

“I„! Huitzilopochtli!… Nahuatlacatl! Sette, sette, sette, Xochimilca, Chalca, Tepaneca, Acolhua, Tlahuica, Tlascaltexa, Azteca!… I„! I„! Sono stato alle Sette Grotte di Chicomoztoc, ma nessuno lo saprà mai! Lo dico a lei perché non potrà ripeterlo… S’interruppe e riprese in tono discorsivo.

“Si stupirebbe se sapesse le cose che si dicono tra le montagne.

Huitzilopochtli sta per tornare.

.

, su questo non può esservi dubbio.

Qualunque peone a sud di Città del Messico può confermarglielo.

Ma io non intendevo far niente al riguardo.

Come le ho detto, sono tornato spesso in patria, e volevo beneficare la società con il mio boia elettrico, quando quel maledetto parlamento di Albany ha adottato l’altro metodo.

Uno scherzo, signore, uno scherzo! La poltrona del nonno… si sieda accanto al caminetto… Hawthorne…” L’uomo stava ridacchiando, in una morbosa parodia di buonumore.

“Oh, signore, mi piacerebbe essere il primo a sedermi su quella maledetta sedia e sentire la loro piccola corrente alternata! Non basterebbe a far muovere la zampa di una rana! E pretendono di uccidere gli assassini, con quella… ricompensa al merito… tutto! Ma poi, giovanotto, ho capito che era inutile, anzi illogico, ammazzare soltanto poche persone.

Tutti sono assassini… uccidono le idee, rubano le invenzioni… hanno  rubato la mia spiando, spiando, spiando…” S’interruppe, semisoffocato, ed io parlai in tono blando.

“Sono certo che la sua invenzione è assai migliore, e probabilmente finiranno per adottarla…” Evidentemente non avevo abbastanza tatto, perché l’uomo reagì  con rinnovata eccitazione.

“è certo, eh? Che bella sicurezza, mite e conservatrice! Non gliene importa niente… ma presto saprà! Maledizione, tutto il bene che potrà derivare da quella sedia elettrica sarà merito mio.

Lo spettro di Nezahualpilli me lo ha detto sulla Montagna Sacra.

Loro spiavano, spiavano e spiavano…” S’interruppe di nuovo, poi fece un altro di quei gesti con cui pareva scuotere, insieme con la testa, l’espressione facciale, e che sembravano restituirgli una specie di lucidità.

“La mia invenzione ha bisogno di un collaudo.

Eccolo qui.

Il cappuccio di rete è flessibile, e s’infila facilmente.

Il collare stringe, ma non soffoca.

Gli elettrodi toccano la fronte e la base del cervelletto… quanto è necessario.

Quegli sciocchi di Albany, con la loro poltrona di quercia, credono di avere inventato uno strumento che funziona dalla testa ai piedi.

Idioti! Non sanno che non è necessario riempire di pallottole il corpo di un uomo, dopo avergli sparato al cervello? Ho visto molti morire in battaglia… lo so.

E poi, quel loro stupido circuito ad alta potenza… le dinamo… tutto quanto.

Perché non hanno capito che cos’ho fatto io con l’accumulatore? Non mi hanno ascoltato… nessuno sa… solamente io conosco il segreto… Io e loro, se decidessi di rivelarglielo… Ma devo avere dei soggetti per gli esperimenti… esperimenti.

.

, sa chi ho scelto per primo?” Tentai un tono scherzoso, passando poi ad una serietà amichevole,  per calmarlo.

La rapidità del pensiero e la potenza delle parole potevano ancora salvarmi.

“Ecco, ci sono moltissimi soggetti adatti tra i politicanti di San Francisco, da dove vengo io! Hanno bisogno del suo trattamento, e mi piacerebbe contribuire a introdurlo.

Ma, per la verità, penso di poterla aiutare davvero.

Ho una certa influenza a Sacramento, e se lei ritornerà con me negli Stati Uniti, quando avrò finito il mio lavoro qui nel Messico, le procurerò un’udienza.

” Mi rispose in tono sobrio e civile.

“No… non posso tornare.

Ho giurato di non farlo quando quei criminali di Albany hanno respinto la mia invenzione e hanno mandato delle spie a sorvegliarmi per rubarmela.

Ma ho bisogno di soggetti americani.

I messicani sono maledetti, e sarebbe troppo facile; e gli indios purosangue, i veri figli del Serpente Piumato… sono sacri e inviolabili, se non come vittime sacrificali… e anche in tal caso devono essere uccisi secondo il rito.

Ho bisogno di procurarmi degli americani senza tornare in patria… e per il primo uomo che sceglierò sarà un grande onore.

E sa chi è?” Temporeggiai, disperatamente.

“Oh, se tutta la difficoltà è questa, le troverò una dozzina di esemplari yankee (6) di prim’ordine non appena arriveremo a Città del Messico! So che ci sono molti minatori, la cui assenza non verrà notata per parecchi giorni…” Ma il pazzo m’interruppe con una nuova aria di autorità che aveva una sfumatura di autentica dignità.

“Basta così… abbiamo scherzato abbastanza.

Si alzi, da vero uomo.

Il soggetto che ho scelto è lei, e nell’altro mondo mi ringrazierà per l’onore, come la vittima sacrificale ringrazia il sacerdote che le conferisca la gloria eterna.

Un principio nuovo… nessun altro al mondo ha mai sognato una simile batteria, e forse non verrà mai più scoperta, neanche se si facessero esperimenti per mille anni.

Sa che gli atomi non sono quel che sembrano? Sciocchi! Fra un secolo, qualche idiota lo intuirebbe,  se lasciassi viva l’umanità!” Mentre mi alzavo al suo comando, l’uomo estrasse altra corda dalla valigia e si pose ritto accanto a me, tendendomi con entrambe le mani il casco di rete metallica.

Sul volto abbronzato e barbuto aveva un’espressione esaltata: per un attimo sembrò un radioso mistagogo o un gerofante ellenico.

“Ecco, o Giovinezza… una libagione! Vino del Cosmo… nettare  degli spazi stellati… Lino… Iacco… Ialemo… Zagreo… Dionisio… Ati… Ila (7)… nato da Apollo e ucciso dai cani di Argo… seme di Psamate… figlio del Sole … Evoé! Evoé!” (8) Aveva ripreso a cantilenare, e stavolta la sua mente pareva perduta tra i ricordi classici degli studi universitari.

Notai che la maniglia del segnale dell’allarme era vicina a me, e pensai che forse avrei potuto raggiungerla, con un gesto che simulasse una risposta ai suoi atteggiamenti cerimoniali.

Valeva la pena di tentare, e quindi, con un grido antifonale di “Evoé!”, tesi le braccia avanti e verso l’alto, come in un rito, nella speranza di poter dare uno strattone alla maniglia prima che lui se ne accorgesse.

Ma capi al volo, e portò una mano verso la tasca destra, dove aveva riposto la mia pistola.

Non ci fu bisogno di parole, e per un attimo restammo immobili come statue.

Poi lui disse tranquillo: “Si sbrighi!”.

La mia mente si dibatté ancora frenetica, alla ricerca di una via di scampo.

Sapevo che nei treni messicani gli sportelli non sono bloccati; ma l’uomo poteva facilmente trattenermi, se avessi cercato di aprirne uno e di saltare giù.

E poi, la velocità era così forte che il successo sarebbe stato probabilmente fatale quanto il fallimento.

Potevo solamente cercare di guadagnare tempo.

Parte delle tre ore e mezzo era già passata e, una volta arrivati a Città del Messico, le guardie ed i poliziotti della stazione mi avrebbero messo al sicuro.

C’erano due modi diplomatici per perdere tempo, pensai.

Se fossi riuscito a indurlo a rinviare il momento di infilarmi in testa il cappuccio, avrei acquistato momenti preziosi.

Naturalmente non credevo che l’apparecchio fosse pericoloso, ma conoscevo abbastanza i pazzi per sapere che cosa sarebbe successo quando non avrebbe funzionato.

Alla delusione si sarebbe aggiunta la folle convinzione che io fossi responsabile dell’insuccesso, e ciò lo avrebbe indotto a liquidarmi in qualche altro modo.

Mi chiesi fino a che punto poteva arrivare la sua credulità, e se potevo preparare in anticipo una profezia di fallimento che, realizzandosi, mi facesse apparire come un veggente o un iniziato, o forse addirittura come un Dio.

Avevo un’infarinatura di mitologia messicana, quanto bastava per consentirmi di provare; comunque, avrei tentato prima con altri sistemi per acquistare tempo, e poi avrei pronunciato la profezia come una rivelazione improvvisa.

Mi avrebbe risparmiato, se fossi riuscito a convincerlo che ero un profeta o una divinità? Potevo “passare” per Quetzalcoatl o Huitzilopochtli? Avrei fatto qualunque cosa per tirare avanti fino alle cinque del mattino, quando saremmo arrivati a Città del Messico.

Ma la mia prima mossa fu la vecchia astuzia del testamento.

Mentre il pazzo mi ripeteva di affrettarmi, gli parlai della mia famiglia e dell’imminente matrimonio, e chiesi di scrivere un messaggio, per disporre del mio denaro e della mia roba.

Se mi avesse dato un po’ di carta e avesse promesso di spedire quello che avrei scritto, sarei morto più sereno.

Dopo una breve riflessione acconsentì, e pescò nella valigia un blocco per note: me lo porse solennemente ed io tornai a sedermi.

Tirai fuori una matita e ne spezzai apposta la punta quando incominciai a scrivere, causando un ulteriore ritardo mentre il pazzo ne cercava un’altra.

Quando mi diede la sua, prese la mia e le fece la punta con un grosso coltello dal manico di corno che teneva infilato nella cintura sotto la giacca.

Evidentemente, se avessi spezzato una seconda volta la punta, non avrei guadagnato più molto tempo.

Oggi ricordo ben poco di ciò che scrissi.

Si trattava di frasi quasi tutte prive di senso, un guazzabuglio di brani letterari imparati a memoria, quando non riuscivo a trovare qualcos’altro da dire.

Resi la mia grafia incomprensibile, per quanto potevo, senza per questo distruggerne il carattere di scrittura: infatti sapevo che probabilmente il pazzo avrebbe dato un’occhiata, prima di incominciare l’esperimento, e avrebbe reagito in modo molto sgradevole se si fosse accorto che l’avevo preso in giro.

Fu una prova terribile, e ad ogni istante imprecavo contro la lentezza del treno.

Spesso, in passato, avevo fischiettato un vivace gallop al ritmo scattante delle ruote sui binari: ma adesso il tempo mi sembrava rallentato in una marcia funebre… la mia marcia funebre, pensai avvilito.

La mia astuzia andò bene fino a quando ebbi coperto più di quattro pagine di quindici centimetri per venti; ma, alla fine, il pazzo tirò fuori l’orologio e mi annunciò che mi concedeva soltanto altri cinque minuti.

Cosa potevo fare, dopo? Mentre mi affrettavo a terminare il testamento, mi venne una nuova idea.

Conclusi con uno svolazzo e gli consegnai i fogli; l’uomo li infilò senza guardarli nella tasca sinistra della giacca.

Allora gli rammentai i miei influenti amici di Sacramento, che si sarebbero interessati moltissimo alla sua invenzione.

“Non sarebbe opportuno che le dessi una lettera di presentazione?”, feci.

“Potrei fare un disegno firmato, con una descrizione completa del suo boia, così sarebbero lieti di ascoltarla.

Possono renderla famoso, sa… e senza il minimo dubbio adotteranno il suo metodo per lo Stato della California, se ne verranno informati da uno come me, perché mi conoscono e mi stimano.

” Tentai quel metodo nella speranza che il suo orgoglio d’inventore frustrato gli facesse dimenticare per un po’ gli aspetti aztechi e religiosi della sua mania.

E, quando avesse ricominciato a insistere su quel filone, decisi, me ne sarei venuto fuori con la “rivelazione” e la “profezia”.

Il piano funzionò, perché gli occhi gli brillarono in un pronto consenso, anche se mi disse bruscamente di fare in fretta.

Frugò ancora nella valigia, tirò fuori una bizzarra congerie di pile di vetro e di avvolgimenti, alla quale era fissato il filo collegato al casco, e si lanciò in un fuoco di fila di spiegazioni troppo tecniche perché potessi seguirle, e che tuttavia parevano plausibili e sensate.

Finsi di trascrivere tutto ciò che mi andava dicendo, e intanto mi chiedevo se quello strano aggeggio era davvero una batteria.

Avrei avvertito una lieve scossa, quando lui avrebbe attivato l’apparecchio? Certo, quell’uomo parlava come un elettricista esperto.

Era chiaro che provava gusto a descrivere la sua invenzione, e mi accorsi che era un po’ meno impaziente di prima.

Il grigiore dell’alba divenne di un rosso brillante, oltre il finestrino, prima che il pazzo avesse finito, e mi resi conto, finalmente, che la speranza di salvarmi era divenuta davvero concreta.

Ma anche l’uomo vide l’alba, e ricominciò a lanciare occhiate furiose.

Sapeva che il treno sarebbe arrivato alle cinque a Città del Messico, e si sarebbe affrettato ad agire, se io non fossi riuscito ad allettarlo con qualche idea nuova.

Mentre si alzava con fare deciso, sistemando la batteria sul sedile accanto alla valigia aperta, gli ricordai che non avevo ancora fatto il disegno, e lo pregai di tenere il casco, in modo che potessi raffigurarlo vicino alla batteria.

Si convinse e tornò a sedere, ammonendomi più volte di affrettarmi.

Dopo un po’, m’interruppi per chiedergli altre spiegazioni; volevo sapere come veniva sistemata la vittima per l’esecuzione, e come si poteva impedire che si divincolasse.

“Ma”, rispose l’uomo, “il criminale è legato a un palo.

Non importa che agiti la testa, perché il casco è aderente e lo diventa ancora di più quando arriva la corrente.

Noi giriamo l’interruttore  poco a poco… ecco qui, è regolato per mezzo di un reostato.

” Mi venne in mente una nuova possibilità di guadagnare tempo, mentre i campi arati e le case sempre più frequenti, nella campagna illuminata dall’alba, annunciavano che ci stavamo finalmente avvicinando alla capitale.

“Però”, dissi, “devo disegnare il casco anche su una testa umana, non solo accanto alla batteria.

Non può infilarlo un momento, in modo che possa fare uno schizzo dal vero? Anche i giornali, come i funzionari, ci terranno molto: vogliono sempre la massima precisione.

” Per puro caso, avevo fatto un colpo migliore di quanto sperassi, perché, al sentir parlare dei giornali, gli occhi del pazzo ripresero a brillare.

“I giornali? Sicuro… accidenti a loro! Lei può farmi ascoltare anche dai giornalisti! Hanno riso di me e non hanno voluto stampare una sola parola.

Ecco, si sbrighi! Non abbiamo un attimo da perdere! Adesso quei maledetti pubblicheranno le illustrazioni! Correggerò io il disegno, se commetterà qualche errore… bisogna essere precisi ad ogni costo.

Dopo, la polizia la ritroverà… e rivelerà che l’apparecchio funziona.

Ne darà notizia l’Associated Press… confermerà la sua lettera… la fama immortale… Presto, le dico… presto, maledizione!” Il treno procedeva a scossoni sulla strada ferrata malconcia nei pressi della città, e di tanto in tanto barcollavamo, perdendo l’equilibrio.

Ne approfittai per spezzare di nuovo la mina della matita, ma subito il pazzo mi tese la mia, cui avevo rifatto la punta.

La mia prima serie di trucchi era quasi esaurita, e sentivo che presto avrei dovuto lasciarmi mettere in testa quel casco.

C’era ancora un buon quarto d’ora prima di arrivare alla stazione, ed era ormai il momento di fare appello alla mania religiosa del mio interlocutore e di lanciare la profezia divina.

Richiamai alla memoria quel po’ che sapevo della mitologia nahua (9) e azteca, e all’improvviso lasciai cadere carta e matita e cominciai a cantilenare.

“I„! I„! Tloquenahuaque, Tu che Sei Tutto! E anche Tu, Ipanelmoan, Grazie al Quale Noi Viviamo! Io odo, io odo! Io vedo, io vedo! Aquila portatrice del serpente, salute a Te! Un messaggio! Un messaggio! Huitzilopochtli, il tuono echeggia nella mia anima!” Udendo quelle parole, il pazzo mi guardò con un’espressione incredula attraverso la strana maschera: il suo bel volto  mostrava una sorpresa ed una perplessità che presto si mutarono in allarme.

Per un attimo sembrò che la sua mente si svuotasse e poi si ricristallizzasse secondo altri principi.

Levò alte entrambe le mani, e cantilenò come in un sogno.

“Mictlanteuctli, Grande Signore, un segno! Un segno dalla tua Grotta Nera! I„! Toniatiuh-Metzti! Cthulhu! Comanda, ed io obbedisco!” In quell’accozzaglia insensata, una parola suscitò uno strano eco nella mia memoria.

Strana, perché non figura nei testi stampati che parlano della mitologia messicana, eppure io l’avevo  udita più d’una volta, mormorata con reverenza dai peones delle miniere di Tlaxcala di proprietà della mia ditta.

A quanto sembrava, faceva parte di un rituale immensamente segreto e antico; infatti, di tanto in tanto avevo osservato caratteristiche reazioni sussurrate, tuttora ignote alla scienza  ufficiale.

Il pazzo doveva aver trascorso parecchio tempo fra i peones e gli indios delle montagne, proprio come aveva detto lui: infatti, quella tradizione non documentata non poteva provenire da una semplice erudizione acquisita sui libri.

Mi resi conto dell’importanza che l’uomo doveva attribuire a quel gergo doppiamente esoterico, e decisi di colpirlo nel punto più vulnerabile, dandogli le risposte insensate che avevo ascoltato  dalle labbra degli indigeni.

“Ya-R’lyeh! Ya-R’lyeh!”, gridai.

“Cthulhu fhtaghn! Niggurat-Yig! Yog-Sothoth… ” Non riuscii a finire.

Galvanizzato, in una epilessia religiosa scatenata dall’esatta risposta che probabilmente il suo subcosciente non si aspettava, il pazzo si buttò in ginocchio sul pavimento, piegando più e più volte la testa coperta dal casco di rete metallica, girandola a destra ed a sinistra.

Ogni volta i suoi inchini si facevano più profondi, e io potevo udire le sue labbra schiumanti ripetere una parola “uccidere, uccidere, uccidere”, con una voce monotona via via più alta.

Mi accorsi di avere strafatto; la mia risposta aveva scatenato una crescente mania che lo avrebbe spinto a uccidere prima che il treno entrasse in stazione.

Mentre l’arco dei dondolii del pazzo si ampliava gradualmente, il  cavo che collegava il casco alla batteria aveva naturalmente  finito per svolgersi.

In un delirio d’estasi che lo rendeva dimentico di ogni cosa, l’uomo cominciò ad allargare le oscillazioni in cerchi completi, e il cavo gli si arrotolò attorno al collo, e cominciò a tirare i morsetti che lo fissavano alla batteria sul sedile.

Mi chiesi che cosa avrebbe fatto quando fosse accaduto l’inevitabile, e la batteria sarebbe caduta sul pavimento dove, molto probabilmente, sarebbe andata in pezzi.

Poi, all’improvviso, la catastrofe.

La batteria, spinta oltre il bordo del sedile dall’ultimo gesto di frenesia orgiastica del pazzo, cadde: ma non si schiantò.

Invece, mentre il mio sguardo coglieva la scena in un istante fuggevole, fu il reostato a ricevere l’urto più forte, e l’interruttore scattò istantaneamente al massimo della corrente.

E la cosa più straordinaria fu che la corrente  c’era davvero.

L’invenzione non era soltanto il sogno di un folle.

Vidi un corrusco, abbagliante lampo aurorale, udii un grido ululante più orrendo di tutte le precedenti urla di quel viaggio pazzesco, e avvertii l’odore nauseante della carne bruciata.

La mia coscienza sconvolta non poté sopportare altro, e piombai nella più totale insensibilità.

Quando la guardia del treno mi fece rinvenire, a Città del Messico, vidi una folla raccolta attorno allo sportello dello scompartimento.

Lanciai un grido involontario e le facce divennero curiose e dubbiose: provai un senso di sollievo quando la guardia chiuse fuori tutti, tranne l’elegante dottore che si era fatto largo sino a me.

Il mio grido era perfettamente naturale, ma era stato suscitato da qualcosa di più bello dello spettacolo sconvolgente che mi ero aspettato di scorgere sul pavimento della carrozza.

Anzi, dovrei dire da qualcosa di meno, perché sul pavimento non c’era assolutamente nulla.

Non c’era stato niente, disse la guardia, neppure quando aveva aperto lo sportello e mi aveva trovato privo di sensi.

Il mio biglietto era l’unico che fosse stato venduto per quello scompartimento, ed ero la sola persona che vi avesse trovato.

C’eravamo soltanto io e la mia valigia, nient’altro.

Ero stato solo per tutta la strada, da Queretaro a Città del Messico.

La guardia, il dottore e gli spettatori, si batterono un dito sulla fronte in un gesto significativo, alle mie domande insistenti e frenetiche.

Era stato tutto un sogno, oppure ero davvero impazzito? Ricordai la mia ansia, i nervi tesi, e rabbrividii.

Ringraziai la guardia e il medico, mi sbarazzai della folla dei curiosi, salii barcollando su una carrozza di piazza e mi feci portare alla Fonda Nacional dove, dopo aver telegrafato a Jackson e alla miniera, dormii fino al pomeriggio, per cercare di riprendermi.

Avevo dato ordine di chiamarmi all’una, in tempo per prendere il treno a scartamento ridotto per la zona mineraria ma, quando uscii, trovai un telegramma infilato sotto la porta.

Era di Jackson, e diceva che Feldon era stato trovato morto tra le montagne quella mattina; la notizia era arrivata alla miniera verso le dieci.

I documenti erano stati recuperati, e l’ufficio di San Francisco già avvertito.

Quindi il viaggio, con tutta la sua fretta nervosa e quell’angosciosa tortura mentale, era stato inutile! Sapendo che McComb avrebbe voluto un rapporto personale nonostante la piega assunta dagli eventi, mi feci precedere da un altro telegramma e partii.

Quattro ore dopo, tra scossoni e sussulti, venni scaricato alla stazione della miniera n.

3, dove Jackson mi aspettava.

Mi accolse cordialmente, ma era così preso dalla faccenda della miniera che non si accorse del mio aspetto ancora scosso e stralunato.

Il racconto del sovrintendente fu breve: me lo fece mentre mi guidava verso la baracca sulla collina, sopra l’arrastra, dov’era il cadavere.

Feldon, mi disse, era sempre stato un tipo strano e taciturno, fin da quando era stato assunto un anno prima; lavorava su un suo misterioso apparecchio, si lamentava di essere continuamente spiato, e mostrava un’eccessiva familiarità con gli operai indigeni.

Ma certamente conosceva bene il suo lavoro, la zona e la gente.

Faceva lunghi giri tra le montagne dove vivevano i peones, e prendeva addirittura parte alle loro antiche cerimonie paganeggianti.

Alludeva a strani segreti ed a bizzarri poteri non meno spesso di quanto si vantasse della sua abilità meccanica.

Negli ultimi tempi era crollato rapidamente; nutriva sospetti morbosi nei confronti dei colleghi, e senza dubbio aveva preso parte, insieme ai suoi amici indigeni, ai furti di minerale, quando si era trovato a corto di denaro.

Aveva bisogno di somme enormi per qualche ragione inspiegabile: continuava a ricevere casse da laboratori e officine di Città del Messico o degli Stati Uniti.

Alla fine si era nascosto portandosi via i documenti, e si era trattato soltanto di un gesto folle, per vendicarsi di quelli che lo avevano “spiato”.

Senza dubbio doveva essere matto da legare, perché era andato in una grotta nascosta tra i pendii selvaggi della malfamata Sierra de Malinche, dove non abita neppure un bianco, e aveva fatto alcune cose straordinariamente bizzarre.

La grotta, che non sarebbe mai stata trovata senza la tragedia finale, era piena di altari e di orribili, antichi idoli aztechi; gli altari erano coperti di ossa carbonizzate di vittime di dubbia natura, sacrificate di recente.

Gli indigeni non volevano parlare, anzi giuravano di non saperne niente, ma era facile constatare che la grotta era un loro vecchio ritrovo, e che Feldon aveva preso parte alle loro pratiche.

Gli uomini che lo stavano cercando avevano scoperto la grotta soltanto perché avevano udito le cantilene e il grido finale.

Verso le cinque del mattino, dopo aver trascorso la notte nell’accampamento, avevano incominciato a smontare tutto per tornarsene alla miniera a mani vuote.

Poi qualcuno aveva udito in lontananza quei ritmi fievoli, e aveva capito che gli indigeni stavano recitando uno dei loro antichi, maligni rituali, in qualche località isolata sul fianco della montagna che aveva il profilo di un cadavere disteso.

Gli uomini avevano udito i soliti, antichi nomi, Mictlanteuctli, Tonatiuh-Metzli, Cthulhu, Ya-R’lyeh e tutto il resto, ma la cosa più strana era che ad essi si mescolavano alcune parole inglesi: era il vero inglese di un bianco, non di un messicano.

Guidati dai suoni, avevano salito la montagna coperta di erbacce: e, all’improvviso, dopo una breve pausa di silenzio, avevano udito esplodere un urlo.

Era terribile, più atroce di quanto avessero mai avuto occasione di udire.

E c’era anche un po’ di fumo, e un odore acre e morboso.

Avevano continuato ad avanzare verso la grotta, il cui ingresso era nascosto dagli arbusti, ma lasciava passare nubi di fumo fetido.

L’interno era illuminato: l’altare orribile e gli idoli grotteschi spiccavano nel chiarore vacillante di candele che dovevano essere state cambiate meno di mezz’ora prima; e sul pavimento coperto di ciottoli c’era qualcosa di orrendo, che costrinse gli uomini ad arretrare.

Era Feldon, con la testa bruciata da uno strano aggeggio che la copriva… una specie di gabbia di rete metallica collegata ad una batteria malconcia, evidentemente caduta al suolo da un altare vicino.

Quando la videro, gli uomini si scambiarono  occhiate, ricordando il “boia elettrico” che Feldon sosteneva di avere inventato… quello che tutti avevano rifiutato, ma avevano cercato di rubare o di copiare.

I documenti erano, infatti, nel baule aperto di Feldon che stava lì accanto e, un’ora dopo, la colonna era ritornata alla miniera n.

3, trasportando un macabro  fardello su di una improvvisata barella.

Era tutto: ma bastò a farmi impallidire e tremare, mentre Jackson mi guardava oltre l’arrastra verso la baracca dove, mi aveva detto, si trovava il cadavere.

Non ero del tutto privo di immaginazione, e sapevo anche troppo bene che la tragedia s’inseriva, in modo sovrannaturale, nel mio incubo infernale.

Sapevo ciò che avrei visto oltre la porta spalancata attorno alla quale si ammassavano i minatori incuriositi, e non tremai quando i miei occhi scorsero la figura gigantesca, i rozzi abiti di velluto a coste, le mani stranamente delicate, i ciuffi di barba bruciata e la macchina diabolica… la batteria un po’ malconcia, il casco annerito dalla carne carbonizzata… La grande valigia gonfia non mi sorprese: una cosa soltanto mi sgomentò… i fogli ripiegati che spuntavano dalla tasca sinistra.

In un momento in cui nessuno guardava, m’impadronii di quei fogli anche troppo familiari e li accartocciai tra le dita senza osare di leggerne lo scritto.

Adesso mi dispiace un po’ che una specie di panico mi abbia indotto a bruciarli quella notte stessa, distogliendo lo sguardo.

Avrebbero potuto costituire una prova o una smentita… ma in quanto a questo avrei potuto ottenere egualmente una conferma informandomi della pistola che il medico legale, più tardi, tolse dalla sformata tasca destra della giacca di velluto a coste.

Non ebbi mai il coraggio di fare domande in proposito… perché la mia pistola era sparita, dopo quella notte sul treno.

Anche la mia matita recava i segni di tagli rozzi e affrettati, mentre io le avevo fatto la punta con grande cura venerdì pomeriggio con il temperalapis nella carrozza privata del presidente McComb.

Finii per ritornare a casa molto perplesso, e forse fu una fortuna.

Quando arrivai a Queretaro, la carrozza privata era stata riparata, e con mio enorme sollievo passò il Rio Grande ed entrò a El Paso e poi negli Stati Uniti.

Il venerdì seguente ero di nuovo a San Francisco e le nozze, forzatamente rinviate, furono celebrate la settimana successiva.

In quanto a ciò che accadde quella notte… come ho detto, non oso formulare ipotesi.

Feldon era pazzo, e la sua pazzia era stata ingigantita da una quantità di tradizioni magiche della preistoria azteca che nessuno ha il diritto di conoscere.

Era davvero un inventore geniale, e la batteria doveva funzionare realmente.

In seguito venni a sapere che negli anni precedenti era stato trattato male dalla stampa, dal pubblico e dai politicanti.

Certe delusioni possono rovinare un uomo di un dato tipo.

Comunque,  era in atto un’empia combinazione di influenze maligne.

Sia detto tra parentesi, era stato veramente nell’esercito di Massimiliano.

Quando racconto questa vicenda, molti mi danno del bugiardo.

Altri l’attribuiscono ad uno stato psicologico anormale, e in effetti il cielo sa quanto fossi nervoso; mentre altri ancora parlano di “proiezione astrale” (10).

Senza dubbio, l’ansia di catturare Feldon aveva lanciato i miei pensieri verso di lui e, grazie alla sua magia indiana, probabilmente li aveva captati.

Era con me sul treno, oppure ero io nella grotta sulla montagna stregata dal profilo di un cadavere? Che ne sarebbe stato di me, se non gli avessi fatto perdere tempo? Da allora, però, non sono più tornato in Messico… e, come ho detto all’inizio, non mi piace sentir parlare di sedia elettrica.

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H.P. Lovecraft – La strana casa nella nebbia (The strange high house in the mist)

Ogni mattina, dietro le scogliere di Kingsport, dal mare si alza la nebbia.

Candida e spumeggiante, raggiunge in cielo le nuvole sue sorelle, portando segni di teneri pascoli ed antri di leviatani.

Quando cadono poi le ultime piogge dell’estate, picchiando sui tetti scoscesi dei poeti, le nuvole fanno evaporare quei sogni e li inviano agli uomini, perché questi non possono vivere senza fantasticare di antichi e bizzarri segreti, e di conversazioni meravigliose scambiate di notte dai pianeti.

Quando i sogni volano come un fiume verso le grotte dei Tritoni, e le conchiglie delle città sottomarine suonano melodie segrete apprese dagli Antichi, si concentrano grossi banchi di nebbia in un cielo gravido di antiche leggende, e chi guarda le scogliere in direzione dell’oceano, non vede che un vapore latteo, come se la barriera degli scogli fosse l’orlo del mondo, e nell’aria solenne di quel paese stregato sembra di udire il  tintinnio delle boe.

Poi, a nord dell’antico porto di Kingsport, le rocce diventano sempre più alte e indiscrete, e la più settentrionale è sospesa nel cielo come una nuvola scura di aria congelata.

Rimane immota come un punto nel cosmo, perché proprio lì la costa si ritrae improvvisamente verso il possente Miskatonic, le cui acque vi si gettano dalle pianure, superando Arkham e portando le leggende nate nelle foreste ed alcuni ricordi particolari delle colline del New England.

Per i marinai di Kingsport, quello scoglio ha la stessa funzione che assume la Stella Polare per i marinai di altri paesi.

Al calar della notte, certe volte si riesce ad intravedere dietro la sua punta le costellazioni dell’Orsa Maggiore, di Cassiopea e del Dragone.

Sembra che appartenga anch’esso alla volta celeste, e quelle stelle quando sale la nebbia, di giorno o di notte, lo nascondono davvero alla vista degli uomini.

I marinai sono affezionati a quelle rupi a picco sul mare, ad esempio a quello che somiglia ad un profilo che chiamano Padre Nettuno, o quell’altro che chiamano Scala in Salita perché i differenti piani di roccia sembrano dei gradini.

Questo, però, fa loro un po’ paura, poiché è molto vicino al cielo.

I portoghesi approdati sulla costa dopo una lunga traversata, si segnarono il petto nel vedere quello scoglio, ed i primi yankee temevano di salire lassù più del diavolo.

Eppure su quello scoglio c’è una vecchia abitazione, e di sera si possono vedere brillare le luci dalle sue finestre pannellate.

Quella casa è lì da sempre, e la gente crede che vi abiti un uomo che parla alle prime nebbie del mattino, e che vede probabilmente delle cose fantastiche nell’oceano, quando la linea delle scogliere si trasforma nell’orlo del mondo, ed il tintinnio delle boe risuona solenne tra i vapori lattei di quel paese stregato.

La gente lo dice tanto per dire, visto che su quello scoglio misterioso non ci sale mai nessuno, e che gli abitanti del paese evitano con cura di puntarvi il telescopio.

Qualche turista estivo ha cercato di curiosare con il proprio binocolo, ma non ha visto che il vecchio tetto grigio, di legno e spiovente, le cui ali sfiorano il basamento cinerino, ed un po’ di luce gialla che, di sera, filtra dalle finestre nascoste dal tetto.

I turisti estivi non credono alla leggenda che in quella casa, da centinaia di anni, viva lo stesso Abitante, ma la gente di Kingsport  non dà ascolto a quegli sciocchi.

Perfino il Vecchio Terribile – lui che parla a minuscoli pendoli  di piombo chiusi nelle bottiglie, che paga l’emporio con antichissime monete d’oro spagnole, e che ha degli idoli misteriosi nel giardino della sua decrepita fattoria di Water Street – sa soltanto che era già tutto così quando suo nonno era giovane.

E dice anche che doveva trattarsi di cose incredibili, quando un Belcher, uno Shirley, un Pownall o un Bernard, era governatore della provincia di Sua Maestà della baia del Massachusetts.

Un’estate venne a Kingsport un filosofo.

Il suo nome era Thomas Olney, ed era un professore dell’università di Narrangasett Bay.

Portò con lui la moglie corpacciuta ed i suoi terribili figli: i suoi occhi non ne potevano più di vedere sempre le stesse cose, ed il suo cervello si era stancato di pensare a quei  problemi così importanti.

Voleva guardare le nebbie dalla cima di Padre Nettuno, e penetrare nel loro mondo bianco e misterioso ascendendo i gradini della Scala in Salita.

Si sdraiava tutte le mattine sugli scogli per contemplare da lassù il confine del mondo, ed ascoltava le invisibili campanelle ed il gracchiare dei gabbiani.

E quando la nebbia si sollevava ed appariva il mare con il fumo sonnecchiante dei vaporetti, con un sospiro che se ne andava e scendeva in paese, a girovagare per le stradine di collina e ad osservare le grottesche facciate delle case ed i colonnati dei portici  che avevano dato asilo ad interminabili generazioni di lupi di mare.

Poi andò addirittura a parlare con il Vecchio Terribile, lui che detestava i forestieri e che invece lo invitò nella sua orrenda fattoria, i cui soffitti bassi e le cui travi traballanti, quando è notte alta, ascoltano l’eco di paurosi monologhi.

Come ci si poteva aspettare, Olney gli chiese di parlargli della casa grigia in bilico su quella roccia misteriosa che guarda a nord, e che si confonde con le nebbie e con il cielo.

La casa la cui presenza incombe su Kingsport, ed i cui occulti segreti si sussurrano con circospezione solo nelle strade più buie del paese.

Ed il Vecchio gli raccontò la storia che gli era stata narrata a sua volta dal padre: la storia di un fulmine che saettò una notte dall’interno della casa verso l’alto, arrivando fino alle nuvole più alte del cielo.

E Granny Orne, che vive in una microscopica abitazione di Ship Street sommersa dai rampicanti e dal muschio, aveva parlato di qualcosa che aveva sentito da sua nonna.

Di certe forme che si protendevano ad Est dalle nebbie e picchiavano all’unica porta di quella casa irraggiungibile, poiché la porta si apre a strapiombo sul mare, e la si vede solamente dalle imbarcazioni.

Si arrivò così al punto che nemmeno le superstizioni degli abitanti di Kingsport e la pigrizia dei turisti estivi scoraggiarono la sua voglia di scoprire qualcosa di nuovo ed inconsueto.

E alla fine Olney si decise.

A dispetto della propria mentalità conservatrice – o forse proprio perché un’esistenza monotona e piatta può indurre a desiderare un cambiamento – dichiarò che  sarebbe salito a tutti i costi su quella roccia tanto temuta rivolta a Nord, e che avrebbe visto da vicino l’antichissima casa grigia che era una cosa sola con il cielo.

Presumeva per logica che i suoi abitanti vi erano arrivati passando per una strada più accessibile, probabilmente  nascosta tra gli scogli davanti alla foce del Miskatonic.

Forse avevano dei commerci con Arkham, o perché sapevano di essere malvisti a Kingsport, o perché non potevano scendere da quella parte.

Olney cominciò col cercare una via di accesso dagli scogli più bassi, i quali salivano progressivamente verso la grande roccia che svettava orgogliosamente nel cielo, e vide con i suoi occhi che nessuno poteva scendere o salire per quello scoscesissimo dirupo a sud.

Ad est e a nord strapiombava un burrone all’altezza di centinaia di metri dal mare, perciò non rimaneva che la parte interna ad ovest, quella che dava su Arkham.

Alle prime luci di un mattino di agosto, Olney si mise in cerca di un viottolo che lo conducesse su quella vetta inespugnabile.

Prese per nord-ovest facendo piacevoli stradine secondarie, superò  Hooper’s Pond ed arrivò dove i pascoli scendono verso gli scogli in cui si incunea il Miskatonic, aprendo una stupenda vista dei campanili bianchi di Arkham, risalenti all’epoca georgiana, che spuntano al di là del fiume e dietro i campi.

In quel punto trovò una ombrosa strada alberata che portava ad Arkham, ma neanche il più piccolo segno di una stradina che conducesse verso il mare.

Alle due sponde del fiume si alternavano boschi e prati a non finire, senza la minima presenza umana.

Neanche un muro di pietra, neanche una mucca smarrita, niente: non si vedeva che erba alta, alberi altissimi e rose selvatiche.

Era così che doveva essere apparso il paesaggio al primo indiano arrivato là.

Mentre si inerpicava a fatica in direzione est, salendo sempre più in alto dell’estuario del fiume, alla sua sinistra, ed avvicinandosi sempre di più al mare, constatò che la strada diventava progressivamente più impervia, tanto che si chiese come riuscissero a raggiungere il mondo esterno quelli che abitavano nella famigerata casa, e si domandò anche se si rifornissero con regolarità al mercato di Arkham.

Poi la vegetazione si sfoltì ed in basso, molto lontano, alla sua destra vide le colline, i vecchi tetti e le guglie di Kingsport.

Vista da quell’altezza, persino Central Hill pareva minuscola, e l’antico cimitero dell’Ospedale Congregazionista – sotto le cui fondamenta, a detta di alcuni, si celavano gallerie e covi – si vedeva appena.

Davanti a sé vedeva arbusti sporadici e cespugli di mirtilli di sottobosco; oltre questi, la nuda roccia ed il tetto spiovente dell’enigmatica casa grigia.

La scogliera in quel punto rientrava e, pensando a quanto fosse solo sotto quel cielo, Olney provò un brivido lungo la schiena.

A pochi passi da lui, spiombava l’orrida scarpata che torreggiava su Kingsport, mentre a sinistra, da un’altezza di oltre mille metri, si apriva un burrone culminante sopra la foce del fiume.

Senza accorgersene, si ritrovò davanti un fosso piuttosto largo e profondo quattro metri, ed il filosofo fu costretto a scendere sorreggendosi sulle braccia per lasciarsi quindi cadere su un piano inclinato, dal quale strisciò verso la parete opposta seguendo un pericoloso corridoio naturale.

Ecco qual era la strada, sospesa tra la terra e il cielo, che facevano gli abitanti di quella casa arcana! Quando finalmente riuscì ad arrampicarsi sulla cima, si accorse che le prime nebbie si stavano già addensando, ma poté scorgere lo stesso davanti a lui la misteriosa abitazione: i muri erano plumbei come la roccia, ed il tetto appuntito fendeva con superbia la bianca bruma marina.

Olney notò che da quel lato non c’erano porte, ma solo due finestre con inferriata dalle persiane scure, e due lampade del Seicento.

Non aveva che nuvole e vuoto intorno a sé: non si vedeva niente, nella foschia lattea dello spazio aperto! Era solo sotto quel cielo, solo, di fronte a quella casa paurosa ed arcana! Portandosi davanti alla facciata centrale, notò una minuscola porta di ingresso, l’unica via di accesso, e raggiungibile per giunta soltanto dal vuoto, visto che il muro era a strapiombo sul baratro.

Allora provò un autentico panico, che non era dovuto semplicemente all’altitudine.

Era strano che delle assi così consunte stessero ancora in piedi, o che mattoni così sbrecciati tenessero ancora insieme un fumaiolo.

Mentre la nebbia si infittiva, Olney provò ad avvicinarsi lentamente alle finestre a nord, ad ovest e a sud; cercò di aprirle, ma erano tutte bloccate.

Trovandole tutte chiuse, in un certo senso si sentì enormemente sollevato: più osservava quella casa, infatti, e più gli passava la voglia di entrarvi.

Ma in quel momento un rumore lo bloccò.

Si udì la mandata di una chiave in una serratura, e quindi un lungo scricchiolio, come se qualcuno stesse aprendo lentamente, guardingo, una porta pesante.

I rumori arrivavano dalla parte senza accesso a strapiombo sul mare, dove la porta si spalancava sull’oceano, a centinaia di metri dalle onde, aprendosi alla nebbia.

Dopo un po’ si sentì all’interno uno scalpiccio molto pesante, seguito dall’apertura delle finestre: prima dalla parte nord, di fronte ad Olney, e quindi dalla parte ovest, svoltato l’angolo.

Tra poco sarebbero state aperte anche le finestre a sud, quelle che si trovavano dal suo lato, sotto le ali del tetto.

Il padrone di casa era rientrato, questo era chiaro: ma non poteva essere arrivato per una strada via terra, né con un pallone  via cielo.

Risuonarono nuovamente dei passi, ed Olney tese l’orecchio verso nord.

Ma, prima ancora di riuscire a capire da che parte venisse, udì una voce melodiosa che lo chiamava dolcemente, e comprese allora che stava per conoscere il suo ospite.

Dietro al vetro della finestra ovest, vide una grande barba nera e due occhi scintillanti che parlavano di profondità sconosciute.

La voce dell’uomo, però, aveva qualcosa di celestiale e di antico, ed Olney non ebbe paura quando gli venne tesa una mano scura per farlo entrare in un ambiente dal soffitto basso, pannellato in legno di quercia ed ammobiliato in stile Tudor.

L’ospite vestiva in una foggia decisamente antiquata, ed era circondato da un’aria misteriosa che faceva pensare a leggende marinare e sogni di perduti galeoni.

Adesso Olney non ricorda più i fantastici racconti che gli fece, e non sa dire chi fosse quell’uomo: sa, però, che era una persona unica e squisita, dalla quale si sprigionava l’incanto dell’insondabile mistero del tempo e dello spazio.

Nella piccola stanza brillava una luce verdastra evanescente, ed Olney notò che le finestre ad Est erano rimaste chiuse e che le imposte, di un verde bottiglia deciso, difendevano dalla nebbia.

L’uomo barbuto sembrava giovane ma, non appena si allontanava  lo sguardo dai suoi occhi, la sua persona emanava un fascino antico.

Gli abitanti di Kingsport non erano lontani dalla verità, nel credere che parlasse con le nuvole e con le nebbie mattutine sin da quando il paese aveva visto per la prima volta dalla vallata la sua casa misteriosa, perché narrò di cose  leggendarie e fantastiche.

Si stava avvicinando il tramonto, ma la curiosità di Olney non era ancora sazia di storie di epoche e luoghi lontani.

Venne a sapere che i sovrani di Atlantide avevano dovuto combattere gli esseri nefandi scaturiti dalle profondità dell’oceano, e che i colonnati del Tempio di Poseidone, che oramai è soffocato dalle erbacce, viene intravisto sotto le acque dalle navi che hanno smarrito la rotta, le quali comprendono in quel momento che non faranno mai più ritorno.

L’uomo rivangò i tempi dei Titani ma, una volta arrivato al racconto della Prima Era di Tenebre e di Caos che precorse la nascita degli dèi e addirittura l’apparizione degli Antichi, divenne improvvisamente vago.

E la sua indeterminatezza divenne più palese quando cominciò a narrare degli altri dèi che danzavano sulla vetta dell’Hatheg-Kla, nel pietroso deserto di Ulthar, che si trova oltre il fiume Skai.

In quel momento preciso si udirono dei colpi alla porta, quella vecchissima porta di quercia che si spalancava sulle candide nuvole.

Olney ebbe molta paura, ma il suo ospite barbuto gli fece cenno di non allarmarsi, quindi si portò davanti all’uscio per spiare di fuori da una fessura.

Di sicuro quello che vide non lo rese tranquillo, dal momento che ingiunse ad Olney di fare silenzio portandosi un dito alle labbra e che cominciò a sbarrare tutte le finestre.

Solo quando ebbe chiuso tutto si rimise a sedere sul suo vecchio panchetto, di fronte al filosofo.

Poco dopo, Olney scorse una figura scura che si muoveva dietro ai vetri delle finestre, come se se ne stesse andando dopo aver bussato e verificato qualcosa.

Fu felice che il suo ospite non avesse risposto.

E poi si allungarono le ombre della notte; prima quelle più timide, sotto il tavolo, e dopo quelle più intrepide, negli angoli.

L’uomo barbuto fece degli strani gesti, come se pregasse, poi accese le lunghe candele infilate nei bizzarri candelabri di ottone.

Il suo sguardo andava in continuazione alla porta, forse aspettando qualcuno, ed alla fine un colpo particolare in un antico codice sconosciuto mise fine alla sua attesa.

Ma stavolta l’uomo, invece di spiare dalla fessura, sollevò la pesante asse di quercia che bloccava la porta e la spalancò sulle stelle e sulla nebbia.

Ed allora, accompagnati da canti misteriosi, sollevandosi dal letto dell’oceano entrarono nella stanza i sogni ed i ricordi di tutte le Potenze ormai scomparse dalla faccia della Terra.

Vorticarono dorati cerchi di fuoco, e l’incredulo Olney si inchinò loro.

C’era Nettuno con il suo tridente, c’erano guizzanti tritoni e stupende nereidi e, su una conchiglia dentata portata da due delfini, cavalcava il Grigio Signore dei Grandi Abissi, il primordiale e terrificante Nodens.

I tritoni dettero fiato alle trombe, e le nereidi percossero delle conchiglie fantastiche che producevano magici suoni, nei quali risuonava l’eco di inconoscibili abitatori sottomarini.

Il Grigio Nodens tese una mano scheletrica per invitare Olney ed il suo ospite ad accomodarsi nell’enorme conchiglia, ed intanto le trombe e le percussioni producevano una musica assordante.

Quindi quella processione incredibile si lanciò nello spazio infinito e, con un boato di tuono, ogni rumore si perse nell’etere.

Gli abitanti di Kingsport passarono in piedi la notte intera a guardare quella roccia a picco, cercando di riuscire a scorgerla tra le nebbie che il vento faceva addensare in continuazione.

Poi, sul far dell’alba, dietro le finestrelle si smorzarono tutte le luci, ed allora la gente di Kingsport temette orrore e sciagura.

I bambini di Olney e la sua moglie paffuta pregarono il vero Dio dei Battisti, augurandosi che il filosofo avesse portato con sé un ombrello ed un paio di galosce per riuscire a resistere alla pioggia sino alla mattina.

Quando il sole sorse dal mare, ancora umido e coperto dalla nebbia, nell’aria lattea risuonò il solenne tintinnare delle boe.

Ed a mezzodì, soffiarono sul mare i corni degli Elfi, mentre Olney, perfettamente asciutto e con un’andatura spedita, scendeva dalla roccia e faceva ritorno alla vecchia Kingsport.

Il suo era lo sguardo di chi arriva da posti lontani.

Non ricordava nulla dei sogni che aveva fatto nella casetta aerea di quel solitario del quale non sapeva il nome, e non riusciva neanche a spiegarsi come fosse riuscito a scendere illeso da quella roccia sulla quale non si era avventurato nessuno, prima di lui.

Le storie udite lassù, logicamente poté raccontarle soltanto al Vecchio Terribile.

Questo cominciò a meditare sotto la sua lunga barba candida, e sperò che l’uomo tornato da quella roccia non fosse più la persona che vi era salita; e sperò anche che da qualche parte lassù, forse sotto il tetto appuntito, o forse in quelle eterne nebbie nivee e mistiche, avesse trovato pace lo spirito di colui che un tempo era stato Thomas Olney.

Dopo quella volta, negli anni che si sono succeduti nella monotonia e nell’ordinarietà, il filosofo ha lavorato, mangiato, dormito e fatto i suoi doveri come un orologio.

Non sogna più di fantastiche terre lontane, ed è pago di segreti che affiorano dal mare come verdi rocce.

Non si lamenta più dei giorni che scorrono tutti uguali, e la sua immaginazione si appaga dei ragionamenti filosofici che la sua professione richiede.

La sua brava moglie diventa sempre più grassa, ed i figli crescono onestamente; sul viso di Olney brilla un sorriso d’orgoglio ogni volta che si comportano bene.

Nei suoi occhi non si accende più una strana luce e di notte, quando sente il solenne tintinnare delle boe o i lontani corni degli Elfi, sa che sono soltanto vecchi sogni errabondi.

A Kingsport non è più tornato, perché ai suoi non piacciono quelle antiquate case buffe ed il clima piovoso della zona.

Così hanno affittato un bungalow sulle colline del circondario di Bristol, dove non ci sono rocce pericolose e dove la gente è espansiva e cortese.

A Kingsport, invece, circolano strane storie, e persino il Vecchio  Terribile parla di certe cose che non è stato suo nonno a dirgli.

Perché adesso, quando soffia il forte vento del Nord, colpendo quell’antica casa che si confonde con il cielo, si rompe quel silenzio spettrale che preannuncia ogni volta il verificarsi di qualche disgrazia tra i marinai di Kingsport.

E gli anziani dicono di sentire dei canti dolcissimi e delle risa di gioia non umana.

E sostengono che adesso le finestre della casa brillano di più, quando è sera, e che lassù il giorno irrompe prima con la sua luce, assumendo a nord una colorazione azzurra  che evoca immagini di mondi polari, mentre la roccia e la sua casina si stagliano cupi e spettrali contro un cielo che lampeggia fantasmagoricamente.

Adesso, al mattino le nebbie sono più dense, ed i marinai non giurano più che il tintinnio che odono sul mare sia il rumore delle boe.

Ma la cosa più terribile è che negli animi dei giovani di Kingsport stiano rinascendo antiche paure, poiché di notte  restano alzati a sentire i suoni lontani che trasporta il vento del nord, e sono sicuri che quella casina non può celare malvagità e sofferenza, dal momento che le nuove voci ridono gioiose e si odono dei canti.

I giovani non sanno quali leggende siano portate dalle nebbie marine su quella vetta abitata dai fantasmi, ma vorrebbero  conoscere per lo meno qualcuna delle cose fantastiche che bussano  a quella porta che si spalanca sull’abisso quando si addensano le nuvole.

Gli anziani hanno il timore che prima o poi salgano tutti su quella cima irraggiungibile, e vengano a conoscenza di segreti protetti da secoli da quel tetto di legno che è tutt’uno con gli scogli, le stelle e le paure ataviche di Kingsport.

Sono certi che prima o poi quei ragazzi desiderosi di avventura farebbero ritorno, ma temono che la luce scompaia dai loro occhi e la curiosità dai loro cuori.

E non vogliono che la loro buffa Kingsport, con i suoi vicoletti serpeggianti e le sue facciate grottesche, decada piano piano, mentre le voci che ridono diventano sempre più forti dentro quella casa misteriosa e temibile a picco su una roccia, dove le nebbie, ed i sogni portati dalle nebbie, si fermano a riposare prima di seguitare per il proprio cammino dal mare al cielo.

Gli anziani temono che lo spirito dei loro giovani abbandoni i focolari e le locande dal tetto strampalato della vecchia Kingsport,  e che le risate ed i canti che si odono in quella casetta abbarbicata su una roccia risuonino con più forza.

Come la voce ha portato nuove nebbie dal mare e nuovi colori dal Nord, le altre voci porteranno infatti ulteriori nebbie ed ulteriori colori, cosicché gli Antichi Dèi – ai quali credono di nascosto, per paura del pastore congregazionista – riemergeranno  dagli abissi e dalle ceneri dello spaventoso Kadath e faranno di quella infida roccia la loro dimora, e saranno così vicinissimi alle belle vallate e colline della loro semplice  gente di mare.

I vecchi hanno il terrore che tutto ciò possa succedere, poiché degli umili pescatori temono necessariamente tutte le cose  ultraterrene.

Ed in fondo il Vecchio Terribile rammenta molto spesso le parole di Olney in merito alla figura scura e curiosa che girovaga nella nebbia dietro quelle misteriose finestrelle di vetro.

Quello che succederà, tuttavia, spetta soltanto agli Antichi stabilirlo.

Intanto la nebbia si solleva tutte le mattine da quella roccia a strapiombo con la sua casetta abbarbicata, quella casetta grigia tutta coperta dal tetto dove di giorno non si vede mai nessuno, ma dietro le cui finestrelle, di sera, brillano luci furtive.

Ed il vento del Nord bisbiglia strani racconti.

Candida e spumeggiante, la nebbia si innalza verso le nuvole sue sorelle, portando sogni di teneri pascoli ed antri di leviatani.

E quando le favole volano come un fiume verso le grotte dei Trìtoni, e le conchiglie delle città sottomarine suonano melodie segrete apprese dagli Antichi, si concentrano grossi banchi di nebbia in un cielo gravido di antiche leggende.

E Kingsport, arroccata sugli scogli costieri sotto il vigile sguardo della paurosa sentinella di roccia, in direzione dell’oceano non vede che un vapore latteo, come se la barriera degli scogli fosse l’orlo del mondo; e nell’aria di quel paese stregato, in quel momento echeggia il solenne tintinnio delle boe.

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H.P. Lovecraft – Il Modello di Pickman (Pickman’s Model)

Pazzo? No, Eliot, non sono pazzo: ma credimi, c’è molta gente che ha delle prevenzioni molto più strane della mia.

Non ti fa ridere, forse, il nonno di Oliver, che non vuole assolutamente salire in macchina? è un problema mio, se non mi piace quella maledettissima sotterranea; e poi, arriviamo prima con un tassì.

Se fossimo venuti in metropolitana, avremmo dovuto attraversare a piedi tutta la collina partendo da Park Street.

Lo so che il mio nervosismo è peggiorato, rispetto all’anno scorso, quando ci siamo visti, però non farne un caso clinico! Le ragioni sono molte – lo sa il Cielo! – e credo di essere stato fortunato se non sono uscito di senno.

Perché tutte queste domande? Non eri così noioso, prima.

D’accordo: se proprio ci tieni, ti racconterò tutta la storia.

Forse è meglio, dal momento che non hai fatto altro che scrivermi come un genitore preoccupato, da quando hai saputo che ho tagliato ogni rapporto con il Circolo degli Artisti, e specialmente con Pickman.

Ora che lui è sparito, a volte faccio di nuovo qualche visita al Circolo, ma i miei nervi non sono più quelli di un tempo.

No, non ho idea di che fine abbia fatto Pickman, e neanche intendo pensarci.

Suppongo tu abbia intuito che ero a conoscenza di certi segreti, quando ho rotto con lui, ed è proprio per questo che non voglio neppure sapere dove diavolo sia.

Che la polizia faccia tutte le sue indagini… non credo che troverà molto, se non è neanche al corrente di quella casa decaduta che aveva affittato nel North End sotto il falso nome di Peters.

Io stesso non sono certo di saperla ritrovare: d’altronde non ci proverei neppure in pieno giorno! Sì, sono a conoscenza, o più esattamente, temo di essere a conoscenza, dei motivi per cui aveva preso quella casa.

Adesso te lo dico, e sono certo che comprenderai perfettamente perché ho taciuto con la polizia.

Vorrebbero che li portassi lì, ed io non potrei tornarvi neanche se conoscessi la strada.

C’era qualcosa, là dentro.

.

, che adesso mi impedisce di prendere la metropolitana ed anche (ridi pure di questo, se vuoi) di scendere in cantina.

Di sicuro avrai intuito che non ho tagliato i ponti con Pickman per gli stessi motivi meschini di sciocchi bigotti come il dottor Reid, o Joe Minot, o Rosworth.

Io non mi scandalizzo davanti al Macabro, e quando un artista  ha la genialità di Pickman, reputo una fortuna conoscerlo, qualunque direzione prenda la sua opera.

Non c’è mai stato un pittore più grande di Richard Upton Pickman, qui a Boston.

Lo sostenni allora e lo ripeto ancora, e la visione del suo Demone che divora cadaveri non mi ha arrecato  il minimo fastidio.

Mi mostrò il quadro, come ricorderai, quando Minot ruppe con lui.

Vedi, ci vogliono un autentico genio artistico ed una comprensione totale della natura, per creare capolavori come quelli di Pickman.

Qualunque imbrattatore da rivista può spalmare dei colori e chiamare il suo impiastro Incubo, Sabba delle Streghe o Ritratto del Demonio; ma solo un artista eccezionale può immortalare sulla tela un soggetto davvero terrificante e dipingerlo con un tale realismo da farlo sembrare vero.

Solo il genio, infatti, conosce l’esatta anatomia dell’Orrido e la vera fisiologia del Terrore, vale a dire le linee e le proporzioni pittoriche capaci di ridestare in noi gli istinti repressi e la memoria atavica della Paura, nonché le esatte tonalità di luce e di ombra in grado di risvegliare nell’osservatore la sensazione del Bizzarro.

Non credo debba dirti perché un dipinto di Fuseli ti mette i brividi, mentre il banale disegno di un qualsiasi fumetto sui fantasmi ti fa sorridere.

Questi artisti riescono a percepire qualcosa di ultraterreno, e sanno trasmetterlo anche a te nell’illuminazione di un attimo.

Ravviso in Doré questa capacità, ed in Sime, ed anche in Angarola di Chicago.

Ma il talento che in questo aveva Pickman non è stato eguagliato mai da alcuno nella storia, e prego Iddio che nessun altro dopo di lui lo abbia mai.

Non chiedermi che cosa vedano questi individui.

Le opere degli artisti veri fermano sulla tela la vita ed il respiro stesso della natura, ed è tale qualità a differenziarle dalla produzione volgare di un pittorucolo da strapazzo che lavora su commissione  in qualche triste studio artistico.

Diciamo che un genio dall’ispirazione autentica ha la capacità di plasmare modelli con la propria fantasia, oppure di catturare vivide immagini uscite dal mondo visionario in cui vive.

In entrambi i casi, le sue realizzazioni differiscono dagli imbratti di un artistucolo nella stessa misura in cui le facce di un vero ritrattista differiscono dagli sgorbi di un disegnatore che ha imparato con un corso per corrispondenza.

Se avessi avuto la stessa intuizione di Pickman – tieni, bevi un altro bicchiere – Dio! Non saresti vivo se avessi scorto quello che quell’uomo aveva visto! Seppure, poi, era un uomo.

Sappi che il punto forte di Pickman erano i visi.

Nessuno, dai tempi di Goya, era riuscito a ritrarre in quel modo gli abissi infernali in una faccia o in uno sguardo.

Prima di Goya, poi, dobbiamo tornare ai giovani artisti medievali dei doccioni e delle visioni di Notre Dame e di Mont Saint-Michel.

Giovani pittori che avevano molte credenze bizzarre, e che probabilmente vedevano pure molte cose, dal momento che il Medioevo conobbe dei momenti irripetibili.

Ricordo che una volta – l’anno prima che tu partissi – domandasti a Pickman a che cosa mai si ispirasse per quelle immagini e quelle fantasie.

Non ti rispose, forse, con una risata satanica? In parte fu per via di quella risata che Reid ruppe l’amicizia con lui.

Reid, come saprai, aveva da poco cominciato i suoi studi di patologia comparata, e pretendeva di saper trovare un significato evolutivo e biologico nell’aspetto fisico degli individui.

Affermò che trovava Pickman sempre più disgustoso, tanto da spaventarsi persino, alla fine.

Secondo lui i tratti e le espressioni della faccia di quell’uomo stavano cambiando a poco a poco, in un modo inquietante, che si sarebbe definito non umano.

Modestia a parte, era molto competente in fatto di “abitudini alimentari”, e sosteneva che Pickman doveva seguire un regime certamente molto strano e squilibrato.

Presumo sia stato tu, se vi scrivevate, a consigliare a Reid di non farsi impressionare dai dipinti orrifici di Pickman.

Gli detti anch’io il medesimo consiglio… Allora… Considera, comunque, che non ho rotto con Pickman per simili motivi.

Anzi, ero sempre più ammirato di lui, perché quel Demone che divora cadaveri era un capolavoro unico.

Saprai che il Circolo non volle esporlo, e che il museo delle Belle Arti non lo accettò in donazione.

Potrei anche aggiungere che non lo vorrebbe nessuno.

è per questo che Pickman l’ha tenuto in casa, prima di sparire.

Ora è dal padre, a Salem.

Sapevi che la famiglia di Pickman è originaria di Salem, e che una sua antenata fu impiccata per stregoneria nel 1692? Cominciai a far visita a Pickman con una certa assiduità, specie quando cominciai a lavorare ad una monografia sulla Pittura dell’Orrido.

Forse l’idea mi venne proprio dalla sua opera; fatto sta che scoprii che Pickman sapeva tutto lo scibile sul soggetto.

Mi fece vedere tutti i dipinti e gli schizzi che erano in casa sua, persino degli studi che – sono sicuro – lo avrebbero fatto espellere dal Circolo, se solo i suoi membri li avessero visti.

Io lo ascoltavo rapito, e sarei rimasto per ore a sentire, come un bravo allievo, le sue teorie sull’arte e riflessioni filosofiche degne di un internato del manicomio di Danvers.

Il mio superuomo, anche perché gli altri cominciavano ad evitarlo sempre più spesso, mi elesse a suo confidente.

Una sera mi disse che, se fossi stato riservato e poco emotivo, avrebbe potuto farmi vedere una cosa unica… una cosa molto più audace dei quadri che aveva in casa.

“Vedi”, mi disse, “certe cose non vanno bene per Newbury Street… cose poco adatte al Circolo e addirittura impensabili.

Il mio lavoro consiste nell’indagare le vibrazioni abnormi dell’anima, e le strade tranquille di questo quartiere ordinato e borghese non potrebbero mai rivelarmele.

Back Bay non è la vera Boston: anzi, non è ancora niente, perché è troppo giovane per richiamare i ricordi e attirare gli “spiriti del luogo”.

Se pure aleggiano fantasmi, sono le mansuete entità abitatrici delle paludi e degli stagni… a me, invece, servono le anime umane.

Anime che abbiano scrutato in profondità, ed afferrato il significato di ciò che vedevano.

Un artista dovrebbe abitare nel North End.

Se fosse davvero devoto all’arte, riuscirebbe a vivere tra i tuguri per amore delle tradizioni popolari.

Dio, amico mio! Ma non vedi che quartieri come quello non sono stati meramente costruiti, e sono al contrario “cresciuti”? Lì hanno vissuto, hanno sentito e sono morte intere generazioni, in epoche in cui non si aveva paura di vivere, di sentire e di morire.

Lo sapevi che nel 1632 c’era un mulino, sopra Cop’s Hill, e che metà delle strade che usiamo tuttora fu tracciata prima del 1650? Potrei mostrarti abitazioni più vecchie di duecent’anni; abitazioni che sono sopravvissute a calamità che avrebbero letteralmente polverizzato una casa di oggi.

Cosa possono sapere gli uomini moderni del palpito e delle forze che battono dietro quei muri? Dici che la credenza nelle streghe di Salem fosse semplice superstizione, ma ti giuro che la mia trisavola ti avrebbe fatto cambiare parere.

Fu impiccata a Gallows Hill, con Cotton Mather che presenziava l’esecuzione dandosi un’aria importante.

Mather – sia dannato! – aveva paura che qualcuno potesse  ribellarsi a quel soffocante moralismo puritano… Quanto mi sarebbe piaciuto se fosse caduto vittima di un sortilegio, e se qualcuno di notte gli avesse succhiato il sangue! Posso farti vedere la casa in cui abitava, ed un’altra in cui temeva di entrare a dispetto dei suoi pomposi discorsi.

Era a conoscenza di cose che non ebbe l’ardire di scrivere in quel suo libro idiota, Magnalia, o nel secondo volume, anche più imbecille dell’altro, Gli Arcani del Mondo Invisibile.

Dimmi una cosa: sapevi che un tempo, sotto il West End, esistevano delle gallerie che mettevano in comunicazione le case e che sboccavano al cimitero e al mare? In superficie le persecuzioni proseguivano: ma sotto la terra seguitavano a verificarsi fenomeni incontrollati, e di notte si sentivano risate delle quali si ignorava la provenienza.

Caro mio, tra le case erette prima del 1700 che sono ancora in piedi, otto su dieci scommetterei che celano qualcosa di molto particolare in cantina.

Sul giornale leggiamo tutti i mesi di lavori stradali che riportano alla luce gallerie murate e catacombe chiuse sotto le fondamenta di certe vecchie costruzioni: l’anno scorso, dalla ferrovia sopraelevata, si vedeva un antico tunnel.

In quei botri dimoravano le streghe con i loro sortilegi, i pirati con i loro bottini, i contrabbandieri, i corsari: quella sì che era gente capace di vivere oltrepassando i limiti della vita! Non esisteva un solo mondo, quello visibile, per chi aveva coraggio ed intelligenza! E guarda oggi gli uomini, con quei teneri cervellini sensibili! Persino i membri di un circolo artistico sprofondano in un attacco isterico davanti ad un dipinto che non rispetta l’etichetta richiesta da un tavolo da tè di Beacon Street! Ci è rimasta soltanto la fortuna che questa gente è troppo imbecille, per andare ad indagare più in profondità nel passato.

Che cosa ti mostrano del vero North End, tutte le carte e le guide turistiche? Mah! Scommetto che potrei portarti in una quarantina di viuzze e vicoli a nord di Prince Street della cui esistenza sono al corrente al massimo dieci persone, eccettuati ovviamente gli innumerevoli stranieri che vi si sono rifugiati.

Ma che ne sanno, questi nuovi venuti, del loro significato? No, Thurber: quei vecchi posti ti fanno sognare, e palpitano di visioni, di paure e di evasioni dall’ordinario, ma non c’è una sola persona che li comprenda e che ne apprezzi l’incanto.

Anzi, una ne esiste, io: se mi sono messo ad indagare nel passato, non è stato difatti per una sorta di fissazione.

Ascoltami: sto per rivelarti una cosa importante.

Se ti dicessi che laggiù ho un altro studio, dove riesco ad afferrare lo spirito notturno di antichi terrori e a ritrarre soggetti che neanche sapresti immaginare, in Newbury Street? Mi auguro che non lo andresti a riferire a quei bigotti del Circolo, con quel Reid maledizione a lui – che mi parla alle spalle dipingendomi come una specie di mostro venuto fuori da un’evoluzione a ritroso! è vero, Thurber: diverso tempo fa, decisi che anche il Terrore, e non soltanto le cose belle, andava raffigurato.

Fu per questo che cominciai a gironzolare in luoghi dove ritenevo che potesse nascondersi.

Ho affittato una casa la cui esistenza è nota soltanto a me.

Come distanza fisica, è abbastanza vicina alla sopraelevata; quanto ad atmosfera, invece, è lontana anni luce.

L’ho scelta per via della curiosa galleria murata che ho trovato in cantina: sai, una di quelle di cui ti parlavo.

Dal momento che sta per crollare, non si trovavano affittuari: ho quasi vergogna a dirti quanto pago.

Le finestre sono state sprangate, ma la cosa mi aggrada, perché non mi necessita luce solare per il mio lavoro.

Dipingo in cantina, dove ho maggior ispirazione, e le tele ultimate le metto in altre stanze a pianterreno.

La casa appartiene ad un siciliano, e l’ho presa sotto il nome di Peters.

Se ti va, stanotte ti ci porto.

Sono sicuro che i dipinti ti piaceranno, poiché lì, come ti accennavo, mi sento completamente libero.

Non è eccessivamente distante.

A volte ci vado a piedi, per non rischiare di suscitare curiosità arrivando in tassì in un quartiere del genere.

Possiamo prendere il trenino locale per Battery Street alla stazione sud; quando saremo arrivati lì, ci resterà solo poca strada da percorrere a piedi.

” Dopo un simile discorso, feci fatica a reprimere l’impulso di correre in cerca di un tassì, Eliot.

Ci recammo alla stazione sud della sopraelevata, ed intorno a mezzanotte avevamo già sceso le scale di Battery Street e superato il molo di Constitution Wharf.

Non notai i nomi dei vicoli, perciò non so come si chiamasse quello che imboccammo; comunque,  sono certo, che non si trattava di Greenough Lane.

Una volta girato l’angolo, ci ritrovammo nel vicolo più vecchio  e più lurido che io abbia mai visto.

I muri delle case erano cadenti, le microscopiche finestre avevano i vetri rotti, ed i fumaioli nerissimi profilavano le loro forme grottesche verso un cielo illuminato dalla luna.

Sono convinto che tre di quelle case, come minimo, fossero state costruite all’epoca di Cotton Mather.

Ce n’erano due con un tetto talmente antiquato, che neppure gli antiquari crederebbero alla loro esistenza nella Boston odierna.

Superato quel vicolo, che era rischiarato da una debole illuminazione, prendemmo a sinistra per un’altra viuzza sempre così silenziosa e persino più angusta, e del tutto priva di illuminazione: dopo due secondi si fece tortuosa e sprofondò  completamente nel buio.

Dopo un po’, Pickman accese una torcia tascabile e la puntò su una porta antichissima fatta a dieci pannelli, dall’aspetto tarlato.

Aprendola, mi fece entrare in un corridoio spoglio che un tempo, probabilmente, era tutto rivestito di legno scuro di quercia; un ambiente austero, naturalmente, ma di grande suggestione e che sembrava risalire ai tempi di Andros, Phipps, e della stregoneria.

Quindi mi condusse in una stanza sulla sinistra, accese un lume a petrolio, e mi invitò a mettermi a mio agio.

Vedi, Eliot, posso ritenermi quello che viene comunemente definito un tipo “navigato”, ma ti confesso che quello che vidi sulle pareti di quella camera mi fece sussultare.

Erano i suoi dipinti, quei quadri che non poteva né concepire, né mostrare a Newbury Street; e Pickman aveva avuto perfettamente ragione quando aveva detto che in quella casa si sentiva “completamente  libero” di creare.

Ecco, prendi un altro bicchiere… ci vuole proprio.

Non cercherò di spiegarti a cosa somigliassero, poiché erano sconvolgenti, ma posso dirti che raffiguravano il più empio orrore! Da semplicissime linee, indescrivibili a parole, emanavano una ripugnanza disgustosa ed un lezzo micidiale.

Non si trattava né della tecnica esotica di un Sidney Sime, né dei paesaggi transaturniani o dei funghi lunari di un Clark Ashton Smith che ti agghiacciano il sangue.

No, gli scenari erano per lo più cimiteri, folte boscaglie, rocce a strapiombo sul mare, gallerie di mattoni, vecchie stanze, o semplici arcate in muratura.

Il cimitero di Copp’s Hill, che non doveva distare molto dall’abitazione stessa, era lo sfondo prediletto.

Follia ed efferata malvagità, però, si sprigionavano principalmente  dalle figure messe in primo piano, in quanto l’arte macabra  di Pickman si sostanziava soprattutto di personaggi demoniaci.

Queste figure erano di rado completamente umane, tuttavia si avvicinavano all’umano in numerosi aspetti differenti.

I corpi erano prevalentemente a due zampe e curvati in avanti, ed avevano una vaga sembianza canina; l’abbigliamento consisteva in sudici stracci sbrindellati.

Che schifo! Mi torturano ancora la fantasia! Quanto a ciò che facevano… ti prego di non esigere da me troppa esattezza.

Diciamo che in linea di massima mangiavano, e non sto a dirti cosa.

In certi dipinti erano ritratti in gruppo nei cimiteri o nei sottopassaggi della sotterranea e, spesso, lottavano con la loro vittima.

E quale espressività infernale era riuscito ad infondere Pickman in quelle facce prive di occhi, mentre consumavano i loro truculenti banchetti! In altre tele, li si vedeva invece piombare di notte dalle finestre aperte, oppure accovacciarsi sul petto dei dormienti per succhiargli il sangue.

In un quadro c’era un gruppetto che ululava contro una strega che veniva impiccata su Gallows Hill, la quale somigliava incredibilmente a loro.

Non devi pensare, però, che quei soggetti e quei truci scenari mi facessero impressione.

Non sono un bambino, ed avevo già visto numerosi dipinti di quel genere.

Erano le facce, Eliot, quelle facce beffarde che ti fissavano truci dalle tele palpitanti di vita.

Dio Onnipotente, amico mio: sono convinto che “erano” vive! Quell’empio necromante aveva evocato col colore le fiamme stesse dell’inferno, ed un incubo aveva guidato la sua mano.

Passami quella bottiglia, Eliot! C’era un quadro che si intitolava La lezione… che il Cielo mi protegga, adesso che l’ho visto! Eliot, riesci ad immaginare una cerchia di quelle creature indescrivibili, dall’aspetto canino, tutte accucciate in un cimitero, a dare lezione ad un bambino perché impari a nutrirsi come loro? Credo che il bambino fosse stato rapito.

Conosci la vecchia leggenda del Popolo Fatato, che sostituisce i fanciulli che dormono nelle culle con la progenie della sua specie? Pickman, nel suo quadro, aveva mostrato che fine fanno quei bambini, come vengono allevati, e fu allora che iniziai ad intuire che esisteva un orrendo collegamento tra le facce umane e quelle non umane.

Ricorrendo a tutte le sfumature del Macabro, Pickman aveva delineato, stabilendo un ripugnante rapporto tra l’umano e  l’umano abbrutito, l’evoluzione finale dell’uomo.

Quelle oscenità canine erano i discendenti dell’umanità! Poi, mentre riflettevo su che cosa sarebbe successo ad uno di loro lasciato nella culla al posto del bambino umano, mi cadde lo sguardo su un dipinto che delucidava il mio pensiero.

Ritraeva  l’interno di un’antica casa puritana: era una stanza luminosa con le inferriate alle finestre, con un cassettone e pochi mobili semplicissimi del Seicento, dove si era radunata la famiglia  per ascoltare il padre che leggeva passi della Bibbia.

L’espressione di ogni volto era rigida ed austera; c’era un viso, però, che sembrava farsi beffe di tutti i presenti.

Apparteneva ad un ragazzo ritenuto da tutti figlio di quel devoto padre, ma aveva, invece, lo stampo di quelle creature abominevoli.

Era la faccia di uno dei figli di quegli esseri lasciato al posto di un fanciullo umano e, con il massimo dell’ironia, Pickman aveva voluto dargli dei lineamenti molto simili ai suoi.

Intanto l’artista aveva acceso un lume nella stanza vicina, e stava tenendo aperta la porta per me in caso volessi vedere i suoi “studi moderni”.

Quello che pensavo veramente in quel momento non potevo dirglielo; ero in preda ad una nausea e ad un terrore tremendi.

Suppongo che lui, invece, credesse di aver trovato in me qualcuno che finalmente lo capiva e che apprezzava  il suo lavoro.

E torno a puntualizzare, Eliot, che non sono una femminuccia che si spaventa subito.

Sono un uomo che ha fatto molte esperienze, ed in Francia avrai sentito diverse cose, sul mio conto, che dimostrano che non sono affatto un tipo facilmente impressionabile.

E ricorda, anche, che mi ero appena riavuto dalla vista di quei dipinti terrificanti che avevano trasformato il New England dei nostri padri in una sorta di anticamera dell’Inferno.

Ciò che vidi in quella stanza, mi fece lanciare un urlo irrefrenabile,  e fui costretto ad aggrapparmi alla porta, per non svenire.

Nelle tele precedenti avevo visto frotte di diavoli e di streghe brulicare nel mondo dei nostri avi: questa qui, invece, introduceva l’orrore nella compagine della stessa vita moderna! Signore Iddio, quale opera aveva dipinto mai quell’uomo! Una tela si intitolava Sciagura nella sotterranea, e ritraeva una masnada di quegli esseri ripugnanti che sbucava da un tunnel dopo avere rotto la pavimentazione della stazione metropolitana di Boylston Street per assalire un gruppo di viaggiatori che aspettavano il treno.

In un altro dipinto si vedeva, invece, una danza macabra tra le lapidi dell’odierno cimitero di Copp’s Hill.

C’erano anche altre tele, le quali raffiguravano miriadi di cantine infestate da orrende abominazioni che, uscendo strisciando dai buchi e dalle crepe delle pareti, si acquattavano ghignando dietro le damigiane o le caldaie in attesa della prima preda giunta dalle scale.

Un quadro orribile dipingeva un’ampia zona scoscesa di Beacon Hill, tutta bucherellata da tane e cunicoli, dai quali sgusciavano fuori orde di mostruosità putride e balzellanti.

Ampio spazio veniva dedicato a danze che si svolgevano nei nostri cimiteri.

In particolare, tuttavia, mi disturbò una scena: raffigurava una cripta sconosciuta, dove torme di quegli esseri si erano raccolte intorno ad uno di loro che aveva in mano una famosa guida di Boston, e che forse la stava leggendo ad alta voce.

Tutte le creature si massaggiavano la pancia, ed avevano le facce talmente contorte da strilli e risate epilettiche, che mi parve di sentirne l’eco.

Il quadro si intitolava: Holmes, Lowell e Longfellow riposano in pace sul monte Auburn.

Nel frattempo cominciavo ad abituarmi a quella nuova stanza degli orrori, e mi sforzai di capire che cos’era a darmi tanta nausea.

Prima di tutto, riflettei, trovavo quegli esseri repellenti perché mostravano un Pickman sconvolgentemente disumano e spietato.

Quell’uomo doveva odiare il genere umano, se indugiava con simile accanimento in immagini in cui il cervello e la carne degli uomini venivano straziati, per compiacersi addirittura  del loro degrado! Secondariamente, trovavo terrificante il sublime realismo di quelle tele: quale genialità artistica veniva raggiunta! Quei  demoni parevano vivi! La cosa più stupefacente di tutte, però, era il fatto che Pickman non ricorreva a tecniche pittoriche particolari o inconsuete.

Nulla veniva modificato o alterato nei suoi dipinti: ogni tratto era esatto e realistico, ed il modo in cui spiccavano i più minuti particolari ti faceva quasi star male.

E quelle facce! Dio, quelle facce! Non era una visione soggettiva dell’artista, quella che appariva, no: in quei dipinti veniva ritratta l’essenza stessa del caos, con la trasparenza del cristallo ed il più assoluto realismo.

Era questo, Dio Onnipotente! Quell’uomo non si abbandonava a idealizzazioni romantiche, e neanche intendeva rendere sulla tela l’inafferrabile sfaccettatura dei sogni.

Con freddezza e distacco, dipingeva al contrario un mondo di orrori tangibilissimo, reale e meccanico, da lui visto con oggettività; esattezza e senza nessuna paura.

Sa il cielo in che luogo potesse esistere quel mondo, o da dove prendesse ispirazione per ritrarre quegli esseri empi ed osceni che lo infestavano saltando, strisciando, scavando.

In ogni modo, a qualunque modello si rifacesse per creare quelle scene sconvolgenti, una cosa era certa: da ogni punto di vista, sia nelle idee che nella tecnica, Pickman era un realista meticoloso, analitico e quasi scientifico.

Adesso il pittore mi stava conducendo allo studio che aveva sistemato vicino alla cantina, precedendomi, mentre io mi  facevo incredibilmente forza per riuscire a superare quelle tele incomplete davanti alle quali stavamo passando.

Quando fummo arrivati alla fine di quella scala tutta inzaccherata, Pickman illuminò con la torcia un punto preciso  dell’ambiente spazioso in cui ci trovavamo, e la luce rivelò un cerchio di mattoni che sembrava l’imbocco di un pozzo scavato nel terreno.

Avvicinandomi, notai che l’apertura doveva misurare un diametro di circa due metri e mezzo, e che si elevava dal terreno una quindicina di centimetri.

Se non mi sbagliavo, il tunnel doveva risalire al Seicento.

Pickman mi comunicò che era quella la galleria di cui mi aveva parlato, e che era collegata a tutta una rete di tunnel che correvano sotto la collina.

Vidi che l’imbocco non era stato cementato, e che lo chiudeva, invece, una pesante botola di legno.

Mi venne la pelle d’oca al pensiero di quante potessero essere le diramazioni di quella galleria, se ciò che mi aveva detto Pickman in proposito era vero.

Poi mi voltai e lo seguii.

Attraversando una porta molto angusta, giungemmo in un locale molto ampio, adibito a studio, con la pavimentazione di legno.

Da una lampada ad acetilene proveniva la luce per poter lavorare.

Le tele non ancora finite posate sui cavalletti o appoggiate contro le pareti, erano orrende come quelle che avevo visto di sopra, ed erano dipinte con la medesima scrupolosità micidiale.

Le figure erano delineate con estrema accuratezza, e gli schizzi ancora a matita indicavano con quanta meticolosità Pickman calcolava proporzioni e prospettiva.

Quell’uomo era un genio! Continuo a sostenerlo malgrado le cose di cui sono a conoscenza.

Mi incuriosì una grande macchina fotografica posata sul tavolo.

Pickman mi spiegò che gli serviva per fotografare gli sfondi che avrebbe poi utilizzato per i suoi dipinti, evitando così di perdere tempo a girovagare per la città in cerca di una buona inquadratura.

Era dell’opinione che in pittura una fotografia costituisse un modello idoneo quanto un paesaggio naturale, e perciò se ne serviva normalmente.

Quegli schizzi e quei mostri ancora incompiuti che mi scrutavano in sordina da tutte le parti della stanza, mi mettevano addosso una strana inquietudine e, quando Pickman puntò  improvvisamente la torcia su un’enorme tela appoggiata in un angolo buio dello studio, non fui capace di trattenere un urlo… il secondo, per quella notte.

Questo rimbombò tra i muri tenebrosi di quella cantina umida e mefitica, ed io fui costretto a dominarmi per impedirmi una reazione che poteva trasformarsi in una risata isterica.

Dio onnipotente e misericordioso, Eliot! Non saprei dirti quanto fosse vero, o se non si trattasse piuttosto di un incubo.

Il mondo non può contenere sogni come quello! Era un’oscenità innominabile e gigantesca, con due occhi rossi e biechi, e stringeva tra le zampe nodose una cosa che un tempo doveva essere un uomo, rosicchiandogli il cranio come un bambino mordicchia un bastoncino di zucchero.

Era accovacciato, tuttavia, se lo guardavi bene, sembrava che potesse mollare la sua preda da un momento all’altro per procurarsi un pranzetto più invitante.

Maledizione però, Eliot, non era il soggetto infernale a rendere quella tela la sintesi ultima di ogni orrore… e non erano neppure quella faccia canina e quelle orecchie a punta, né quegli occhi iniettati di sangue, né quel naso schiacciato o quelle labbra gocciolanti di bava.

E non erano neanche quelle zampe scagliose, quel corpo gelatinoso, o quegli artigli semisollevati.

No, non era niente di tutto questo, pur se un dettaglio solo di quelli sarebbe bastato a far uscire di senno una persona suggestionabile.

Era la tecnica, Eliot! Quella sua tecnica infame, spietata e disumana! Mai, in tutta la mia esistenza, avevo visto una tela palpitare di vera vita! Avevi la sensazione che l’odioso colosso fosse lì con te! Ti scrutava torvo e digrignava le zanne.

Mi venne in mente che solo un sovvertimento delle leggi naturali aveva potuto rendere possibile che un uomo riuscisse a dipingere una cosa del genere senza ispirarsi ad un modello… senza avere mai visto l’inferno, perché solamente chi ha venduto l’anima al Diavolo può vedere l’abisso.

Appuntato in un angolo vuoto della tela, c’era un rotolino di carta.

Forse, pensai, era una fotografia, che Pickman aveva messo là per ritrarre uno sfondo spaventoso adatto a quel mostro.

Allungai una mano, tolsi la puntina e stirai il rotolino, quando vidi Pickman sussultare inaspettatamente.

Era rimasto con tutti i sensi vigili, da quando il mio urlo di terrore aveva creato misteriosi rimbombi in quella cantina buia, e adesso pareva in preda ad una paura che, pur se non era assolutamente paragonabile alla mia, sembrava più concreta che psicologica.

Prese una pistola e mi fece cenno di restare in silenzio, quindi si diresse verso la cantina principale chiudendo la porta alle sue spalle.

Per qualche secondo rimasi impietrito.

Tendendo l’orecchio, come prima aveva fatto Pickman, ebbi l’impressione di distinguere un leggero rumore precipitoso, e subito dopo diversi colpi che venivano da una direzione che non riuscii a localizzare.

Pensai che ci fossero dei grossi topi, e provai ribrezzo.

Poi si sentì un rumore che mi fece rabbrividire, un rumore circospetto, ovattato e ripetuto, indescrivibile a  parole.

Somigliava a quello di una botte caduta su una pietra o su un mattone.

Una botte caduta su un mattone: mi ricordava qualcosa.

Subito dopo venne ripetuto, ma stavolta era più forte.

Seguì un rimbombo come se fosse caduta una botte più grossa.

Poi si udì una specie di stridio, un urlo disumano lanciato da Pickman, ed una scarica conclusiva di sei colpi di pistola fatti esplodere con lo stesso effetto provocato sull’emozionatissimo pubblico dalla pistola di un domatore di tigri.

Subito dopo ci fu uno strillo roco e rotto, seguito da un tonfo sordo.

Rumore di altre botti che si sfasciavano sui mattoni, un breve silenzio, ed infine una porta che si apriva.

In quel momento, devo essere sincero, trasalii visibilmente.

Ricomparve Pickman con il revolver ancora fumante, maledicendo  i ratti che infestavano il vecchio sotterraneo.

“Sa l’Inferno di cosa si nutrono, Thurber”, rise, “quei vecchi tunnel una volta arrivavano al cimitero, ai covi delle streghe ed alla costa.

In tutti i modi, sono scappati dalle gallerie con una fretta maledetta.

Forse li hanno spaventati i tuoi urli.

Bisogna essere prudenti, in questi decrepiti tuguri.

I nostri amici topi costituiscono un piccolo problema, ma a volte creano un po’ d’atmosfera e di colore.

” E così, Eliot, siamo arrivati all’epilogo della nostra avventura notturna.

Pickman mi aveva fatto la promessa di farmi vedere la casa, e Dio solo sa se l’aveva mantenuta! Mi guidò per quel dedalo di viuzze prendendo una direzione diversa da quella dell’andata, in quanto, quando scorgemmo un lampione stradale,  ci ritrovammo in una via familiare, spezzata da file di vecchi caseggiati di mattoni tutti uguali e di costruzioni più moderne.

Ci trovavamo in Charter Street, ma lo capii solo più tardi: in quel momento ero troppo stravolto per rendermene conto.

Si era fatto troppo tardi per la sopraelevata, e allora ci incamminammo verso Sud, prendendo per Hannover Street.

Quella camminata mi è rimasta impressa.

Svoltammo in Temont  Street per Beacon Hill, e Pickman si accomiatò da me all’angolo di Joy Street, dove io girai per tornare a casa.

Con lui non parlai più.

Vuoi sapere perché ruppi ogni rapporto? Non essere impaziente.

Adesso ci facciamo portare il caffè.

Abbiamo bevuto parecchio, ed un buon caffè ci sta proprio bene.

No, il motivo non furono le tele che avevo visto in quella casa, sebbene sarebbero bastate a far espellere Pickman da ogni casa ed ogni club di Boston.

Credo che adesso non ti stupirai più della mia fobia di scendere  nei sottopassaggi della metropolitana e negli scantinati.

Fu una cosa che mi ritrovai in tasca la mattina dopo.

Sai, quel rotolino appuntato su quell’osceno dipinto che vidi in cantina; quella che credevo una fotografia di uno scenario che Pickman avrebbe utilizzato come sfondo per la sua bestia.

Non immaginavo  che mi aspettava un nuovo orrore: ed esso mi si palesò quando ebbi stirato bene la fotografia che, mettendola in tasca, avevo spiegazzato.

Ah, arriva il caffè.

Ti consiglio di prenderlo scuro, Eliot.

Sì, fu la fotografia la causa della mia rottura definitiva con Pickman: Richard Upton Pickman, il più grande artista che abbia mai conosciuto e l’essere più turpe che abbia mai varcato i limiti dell’esistenza per scandagliare l’abisso della leggenda e della follia.

Eliot, il vecchio Reid non si era sbagliato.

Pickman non era più completamente umano: un po’ perché era nato in una strana ombra, un po’ perché aveva trovato il sistema per aprire la porta proibita.

Ormai non ha più importanza, visto che se n’è andato…  inghiottito dalla tenebrosa oscurità cui anelava tanto.

Ecco, accendiamo le candele.

Ti prego di non chiedermi cosa devo aver bruciato.

E non domandarmi neppure chi fossero veramente quegli esseri degli abissi che Pickman volle far passare per topi.

Vedi, esistono dei segreti che risalgono ai tempi di Salem, e Cotton Mather ha narrato storie persino più insolite.

Tu sai quale potente espressività avessero i quadri di Pickman, e come ci chiedessimo tutti da dove diavolo prendesse l’ispirazione, per quelle facce.

Ebbene: quella non era la fotografia di un paesaggio.

Era il primo piano di quell’orrenda creatura che Pickman stava ritraendo su quella tela disgustosa.

Immortalava il modello che il pittore stava usando per il  dipinto.

Lo sfondo c’era, ma era rappresentato da una delle pareti dello studio.

Il Cielo mi aiuti, Eliot: quella FOTOGRAFIA ERA STATA SCATTATA DALLA REALTà!

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H.P. Lovecraft – Due bottiglie Nere (Two Black Bottles)

Tra i pochi abitanti rimasti a Daalbergen, un desolato paesino situato tra i monti Ramano, non tutti sono convinti che mio zio, il vecchio reverendo Vanderhoof, sia veramente morto.

Qualcuno crede, infatti, che aleggi in qualche posto, tra inferno e paradiso, per via della maledizione del vecchio sagrestano.

Se non ci si fosse messo quell’incartapecorito negromante, forse reciterebbe ancora la messa nella sua umida chiesetta oltre la brughiera.

Dopo quello che mi è successo a Daalbergen, riesco a capire benissimo il convincimento degli abitanti del paese: anche se non sono persuaso che mio zio sia morto, ho la massima certezza che non si trovi in questo mondo.

è un fatto inconfutabile che il vecchio sagrestano l’abbia seppellito, ma ora non è più dentro la tomba.

Avverto quasi la sua presenza alle mie spalle, mentre sono qui che scrivo, per esortarmi a raccontare la verità sugli strani fatti che avvennero a Daalbergen tanti anni fa.

Giunsi a Daalbergen il 4 di ottobre, chiamato da una lettera di un parrocchiano di mio zio, il quale mi scriveva che il reverendo  era morto e che mi spettava un piccolo podere di cui, essendo il solo parente in vita, ero diventato l’unico erede.

Una volta arrivato in quel paesino sperduto, dopo aver preso un’interminabile serie di treni locali, mi diressi alla drogheria di Mark Haines, il mittente della lettera.

L’uomo mi portò nel suo asfissiante retrobottega, e lì mi sciorinò una stramba storia sulla morte del reverendo Vanderhoof.

“Stia in guardia, Hoffman”, mi disse Haines, “quando incontrerà  quel vecchiaccio di un sagrestano, Abel Foster.

Se la intende con il Demonio, sicuro come lei è vivo.

Sam Pryor, saranno due settimane fa, passando davanti al vecchio cimitero lo ha sentito parlare con i morti.

Non aveva un atteggiamento normale, e Sam giura di aver sentito una voce che gli rispondeva… una voce stranamente strozzata, come se provenisse da una tomba.

Ci sono anche altre persone che potrebbero raccontarle di averlo visto vicino alla tomba del vecchio reverendo Slott, quella sotto il muro della chiesa, che si sfregava le mani e parlava al muschio della lapide come se avesse davanti il  reverendo in persona!” Quel Foster, proseguì Haines, era venuto a Daalbergen all’incirca dieci anni prima, ed il reverendo Vanderhoof gli aveva dato subito lavoro, assegnandogli il compito di badare alla chiesa che, benché umida, raccoglieva quasi tutti gli abitanti del paese.

Ad eccezione di Vanderhoof, Foster non era simpatico a nessuno, perché la sua presenza ispirava un’inesplicabile repulsione.

Quando i parrocchiani entravano in chiesa, a volte si metteva vicino alla porta e salutava in modo viscido, provocando negli uomini un rapido inchino in risposta ed una specie di fuga nelle donne, che raccoglievano anche le gonne per  timore di sfiorarlo.

Impegnava la settimana a tagliare l’erba nel cimitero e a curare i fiori sulle tombe, a volte canticchiando, altre brontolando.

Quasi tutti, poi, si erano accorti di quante cure riservasse alla tomba del vecchio reverendo Guilliam Slott, che era stato il primo pastore della chiesa nel 1701.

Foster era ormai un personaggio, in paese, quando cominciarono i problemi.

Il primo fu il fallimento della miniera, che dava lavoro a gran parte degli uomini.

Si era esaurito il filone di ferro, obbligando molti a trasferirsi altrove; chi possedeva, invece, della terra sulle colline circostanti, si dedicò all’agricoltura, ricavando ben miseri guadagni dal raccolto prodotto da quel suolo pietroso.

Quindi fu la volta degli inspiegabili fatti in chiesa.

Il reverendo Johannes Vanderhoof, stando ai sussurri che si bisbigliavano, doveva aver fatto un patto con il Diavolo, diventando il suo portavoce nella casa stessa del Signore.

Le sue prediche, infatti, erano diventate bizzarre ed insolite, ed avevano assunto una fosca colorazione che la gente ignorante di Daalbergen non capiva.

Evocava nelle menti antiche paure e superstizioni ataviche, parlando di spiriti nefandi ed invisibili ed impressionando la gente con storie di vampiri che vagavano inquieti nella notte.

I parrocchiani cominciarono lentamente a dileguarsi, mentre anziani e diaconi imploravano Vanderhoof di affrontare altri argomenti, durante le prediche, ma invano.

Perché, nonostante le sue ripetute promesse di smetterla, il vecchio sembrava dominato da un qualche oscuro potere che lo obbligava ad eseguire i suoi voleri.

Con tutta la sua enorme altezza, Johannes Vanderhoof non faceva mistero del proprio carattere pavido e debole; eppure, nonostante la paventata minaccia di essere cacciato via, seguitò a predicare i suoi strambi sermoni, finché non rimase che uno sparuto gruppo di fedeli ad andarlo ad ascoltare in chiesa la domenica mattina.

A causa delle ristrettissime finanze, non si poteva chiamare un altro Pastore, e in breve tempo nessun abitante del paese ebbe più il coraggio di avvicinarsi alla chiesa e all’annessa casa parrocchiale.

Erano tutti terrorizzati dagli esseri sinistri con cui Vanderhoof sembrava tanto in familiarità.

Mio zio, mi comunicò Mark Haines, aveva seguitato a vivere nella casa parrocchiale solo perché a nessuno era venuto il coraggio di scacciarlo.

In giro non lo si vedeva più, ma di notte brillavano delle luci nella parrocchia e, qualche volta, anche in chiesa.

Al villaggio si mormorava che Vanderhoof, tutte le domeniche mattina, si ostinasse a predicare senza rendersi conto che i parrocchiani non erano più in chiesa ad ascoltarlo.

L’unica persona che ancora badava a lui era il sagrestano, che dormiva nella cantina della chiesa, e Foster scendeva tutte le settimane all’ormai semiabbandonato centro commerciale per fare rifornimento.

Non aveva più quel modo viscido di inchinarsi alla gente: al contrario, sembrava covare un odio infernale e mal represso nei confronti di tutti.

Non rivolgeva la parola a nessuno, ad eccezione dei commercianti e, quando camminava in strada, scrutava ad occhi stretti a destra e sinistra battendo il bastone sulla pavimentazione dissestata.

Con la sua figura ricurva e decrepita, faceva sentire la sua presenza a chiunque gli passasse vicino: aveva una personalità talmente forte che, bisbigliava la gente, aveva soggiogato Vanderhoof rendendolo servo del Demonio.

Tutti gli abitanti di Daalbergen erano convinti che fosse Abel Foster la causa principale delle sciagure del paese, ma nessuno aveva il coraggio di dirgli niente, o addirittura di avvicinarsi a lui senza tremare.

Il suo nome, come quello di Vanderhoof, non veniva mai pronunciato ad alta voce.

E si sussurrava sempre quando si parlava della chiesa oltre la brughiera; se la conversazione capitava poi di notte, ci si voltava in continuazione per assicurarsi di non avere alle spalle qualche essere strisciante e maligno che veniva ad ascoltare il discorso.

Il camposanto era sempre verde e ben tenuto, ed i fiori che ornavano le tombe ricevevano le medesime cure di quando la chiesa veniva frequentata.

Certe volte si vedeva al lavoro l’antico sagrestano, come se ricevesse ancora un compenso, e chiunque osasse avvicinarsi, riferiva che il vecchio conversava incessantemente con il Demonio e con gli spiriti nascosti tra le mura del cimitero.

Una mattina, proseguì Haines, avevano visto Foster scavare una tomba nel punto esatto in cui, prima di sparire dietro la montagna e immergere il paese nel crepuscolo, il sole pomeridiano proietta l’ombra del campanile.

Poi la campana della chiesa, che non veniva suonata più da mesi, aveva battuto per mezz’ora grevi rintocchi.

E tutti coloro che a quell’ora si erano trovati a guardare da lontano, avevano visto Foster trasportare con una carriola una bara che proveniva dalla casa parrocchiale, gettarla nella tomba senza troppo garbo e ricoprire di terra la fossa.

Il mattino seguente il sagrestano era sceso in paese prima del solito, e con una migliore predisposizione.

Stranamente loquace,  aveva annunciato che Vanderhoof era morto il giorno prima e che lui l’aveva seppellito accanto al reverendo Slott, sotto il muro della chiesa.

Mentre parlava, a tratti sorrideva e si sfregava le mani con un’allegria quasi offensiva, date le circostanze.

Chiaramente la morte di Vanderhoof lo faceva esultare malignamente di diabolico godimento.

I paesani trovarono in lui qualcosa di ancora più sinistro, e si tennero lontano il più possibile.

Ora che Vanderhoof era morto, i loro timori erano cresciuti, perché non c’era più  nessuno ad impedire al vecchio sagrestano di lanciare i più infami incantesimi sul paese dalla chiesa oltre la brughiera.

Foster fece ritorno alla casa parrocchiale seguendo la strada della palude: prima di andarsene, biascicò delle parole in una lingua sconosciuta.

Era stato allora che Mark Heines aveva ricordato di aver sentito il reverendo Vanderhoof parlare di un suo nipote, vale a dire di me.

Con la sua lettera, mi aveva chiesto di venire nella speranza che potessi rivelare qualche informazione che spiegasse  il mistero degli ultimi anni di vita di mio zio.

Gli comunicai che invece, purtroppo, di mio zio e del suo passato non ne sapevo nulla: ricordavo soltanto che mia madre ne aveva parlato, una volta, come di un uomo eccezionalmente alto ma piuttosto pavido e molle.

Quando Haines concluse il suo racconto, riportai giù le gambe anteriori della sedia e lanciai un’occhiata all’orologio: era pomeriggio inoltrato.

“La chiesa è molto lontana?”, volli sapere.

“Ritiene che possa arrivarci, prima del tramonto?” “Ragazzo mio, non vorrà mica andarci di sera! Non in quel posto!” Il vecchio tremava tutto; inclinando in avanti la sedia, allungò una mano scheletrica per fermarmi.

“è una follia!”, esclamò.

La paura che aveva addosso mi fece sorridere, e gli comunicai che ero assolutamente deciso a conoscere quella sera stessa il vecchio sagrestano e a risolvere la faccenda il più presto possibile.

Non potevo credere alle storie superstiziose di quegli zoticoni di campagna, ed infatti mi ero convinto che tutto quello che avevo sentito era soltanto un modo per trovare un’unica giustificazione fantasiosa per tutte le disgrazie occorse al paese.

Non avevo alcuna paura, né orrore.

Quando comprese che mi sarei veramente recato alla casa di mio zio prima di sera, Haines mi accompagnò fuori dal bugigattolo che gli faceva da ufficio e, a denti stretti, mi indicò come arrivarvi, interrompendo di continuo le sue spiegazioni con la preghiera di desistere dal proposito.

Quando andai via mi strinse la mano come se sapesse che non mi avrebbe più rivisto.

“Cerchi di non farsi catturare da quel vecchiaccio di Foster!”, ripeté più volte.

“Io, di notte, non lo avvicinerei per tutto l’oro del mondo.

Nossignore!” Rientrò nella drogheria, scuotendo tristemente la testa, mentre io mi mettevo su un sentiero che conduceva alla periferia  del paese.

Stavo camminando da appena due minuti, quando intravidi la brughiera di cui mi aveva parlato Haines.

La strada, fiancheggiata da uno steccato bianco, arrivava a ridosso della grande palude, dalla cui melma fangosa si protendevano alberi ed arbusti.

L’aria odorava di morte e putrefazione, e da quel fetido posto salivano leggeri vapori miasmatici anche alla luce del pomeriggio.

Quando arrivai sull’altro versante della brughiera, seguendo le indicazioni di Haines presi a sinistra, e imboccai un sentiero che si dipartiva dalla strada principale.

Nei dintorni notai diverse case: il loro squallido aspetto, mi rivelò l’estrema povertà dei loro occupanti.

In quel punto la stradina passava sotto grossi salici pendenti, i cui rami intricati assorbivano quasi completamente la luce.

Sentivo ancora entro le narici il fetore della palude, e l’aria era umida e fredda.

Allungai il passo per superare più in fretta quella lugubre galleria.

Finalmente riuscii alla luce.

Adesso il sole pareva un disco rosso sospeso sulla montagna, e cominciava a tramontare: in lontananza, di fronte a me, cinta da un alone rosso sangue, si ergeva la chiesa evitata.

Cominciai a provare l’inquietudine cui aveva accennato Haines, quell’inesplicabile paura che allontanava da quel posto tutti gli abitanti di Daalbergen.

La massa di pietra della costruzione, con il suo tozzo campanile, sembrava un idolo intorno al quale si prostravano supplici tutte le lapidi: ciascuna di esse era incurvata nella parte superiore, come le spalle di una persona in ginocchio, e la casa parrocchiale, tetra e grigia, pareva incombere come uno spettro.

Mentre osservavo il quadro, avevo rallentato un po’ il passo.

Ormai il sole si stava dileguando dietro la montagna, e l’aria umida mi fece rabbrividire.

Alzando il bavero della giacca, andai avanti.

Quando rialzai la testa, qualcosa attrasse la mia attenzione: nell’ombra gettata dal muro della chiesa c’era una cosa bianca… una cosa dalla forma molto vaga.

Avvicinandomi, e guardando meglio, mi accorsi che era una croce di legno, appena fatta, posta su un tumulo di terra fresca.

La scoperta mi accapponò la pelle.

Doveva trattarsi della tomba di mio zio: ma ebbi la netta sensazione che in quella fossa ci fosse qualcosa di diverso dalle altre.

Non sembrava una tomba morta.

Assurdo, ma sembrava viva.

.

, se si può dire che una tomba lo sia.

Avanzando ancora, vidi che accanto ad essa ce n’era un’altra, molto vecchia e sormontata da una lapide consumata.

Ripensando al racconto del vecchio Haines, supposi si trattasse della fossa del reverendo Slott.

Sul posto non c’era il minimo segno di una presenza umana.

Alla luce del crepuscolo, salii sulla collinetta su cui poggiava la casa parrocchiale e bussai energicamente alla porta.

Non rispose nessuno.

Girai intorno alla casa e spiai dalle finestre: sembrava tutto deserto.

Il buio era sceso sulle montagne ad incredibile velocità nell’attimo in cui il sole era scomparso.

Constatai che il mio raggio visivo si era ridotto a pochi metri.

Avanzando a tentoni, girai l’angolo della casa e mi fermai, riflettendo sul da farsi.

Il silenzio era totale.

Non soffiava un alito di vento, e tacevano perfino gli animali notturni.

Mi ero leggermente tranquillizzato, ma quella quiete sepolcrale fomentò in me nuove paure.

Con la fantasia vedevo spettri terrificanti circondarmi e togliermi l’aria.

Tornai a domandarmi per la centesima volta dove si fosse cacciato il sagrestano.

Mentre rimanevo lì, titubante, preparato a vedere all’improvviso uno spirito diabolico uscire di soppiatto dal buio, mi accorsi che nel campanile della chiesa brillavano due finestre.

Ricordai quello che mi aveva detto Haines: Foster viveva nella cantina della costruzione.

Guardingo, andai avanti nell’oscurità, e trovai una porta laterale socchiusa.

L’interno era stagnante di muffa.

Qualunque cosa sfiorassi con le dita, mi arrecava una sensazione di gelo e di viscida umidità.

Sfregando un fiammifero, cercai di trovare un accesso al campanile, ma improvvisamente rimasi bloccato.

Da sopra veniva un canto forte e sguaiato, modulato da una voce alticcia e gutturale.

Mi scottai le dita con il cerino, che lasciai cadere.

Nel buio in fondo alla chiesa brillarono due guizzi luminosi e lateralmente, più in basso, vidi una porta dalla quale filtrava luce.

Il canto si interruppe improvvisamente così com’era cominciato, e tornò a regnare il totale silenzio.

Avevo il cuore in gola e il sangue mi martellava alle tempie.

Se la paura non mi avesse paralizzato, sarei fuggito di corsa.

Non pensando che potevo accendere un altro fiammifero, avanzai tra i banchi a tentoni per ritrovarmi, infine, davanti alla porta.

Ero talmente oppresso dall’angoscia, che mi pareva di muovermi in una specie di sogno, come se non fosse la mia volontà a dirigermi.

Quando abbassai la maniglia, scoprii che la porta era chiusa a chiave.

Bussai forte per qualche istante, ma senza avere risposta: totale silenzio come prima.

Seguendo il contorno della porta con le dita, individuai i cardini, li sollevai dai ganci e tirai verso di me, aprendo.

Da una scala ripida proveniva un lume.

L’ambiente era impregnato di un forte tanfo di whisky.

Adesso sentivo dei movimenti, lassù.

Coraggiosamente, azzardai un timido  saluto, cui mi parve rispondesse una specie di grugnito.

Cauto, salii la scala.

La prima impressione che riportai di quella stanza sacrilega fu sconcertante.

Dappertutto erano ammucchiati libri e vecchi manoscritti polverosi… oggetti strani che rivelavano d’essere irragionevolmente antichi.

Sugli scaffali, alti fino al soffitto, c’erano cose ripugnanti, conservate in barattoli e bottiglie: serpenti, lucertole e pipistrelli.

Ovunque polvere, muffa e ragnatele.

Al centro, dietro un tavolo su cui spiccavano una candela accesa, una bottiglia di whisky quasi finita ed un bicchiere, c’era una persona immobile dal viso affilato e raggrinzito, con due occhi vacui che mi fissavano senza vedermi.

Riconobbi immediatamente il vecchio sagrestano, Abel Foster.

L’uomo non si mosse e non disse neanche una parola mentre io, incerto, mi avvicinavo piano.

“Il signor Foster?”, domandai, tremando inspiegabilmente al suono della mia stessa voce.

La persona dietro il tavolo non mi rispose e non si mosse.

Forse era completamente ubriaco e non sentiva, così mi portai dall’altra parte del tavolo, per scuoterlo.

Non appena lo toccai su una spalla, il bizzarro vecchio balzò in piedi atterrito.

Posò gli occhi, ancora spiritati, su di me, quindi indietreggiò agitando le braccia.

“No!”, gridò.

“Non toccarmi! Vattene! Vattene via!” Compresi che, oltre ad essere ubriaco, era incredibilmente terrorizzato.

In tono gentile, gli spiegai chi ero e perché mi ero recato da lui.

Mi sembrò che vagamente capisse, e quindi si accasciò nuovamente sulla sedia, immobile.

“Ho pensato che fosse lui”, biascicò.

“Credevo che fosse venuto a prenderla.

Cerca di uscire… cerca sempre di uscire, da quando l’ho chiuso lì dentro.

” La sua voce divenne di nuovo isterica, poi si afferrò alla sedia.

“è possibile che adesso sia uscito! Forse ce l’ha fatta!” Mi voltai d’istinto, quasi preparato a vedere una figura spettrale  salire su per le scale.

“Ma chi è che sarebbe uscito?”, gli chiesi.

“Vanderhoof!”, urlò l’uomo.

“Tutte le notti la croce sulla sua tomba cade! Ogni mattino trovo la terra un po’ più smossa, ed è sempre più difficile spianarla.

Uscirà, ed io non potrò far niente! ” Lo obbligai a tornare seduto, ed io mi sistemai su una cassa, accanto a lui.

Era agitato da un terrore mortale, tremava e colava saliva dagli angoli della bocca.

A tratti il vecchio sagrestano ispirava anche a me la ripugnanza cui aveva accennato Haines.

In lui c’era veramente qualcosa di indefinibile.

Adesso aveva chinato la testa sul petto e sembrava più tranquillo: si limitava a mugugnare.

Andai ad aprire una finestra per cambiare l’aria e liberare la stanza da quell’odore di whisky e di putrescenza.

Dal punto in cui mi ero portato si poteva vedere la fossa del reverendo Vanderhoof  e, quando la guardai, sgranai gli occhi: la croce si era inclinata! Soltanto un’ora prima stava bella dritta, lo ricordavo bene.

Tornò ad assalirmi la paura.

Mi girai di colpo.

Foster era sempre seduto e mi fissava, ma ora con un’espressione più cosciente.

“E così lei è il nipote di Vanderhoof”, mormorò con una voce nasale.

“Allora è giusto che sappia tutto.

Molto presto, non appena sarà riuscito ad uscire dalla fossa, lui tornerà a cercarmi.

Tanto vale che le racconti tutto.

” Adesso sembrava sicuro di sé: non più terrorizzato, pareva piuttosto rassegnato ad accettare un destino orrendo che poteva  piombargli addosso da un momento all’altro.

Reclinò nuovamente  la testa sul petto e seguitò a cantilenare con quella voce nasale.

“Ha presente questi libri e tutti questi manoscritti? Be’, appartenevano al reverendo Slott… Il reverendo Slott abitava qui, anni fa.

è tutto collegato alla magia… la magia nera.

L’antico pastore la praticava prima ancora di arrivare qui.

Tutti quelli che sapevano certe cose venivano arsi vivi o bolliti nell’olio, ma il vecchio Slott non parlava mai con nessuno delle sue conoscenze.

No, il vecchio Slott predicava in questa chiesa, alcune generazioni fa, saliva quassù a studiare i libri, imparava ad utilizzare tutte quelle creature morte nei barattoli, recitava formule magiche e via di seguito, ma faceva tutto in gran segreto.

No, nessuno ne sapeva niente, a parte il reverendo Slott ed io.

” “Lei?”, fu la mia esclamazione, e mi sporsi sul tavolo verso di lui.

“Sì… o meglio, quando l’ebbi imparato anch’io”, mi rispose, e la sua faccia rugosa sorrise malignamente.

“Ho appreso tutte queste cose quando sono diventato il sagrestano della chiesa.

Venivo quassù a leggere quando ero libero, così ho imparato in fretta.

” Il vecchio proseguì la sua storia, affascinandomi nella narrazione.

Mi disse che aveva appreso le arcane formule della Demonologia  e che quindi, ricorrendo agli incantesimi, era in grado di lanciare fatture sulle persone.

Aveva eseguito i rituali occulti delle sue arti diaboliche, scagliando maledizioni sia sul paese che sui suoi abitanti.

Esaltandosi, aveva tentato di  lanciare un anatema perfino sulla chiesa, ma la potenza di Dio era troppo grande.

Accortosi della debolezza di volontà di Johannes  Vanderhoof, lo aveva stregato, costringendolo a tenere quei sermoni deliranti ed invasati che avevano tanto terrorizzato  le menti semplici dei contadini.

Mentre Vanderhoof predicava, lui lo fissava, mi disse, dall’alto  del campanile, nascosto dietro un quadro raffigurante le tentazioni di Cristo e posto sulla parete di fondo della chiesa, attraverso gli occhi del Diavolo i quali, in realtà, celavano due fori.

Terrorizzati dagli eventi inesplicabili occorsi, i parrocchiani, ad uno ad uno, avevano abbandonato la chiesa di Vanderhoof,  e Foster l’aveva avuta nelle sue mani.

“Ma cosa gli ha fatto?”, domandai intramortito, quando il sagrestano interruppe la propria confessione.

Il vecchio esplose in una risata sghignazzante, rovesciando divertito la testa come fanno gli ubriachi quando sono allegri.

“Ho preso la sua anima!”, esultò con una voce lugubre e terrificante.

“Ho preso la sua anima e l’ho chiusa in una bottiglia… una piccola bottiglia nera.

Poi l’ho seppellito! E visto che non ha l’anima, non può andare né in cielo, né all’inferno! Ma ora sta venendo a prenderla.

Sta cercando di uscire dalla fossa.

Lo sento… sta smuovendo la terra… è molto forte!” Mentre il vecchio mi raccontava tutta quella storia, avevo finito per credere che non fosse il delirio di un ubriaco, ma la verità.

Ogni minimo particolare corrispondeva a quello che avevo sentito da Haines.

Mi stava afferrando una paura incontrollabile.

Ebbi l’impulso di correre giù per le scale, di fuggire all’istante da quel posto maledetto, quando mi agghiacciò una nuova risata diabolica del vecchio necromante.

Cercando di calmarmi, tornai alla finestra… ma per poco non mi caddero le palpebre quando vidi che la croce della fossa di Vanderhoof era più obliqua di prima! Adesso era inclinata a quarantacinque gradi! “Non possiamo riesumare Vanderhoof e restituirgli l’anima?”,  ansimai.

Bisognava fare subito qualche cosa, lo sentivo.

Il vecchio saltò in piedi, terrorizzato.

“No, no, no!”, cominciò a gridare.

“Mi ucciderebbe! Ho scordato  la formula, e se esce da là, sarà vivo e senz’anima.

Ci ucciderebbe entrambi!” “Dove sta la bottiglia che imprigiona la sua anima?”, gli chiesi minaccioso, andando verso di lui.

Avevo la sensazione che stesse per verificarsi qualcosa di orrendo, e che da parte mia fosse necessario ogni tentativo per impedirlo.

“Non te lo dirò mai, stupido giovane!”, ringhiò lui.

Più che vederla davvero, percepii nei suoi occhi, mentre arretrava, una strana luce.

“E non mi toccare, o te ne pentirai!” Feci un passo avanti e mi accorsi che alle sue spalle, su un panchetto, c’erano due bottiglie nere.

Foster cominciò a  recitare delle parole sconosciute con voce bassa e cantilenante.

Tutt’intorno divenne grigio: dentro di me, qualcosa spingeva con forza verso l’alto, come se volesse uscire dalla gola.

Non sentivo più le ginocchia.

Con un balzo repentino agguantai il vecchio sagrestano per la strozza mentre, contemporaneamente, allungavo l’altro braccio per afferrare le bottiglie poste sul panchetto.

Ma il vecchio, cadendo in terra, lo urtò con un piede, ed una delle bottiglie finì sul pavimento: io riuscii a salvare l’altra.

In un guizzo crepitò una fiamma azzurrognola, e la stanzetta venne invasa da un odore sulfureo.

Dai frammenti di vetro salì un vapore latteo, e la corrente lo trasportò fuori dalla finestra.

“Maledetto idiota!”, si udì una voce fievole fievole e lontana.

Foster, che avevo liberato dalla mia stretta nel momento in cui era caduta la bottiglia, si era rifugiato contro la parete, e adesso era tutto rannicchiato e sembrava più decrepito che mai.

Il suo viso andava assumendo una colorazione cinerea e verdognola.

“Maledetto!”, ripeté la voce di prima, una voce che non sembrava uscire dalle sue labbra.

“è la fine! Quell’anima apparteneva a me! Il reverendo Slott me l’ha rubata duecento anni fa!” Strisciando faticosamente verso la porta, Foster mi fissò con due occhi furenti di odio, la cui luce si andava rapidamente spegnendo.

La pelle della sua faccia passò dal bianco al brunastro, quindi divenne gialla.

Con orrore, vidi che il suo corpo sì stava sgretolando, poi le pieghe dell’abito divennero inerti e flosce.

Avvertii del calore alla mano con cui tenevo la bottiglia.

La guardai con spavento: aveva acquistato una debole fluorescenza.

Orripilato, la posai sul tavolo, ma senza riuscire a  distoglierne lo sguardo.

Nel funesto minuto di silenzio che seguì, mentre la sua fosforescenza aumentava di luminosità, udii distintamente  un rumore di terra che veniva smossa.

Boccheggiando in cerca d’aria, scrutai dalla finestra.

E alla luce della luna, ormai alta nel cielo, vidi che la croce posta sulla fossa di Vanderhoof era definitivamente caduta.

Quando mi giunse di nuovo all’orecchio il rumore del terriccio che franava, non riuscii più a controllarmi: mi lanciai come un pazzo giù per le scale, correndo verso l’aria aperta.

Sconvolto da un terrore cieco, non smisi di correre, incespicando e scivolando sul terreno  irregolare.

Una volta arrivato ai piedi della collinetta, e ritrovatomi all’imbocco della lugubre galleria di salici, udii alle mie spalle un mugghio spaventoso.

Mi voltai a guardare la chiesa.

Il muro era illuminato dalla luna e su di esso, smisurata, orrenda, si muoveva  un’ombra nera che usciva dalla fossa di mio zio e, oscillando  mostruosamente, puntava verso la chiesa.

Il mattino dopo, nel negozio di Haines, raccontai tutto a diversi abitanti del paese.

Mentre riportavo dettagliatamente i fatti, il gruppetto ammiccava sorridendo: quando, però, chiesi loro di accompagnarmi sul posto, con diverse scuse evitarono di seguirmi.

Pur non essendo esageratamente superstiziosi, preferivano infatti non correre rischi.

Perciò dissi loro che sarei andato da solo, sebbene l’idea non mi arridesse troppo.

Mentre mi allontanavo dalla bottega, venni raggiunto e fermato  per un braccio da un vecchio con una lunga barba bianca.

“Intendo accompagnarla, giovanotto”, mi comunicò.

“Mi sembra di aver già sentito da mio nonno una storia del genere sul reverendo Slott.

Dicevano che era un vecchio strano, ma Vanderhoof era anche più strambo di lui.

” Una volta arrivati, appurammo che la tomba del reverendo Vanderhoof era aperta e vuota.

Certo, dovevamo riconoscere che esisteva anche la possibilità che fossero stati dei saccheggiatori di tombe, però… la bottiglia che avevo lasciato sul tavolo del campanile era scomparsa, ma sul pavimento c’erano ancora le schegge di quella che era caduta.

E sul mucchietto di vestiti informi e di polvere gialla che un tempo era stato Abel Foster, si erano stampate delle orme gigantesche.

Esaminammo rapidamente alcuni libri e manoscritti lasciati in giro, quindi li portammo fuori e li bruciammo: erano turpi e blasfemi.

Con un badile trovato nella cantina della chiesa, ricoprimmo la fossa di Johannes Vanderhoof e poi, ripensandoci, lanciammo nel fuoco anche la croce caduta.

Adesso le vecchie del paese mormorano che, in tempo di luna piena, vaga per il cimitero un’enorme figura stravolta che stringe una bottiglia e va in cerca di un destino dimenticato.

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H.P. Lovecraft – Aria Fredda (Cool Air)

Volete spiegazioni sul perché mi fa paura una corrente d’aria fredda; sul perché rabbrividisco più del normale quando entro in una stanza non riscaldata; e sulla nausea e sul ribrezzo che provo quando il fresco della sera si infiltra nella mitezza di una giornata di tiepido autunno.

Be’, certe persone sono sensibili al freddo come altre lo sono ad un cattivo odore, ed io faccio parte di questi soggetti sensibili.

Adesso vi racconterò le circostanze più spaventose in cui mi sia mai ritrovato, lasciando a voi giudicare se giustifichino o meno la mia assurda paura.

è ingannevole pensare che l’orrore sia sempre connesso al buio, al silenzio e all’isolamento.

Io l’ho scoperto nel riverbero del primo pomeriggio, nel frastuono assordante di una metropoli, e nell’affollatissimo ambiente di una modesta pensione, con una noiosa padrona di casa e due forzuti vicini di appartamento.

Nella primavera del 1923, avevo trovato a New York un lavoro molto piatto e poco remunerativo per una rivista e, dal momento che non potevo permettermi un affitto elevato, avevo setacciato una miriade di pensionati, l’uno più squallido dell’altro, in cerca di una camera che, oltre a trovarsi in un edificio non troppo vecchio, avesse anche un mobilio decente ed un affitto ragionevole.

Purtroppo compresi subito che tra i mali dovevo scegliere il minore; ed invece, dopo un po’, scovai per caso un caseggiato nella Quattordicesima Ovest che mi parve meno ripugnante degli altri.

Era una palazzina di mattoni a quattro piani color marrone bruciato, che non doveva avere più di quarant’anni, la cui facciata recava ancora decorazioni di legno e di marmo, ed il cui fasto decaduto, pur offuscato dagli anni, testimoniava di un buon gusto e di uno splendore da tempo andati.

Nelle stanze, dal soffitto alto ed ornato, tappezzate con una carta orrenda e decorate con comici infissi di stucco, incombeva un vago odore deprimente di umidità e di cibo rancido.

I pavimenti, però, erano puliti, le lenzuola decenti, e l’acqua calda durava abbastanza senza che il getto si interrompesse.

Così mi convinsi che quello sarebbe stato un posto se non altro sopportabile dove chiudere il naso, in attesa del giorno in cui avrei potuto permettermi un’abitazione più vivibile.

La padrona, una spagnola molto trascurata e quasi barbuta di nome Herrero, non saliva ad angosciarmi con le sue chiacchiere, né mi prendeva a brutte parole per aver tenuto accesa fino a tardi la luce del pianerottolo del terzo piano.

Gli altri inquilini erano discreti e tranquilli più di quanto potessi sperare, visto che erano spagnoli di livello sociale appena più alto dello strato più misero della popolazione.

Solo il frastuono delle macchine che transitavano sulla statale sottostante si rivelò una seccatura seria.

Mi ero trasferito lì da appena tre settimane, quando accadde il primo fatto curioso.

Una sera – saranno state le otto – sentii gocciare sul pavimento, e compresi immediatamente che era già da un bel pezzo che respiravo un acre odore di ammoniaca.

Dando un’occhiata in giro, mi accorsi che gocciava il soffitto; l’infiltrazione apparentemente si originava da un angolo verso il lato sulla strada.

Desiderando risolvere subito il problema, scesi di corsa a pianterreno per riferire l’inconveniente alla padrona.

La donna mi tranquillizzò, dicendomi che tra poco sarebbe tornato  tutto normale.

“Il dottor Munoz”, schiamazzò, mentre saliva di corsa le scale, precedendomi, “avrà rovesciato le sue boccette chimiche.

è troppo malato per curarsi da sé.

Peggiora in continuazione, ma non vuole farsi aiutare da nessuno.

Soffre di una malattia molto curiosa: deve fare bagni di ammoniaca per tutto il giorno, e dice che non sopporta il caldo.

La camera se la pulisce da solo – è la stanzetta tutta piena di bottigliette – e non fa più il medico.

Un tempo, però, era un bravissimo dottore – l’ha sentito  dire mio fratello, che abita a Barcellona – e poco tempo fa ha guarito il braccio di un idraulico che se l’era rotto.

Non mette mai il naso fuori di casa, se esce è solo per andare sul tetto; il mio figliolo, Esteban, gli porta da mangiare, le lenzuola pulite, le medicine e i suoi prodotti chimici.

Signore mio, quanti sali di ammoniaca compra quell’uomo, per non sentire caldo!” La signora Herrero sparì su per le scale del quarto piano, ed io tornai in camera.

L’ammoniaca non gocciava più e, mentre asciugavo quella che era caduta ed aprivo la finestra per far circolare l’aria, udii i passi pesanti della padrona al piano di sopra.

La stanza del dottor Munoz era sempre stata molto silenziosa, eccettuati alcuni rumori che somigliavano ad un motore a benzina messo in funzione, visto che quell’uomo camminava leggero.

Riflettei brevemente su quale male potesse affliggerlo, e se quel suo tenace rifiuto di chiedere aiuto agli altri non fosse dovuto ad un carattere molto eccentrico.

Mi venne una vaga tristezza pensando ad un uomo che una volta era famoso e che adesso era decaduto.

Non avrei mai visto il dottor Munoz se non fosse stato per l’attacco di cuore che mi colse una mattina mentre sedevo alla mia scrivania.

I medici mi avevano avvisato della pericolosità di attacchi del genere, e pertanto sapevo che dovevo far presto.

Così, ricordando quello che mi era stato raccontato dalla padrona  riguardo il braccio dell’idraulico, arrancai al piano di sopra e bussai leggermente all’uscio che corrispondeva a quello della mia stanza.

Proveniente dalla destra, una strana voce dal perfetto accento  inglese mi domandò chi fossi e che cosa volessi.

Una volta che ebbi detto il mio nome e spiegato il motivo della mia presenza, udii che si apriva una porta accanto all’uscio di casa.

Fui investito da una corrente d’aria fredda e, mentre entravo, rabbrividii nonostante fosse un’afosa giornata di fine giugno.

L’appartamento era spazioso, ed arredato con un lusso ed un buon gusto che mi lasciarono allibito, visti lo squallore ed il sudiciume della palazzina.

Il divano letto ed il resto del mobilio interamente in mogano, la costosa tappezzeria, i quadri di valore  e l’immensa biblioteca, erano l’arredamento dello studio di un gentiluomo, anziché quello della camera da letto di un pensionato.

Vidi che il vano corrispondente al mio – lo “stanzino” delle bottiglie e dei medicinali cui aveva accennato la signora Herrero – era in realtà il laboratorio del medico, e che l’ambiente in cui questo passava la maggior parte del tempo era l’ampia camera  da letto, nelle cui ampie nicchie e nel cui bagno attiguo teneva gli abiti e gli strumenti che non gli servivano.

Il dottor Munoz, sembrava chiaro, doveva essere una persona estremamente colta e di ottima estrazione sociale.

L’uomo che avevo di fronte era di piccola statura ma proporzionato, ed indossava un abito scuro di taglio impeccabile.

La faccia, dai tratti nobili e l’espressione altera ma non altezzosa, era incorniciata da una corta barba ferrigna, ed i grandi occhi scuri erano protetti da un paio di occhiali vecchio modello pince-nez, tra le cui lenti spiccava un naso aquilino che gli dava un’aria moresca, modificando l’insieme dai lineamenti celto-iberici.

I capelli, folti ed ordinati, indicavano il regolare servizio del barbiere, ed una riga centrale li divideva accuratamente sulla fronte alta.

Dall’intera persona di quell’uomo emanava un’intelligenza profonda, cultura e nascita illustri.

Quando mi apparve in quella ventata d’aria fredda, però, mi ispirò una vaga ripugnanza che non trovava alcun fondamento.

Forse quella mia avversione istintiva era provocata dalla sua pelle violacea e dalle sue mani gelide, sebbene tali caratteristiche fossero giustificate, poi, dalla sua infermità.

Probabilmente mi aveva colto di sopresa quel freddo anormale, in una giornata tanto afosa.

Tutto ciò che giunge inaspettato, difatti, ci ispira sempre repulsione, ostilità e paura.

Tuttavia la mia ripugnanza cedette subito il posto all’ammirazione: quello strano dottore, nonostante quelle mani fredde e livide, si rivelò subito molto competente.

Determinò esattamente l’origine del mio disturbo, e mi prestò con immediata efficienza le migliori cure.

Nel frattempo mi diceva, con un tono molto garbato pur se la voce era leggermente roca e senza timbro, che avevo trovato in lui uno dei più ostinati avversari della morte.

Mi confidò che aveva dilapidato l’intero patrimonio e perso tutti gli amici per condurre una vita dedicata a certi esperimenti particolari che sperava lo portassero a sconfiggerla per sempre.

Mi parve bonariamente esaltato, e divenne estremamente ciarliero mentre terminava di auscultarmi il petto e preparava una miscela di medicinali che era andato a prendere nello stanzino.

Probabilmente gli faceva molto piacere trovare inaspettatamente la compagnia di una persona istruita ed educata in quel misero stabile, così seguitò a discorrere e parlarmi dei suoi ricordi di tempi migliori.

La sua voce, anche se era curiosa, mi risultava piacevole, però non riuscivo a sentire il suo respiro.

Voleva distrarmi dal trauma dell’attacco di cuore illustrandomi certe sue teorie ed esperimenti, e ricordo che cercò di confortarmi rivolgendomi parole molto gentili.

Si dichiarò convinto che la forza di volontà e la consapevolezza possono vincere sulla vita stessa,  sostenendo che, se un corpo umano era in buone condizioni di salute e di conservazione, beneficiando di alcuni accorgimenti scientifici che esaltassero tali caratteristiche, poteva mantenere una sorta di animazione nervosa malgrado talune imperfezioni o menomazioni, e addirittura se privato di certi organi.

Un giorno o l’altro, mi assicurò scherzando, mi avrebbe insegnato a vivere – o perlomeno a condurre una sorta di esistenza consapevole –  persino senza cuore.

Lui, invece, soffriva di una complessità di disturbi che lo obbligavano a seguire un regime scrupoloso, ad esempio il fresco costante.

Un minimo aumento di temperatura, se si protraeva  troppo, poteva risultargli letale.

Era per questo che manteneva l’ambiente a temperatura bassissima – all’incirca a quattro o cinque gradi centigradi – ricorrendo ad un sistema di refrigerazione funzionante ad ammoniaca, ed alimentato da un motore a benzina responsabile del noioso rumore che dovevo aver udito molto spesso nell’appartamento di sotto.

Essendomi riavuto dall’attacco con una rapidità eccezionale, presi congedo dalla fredda abitazione di quel recluso con la sottomissione e quasi la venerazione di un discepolo verso il proprio maestro.

Da quella volta gli feci visita assiduamente, con l’accorgimento, però, di portarmi il cappotto.

Mi raccontava degli esperimenti segreti che aveva condotto e dei risultati stupefacenti che aveva raggiunto, ed io tremavo leggermente alla vista di certi rarissimi volumi che gremivano gli scaffali della libreria.

Devo anche dire che le sue cure prodigiose mi guarirono quasi completamente del disturbo che avevo al cuore.

Un campo che affascinava molto il dottore era la magia medioevale, poiché riteneva che in certe formule si nascondessero arcani poteri capaci di agire sul sistema nervoso e di restituire il battito vitale ad un corpo malgrado la morte della sua sostanza organica.

Mi meravigliò particolarmente ciò che mi raccontò riguardo ad un suo vecchio amico di Valencia, un tale dottor Torres, che lo aveva assistito durante i suoi primi esperimenti ed aiutato in seguito a sopravvivere alla gravissima malattia, che lo aveva colpito diciotto anni prima, causa dei suoi attuali problemi di salute.

Quell’eccezionale scienziato, purtroppo, era morto subito  dopo, vittima dello stesso spietato nemico contro il quale aveva tanto combattuto riuscendo a salvare l’amico.

Probabilmente  la grandezza dell’impresa lo aveva sfinito.

Perché i sistemi che i due avevano usato – mi confidò il dottor Munoz a bassa voce – erano stati davvero eccezionali, dal momento che avevano richiesto certi metodi che i colleghi più anziani e più tradizionalisti avrebbero di certo aborrito.

Di cosa si trattasse esattamente, tuttavia, non volle spiegarmelo.

Con il passare delle settimane, mi accorgevo con grande tristezza che la salute del mio nuovo amico, come mi aveva fatto notare la signora Herrero, con lentezza ma ineluttabilmente, stava peggiorando.

La sua pelle, già bluastra, diventava sempre più livida, la sua voce sempre più rauca, i movimenti sempre più scoordinati, e la volontà sempre più fiacca.

Lui pareva cosciente dell’aggravarsi della propria malattia, e la sua conversazione ed il suo sguardo cominciarono a diventare fastidiosamente sprezzanti, ridestando in me quell’impalpabile ripugnanza che mi aveva suscitato quando l’avevo conosciuto.

Adesso si lasciava andare a fisime bizzarre, ad esempio la mania per le spezie esotiche e per l’incenso egiziano, al punto che il suo appartamento olezzava come la tomba di un Faraone della Valle dei Re.

Contemporaneamente, il bisogno di freddo andava crescendo, ed io lo aiutai ad aggiungere nuovi tubi al macchinario ad ammoniaca, modificando le pompe ed il motore al fine di abbassare la temperatura fino a zero gradi, ed anche qualcosa sotto.

La stanza da bagno ed il laboratorio, invece, venivano mantenuti ad una temperatura un po’ più alta, perché l’acqua non si ghiacciasse e fosse possibile preparare i reagenti chimici.

L’occupante dell’appartamento vicino si lamentò che dalla porta passava una corrente fredda, per cui dovetti aiutare il dottore ad installare una tenda molto pesante che bloccasse l’aria.

Il medico sembrava ossessionato da un terrore crescente e maniacale.

Non faceva che parlare della morte, e poi mi dava istruzioni su come provvedere alla sua sepoltura ed al suo  funerale ridendo follemente.

Alla fine, lo trovai detestabile e addirittura ripugnante.

Tuttavia,  dovendogli essere riconoscente per le cure prodigiose che mi aveva prodigato, non avevo cuore di abbandonarlo a quella gente sconosciuta che gli abitava accanto, e così mi recavo tutti i giorni a riordinargli la stanza e a rendermi utile, indossando un pesante cappotto che avevo acquistato per andare da lui.

Provvedevo anche alle sue compere, e rimanevo piuttosto stupito nel vedere certi prodotti che ordinava alle farmacie ed alle industrie farmaceutiche.

Nell’appartamento iniziò ad aleggiare una cupa atmosfera paurosa.

L’interno della palazzina, come ho già avuto occasione di dire, odorava di muffa: ma il lezzo che ti aggrediva le narici in quelle sue stanze era addirittura pestilenziale, e non riuscivano a coprirlo nemmeno il bruciare continuo dell’incenso e delle spezie e l’esalazione dei suoi innumerevoli bagni di ammoniaca, che lui voleva fare assolutamente da solo.

Poi mi resi conto che quel fetore era provocato dalla sua malattia, e mi colse un brivido pensando a quale fosse.

Tutte le volte che veniva di sopra, la signora Herrero si faceva il segno della croce.

In fine lasciò che mi occupassi io del dottore,  proibendo persino al figlio, Esteban, di seguitare a fargli le commissioni.

Ogni volta che proponevo di sentire il parere di un collega, il dottore cominciava ad agitarsi come un pazzo, spendendo tutte le sue energie.

Era chiaro che temeva le conseguenze di un’emozione violenta, ma la sua volontà e la sua forza parevano crescere, anziché diminuire, e rifiutava con ostinazione di mettersi a letto.

Dopo la debolezza che aveva mostrato nei giorni precedenti, improvvisamente tornò in lui il suo vecchio proposito, facendolo opporre caparbiamente allo spauracchio della morte  nonostante l’antico nemico lo avesse già preso nella sua stretta.

Cessò di mangiare del tutto, anche se il bisogno di cibo, per lui, era sempre stato pressoché superfluo.

Era ormai sostenuto  soltanto dalla forza di volontà.

Prese l’abitudine di redigere lunghi documenti, sigillandoli poi accuratamente ed ordinandomi di recapitarli a certe persone, delle quali mi diede l’indirizzo, quando lui fosse morto.

In massima parte, le lettere erano destinate ad indiani dell’Est; alcune, però, erano indirizzate ad un dottore francese, un tempo famoso, ritenuto deceduto e fatto oggetto di molte  maldicenze.

Dopo la morte di Munoz, bruciai tutti i documenti evitando addirittura di aprirli.

L’aspetto e la voce del dottore divennero infine orribili, e la sua compagnia veramente fastidiosa.

Un giorno, a settembre, venne un operaio ad aggiustargli la lampada da scrittoio, ed il poveretto, dopo averlo visto, fu colto da un attacco epilettico, in seguito al quale giurò di non rimettere mai più piede lì dentro.

E pensare che quell’uomo aveva sopportato spettacoli ben più orripilanti, durante la Grande Guerra.

Dopo di che, all’incirca alla metà di ottobre, arrivò inaspettatamente l’orrore più grande.

Una sera, verso le undici, si ruppe la pompa della refrigeratrice, ed il sistema di raffreddamento ad ammoniaca dopo tre ore si bloccò.

Il dottor Munoz mi chiamò da lui battendo dei colpi sul pavimento, ed io mi concentrai al massimo per riparare il guasto mentre lui malediceva il cielo e la terra con una vocetta così sottile ed orrenda da travalicare ogni immaginazione.

Purtroppo, però, i miei tentativi furono inutili.

Allora chiamai il meccanico di un garage notturno, e l’uomo ci comunicò che non poteva far nulla fino all’indomani mattina, quando, cioè, sarebbe stato possibile avere un nuovo stantuffo.

Temetti che la collera ed il panico dell’ammalato, avendo assunto una proporzione incredibile, finissero per dare il colpo di grazia al suo fragilissimo corpo.

Ad un tratto, in una fitta di dolore, si premette gli occhi con le mani e volò in bagno.

Dopo un po’ riuscì bendato, ed io non rividi mai più i suoi occhi.

Frattanto la temperatura dell’appartamento saliva progressivamente, ed il dottore, verso le cinque del mattino, si chiuse nel bagno, e mi disse di fargli avere tutto il ghiaccio che mi riusciva di trovare nei supermercati e nei locali notturni.

Non appena tornavo da una delle mie spedizioni, spesso demoralizzanti, e lasciavo il pacco per terra davanti alla porta, udivo dall’interno un rumore d’acqua, e poi la sua vocetta stridula mi ordinava: “Altro… portane altro!”.

Alla fine spuntò il giorno – era un tiepido mattino – e gli esercizi riaprirono.

Ad Esteban chiesi la cortesia di seguitare lui a cercare il ghiaccio, mentre io, nel frattempo, sarei andato a comprare lo stantuffo; se preferiva, si poteva fare il contrario.

Il ragazzo, però, su ordine della madre, non volle assolutamente aiutarmi.

Come estrema risorsa, dovetti ingaggiare un poveretto trovato all’angolo dell’Ottava Strada con l’incarico di portare al dottore tutto il ghiaccio che avrebbe trovato in un negozio con il quale mi ero già accordato, ed io cominciai la lenta ricerca di uno stantuffo e di un meccanico che lo montasse.

Sembrava proprio che la cosa fosse impossibile, e mi venne un’irritazione molto simile a quella del dottore, quando vidi che il tempo passava in telefonate lunghissime ed inconcludenti, ed in corse allucinanti da un posto all’altro prendendo alternativamente macchina e metropolitana.

Poi, verso mezzogiorno, trovai fortunatamente un magazzino dall’altra parte della città, e all’incirca all’una e mezzo tornai alla pensione con tutti gli arnesi occorrenti e con due bravi meccanici.

Non avevo potuto fare di più, e mi auguravo di essere arrivato in tempo.

Purtroppo, il più sinistro terrore era giunto prima di me.

Tutto l’edificio era in agitazione, e la voce grave e solenne di un uomo che pregava sovrastava la confusione generale.

Nell’appartamento aleggiava un’atmosfera satanica, e gli inquilini, avvertendo  le esalazioni che filtravano dalla porta chiusa del bagno del dottore, si erano messi a recitare il rosario.

Il poveretto da me reclutato, aveva lanciato degli urli dissennati subito dopo la seconda consegna di ghiaccio: forse era stato troppo curioso.

Non era possibile che fosse riuscito a chiudere la porta alle sue spalle, ed invece quella era proprio bloccata e, a quanto sembrava, dall’interno.

Non veniva alcun rumore da dentro, eccettuato un continuo e lento gocciare.

Dopo un rapido conciliabolo con la signora Herrero e i due meccanici, proposi loro di sfondare la porta, nonostante fossi in preda al terrore: ma la padrona, con un fil di ferro, aveva escogitato un sistema per aprirla.

Per cautela, aprimmo tutte le finestre dell’appartamento; quindi, riparandoci il naso con un fazzoletto, e tremando dalla paura, entrammo tutti insieme nella camera a sud, dove si erano insinuati i caldi raggi del sole del primo pomeriggio.

Vedemmo una sorta di striscia scura e glutinosa attraversare il pavimento dalla porta aperta del bagno all’uscio di casa, e da questo allo scrittoio, sotto il quale si era coagulata una repellente chiazza viscosa.

Un foglio di carta recava delle righe scarabocchiate alla meglio da una mano inzaccherata di fango, come se le ultime parole fossero state scritte in tutta fretta da un artiglio.

Dallo scrittoio, la striscia proseguiva fino al divano, e lì finiva in maniera indicibile.

Cosa c’era – o forse, cosa c’era stato – su quel divano, non sono in grado di dirlo, né oso provarci.

Ecco, comunque, quello che riuscii a leggere su quel sudicio foglio di carta prima di dargli fuoco con un fiammifero; ecco quello che decifrai con orrore, quando la padrona di casa ed i meccanici se ne furono andati di corsa da quel luogo diabolico per riferire alla più vicina stazione di polizia la loro storia insensata e pazzesca.

Le oscene parole che recava quel foglio non parevano credibili al calore del sole, con il frastuono dei camion e delle macchine che assordavano la trafficatissima Quattordicesima Strada.

Ma io vi prestai fede lo stesso.

Su certe cose è più saggio non porsi domande.

Posso dire soltanto che ora aborrisco l’odore dell’ammoniaca, e che una corrente d’aria in un luogo non riscaldato mi procura uno svenimento.

“La fine”, diceva quel foglio ributtante, “è prossima.

Il ghiaccio  è terminato, quell’uomo che è entrato ed è fuggito.

La temperatura  sta aumentando inesorabilmente, ed i tessuti stanno per cedere.

Ricordi ciò che ti dissi in merito alla volontà ed al sistema nervoso che possono tenere in vita il corpo anche se gli organi vitali hanno cessato di funzionare? La teoria era esatta, ma non definitiva.

Si è venficato un progressivo degrado che non avevo immaginato.

Il Dottor Torres lo aveva capito, ma il trauma lo ha ucciso.

Non poteva sopportar di fare quello che andava fatto: seguendo le istruzioni che io gli avevo lasciato in una lettera, avrebbe dovuto abbandonarsi nel buio e nell’ignoto, da cui avrebbe potuto esser portato indietro soltanto artificialmente.

Avrebbe dovuto attenersi esattamente alla mia volontà – e ricorrere  alla conservazione artificiale grazie al freddo, come ho fatto io… io che sono morto diciotto anni fa.

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