Perchè lo stipendio non basta più?

Come mai oggi con lo stipendio non si riesce a soddisfare la propria famiglia come 20 o 30 anni fa?

Negli anni ’80 un uomo che lavorava, era in grado di mantenere la propria moglie ed i figli, mentre oggi per poter vivere degnamente, ci vogliono almeno due stipendi… e neanche troppo bassi!

Il vero problema è rappresentato dal fatto che i beni che oggi consideriamo “di uso comune” sono molti di più ed anche costosi, rispetto al passato.

Non c’era computer, internet e cellulare; non si facevano praticamente acquisti on-line (al limite per posta)! C’erano anche un numero decisamente inferiore di servizi e le spese mediche erano ridotte all’osso.

Sebbene il potere d’acquisto del nostro stipendio sia in realtà aumentato rispetto al 1980, oggi abbiamo tutti un tenore di vita decisamente più elevato: ecco perché lo stipendio non ci basta più! Questa migliore qualità della vita non viene percepita appieno, ma ci si accorge solamente della difficoltà di arrivare a fine mese, senza confrontare il benessere attuale con quello passato.

Ecco quindi che per molti italiani si aprono le porte del doppio lavoro, probabilmente  in nero e, conseguentemente, senza copertura, per non parlare della “fatica” fisica a tenere testa a due attività, spesso diverse tra loro.

Quindi? La ricetta potrebbe essere quella di ritornare ad un tenore di vita leggermente ridotto, ma con più soldi nel cassetto da tirare fuori in caso d’emergenza.

 

Share

H.P. Lovecraft – L’ultimo esperimento di Clarendon (The last test)

Sono assai pochi coloro che conoscono la verità sul “Caso Clarendon”,  o addirittura che sanno dell’esistenza di una verità alla quale i giornali non seppero giungere.

Fece grande sensazione, a San Francisco, nei giorni precedenti l’incendio  sia per la tensione e il panico che l’accompagnarono, sia perché vi era uno stretto legame con il governatore dello Stato.

Il governatore Dalton, si ricorderà, era il miglior amico di Clarendon, ed in seguito ne sposò la sorella.

Dalton e sua moglie  non hanno mai parlato di quel triste caso ma, in qualche modo, la verità è trapelata in una cerchia ristretta di persone.

Appunto per questo, e perché gli anni hanno conferito ai protagonisti una vaga impersonalità, si esita ancora a sondare segreti a quel tempo tanto gelosamente difesi.

La nomina del dottor Alfred Clarendon a direttore del servizio  medico del penitenziario di San Quentin, nel 189…, fu accolta con grande favore in tutta la California.

San Francisco aveva finalmente l’onore di ospitare un medico e biologo tra i più grandi della sua epoca, e si prevedeva che illustri patologi sarebbero accorsi da tutto il mondo per studiare i suoi metodi, approfittare dei suoi consigli e delle sue ricerche, e apprendere come far fronte ai rispettivi problemi.

Quasi da un giorno  all’altro la California sarebbe diventata un centro di dottrina medica di fama e di influenza mondiali.

Il governatore Dalton, ansioso di diffondere la notizia nel suo significato più ampio, provvide a far sì che la stampa pubblicasse lunghi articoli in lode del nuovo venuto.

Fotografie del dottor Clarendon e della sua casa nei pressi della vecchia Goat Hill, notizie biografiche sulla carriera ed i riconoscimenti, ed esposizioni divulgative delle sue principali scoperte scientifiche vennero pubblicate dai più importanti quotidiani della California, fino a che il pubblico provò una specie di orgoglio riflesso per l’uomo i cui studi sulla pymia in India, sulla peste in Cina, e su tutte le malattie affini, avrebbero presto arricchito il mondo della medicina di una antitossina dall’importanza rivoluzionaria: un’antitossina basica capace di combattere il principio febbrile all’origine e di assicurare la completa vittoria sulle febbri di ogni natura.

Dietro quella nomina stava la lunga storia piuttosto romantica di un’amicizia giovanile, una lunga separazione, ed un nuovo incontro sensazionale.

James Dalton era stato amico della famiglia Clarendon a New York, dieci anni prima: amico e più che amico, poiché l’unica sorella del dottore, Georgina, era l’innamorata di Dalton, mentre il dottore era stato il suo  protetto ai tempi della scuola e del college.

Il padre di Alfred e Georgina, un vecchio e implacabile finanziere di Wall Street, aveva conosciuto molto bene il padre di Dalton: così bene, anzi, che alla fine era riuscito a spogliarlo di quanto possedeva dopo un memorabile pomeriggio di lotta in borsa.

Il vecchio Dalton, che non sperava più di rifarsi e voleva dare all’unico figlio adorato il beneficio della sua assicurazione, si era fatto saltare le cervella; ma James non aveva cercato di vendicarsi.

Pensava che quelle fossero le regole del gioco; e non voleva fare del male al padre della ragazza che intendeva sposare e del promettente giovane scienziato che aveva ammirato e protetto negli anni di studio.

Si era dato invece all’avvocatura, aveva conquistato una discreta posizione, e a tempo debito aveva chiesto al “vecchio Clarendon” la mano della figlia.

Il vecchio Clarendon aveva rifiutato con decisione, giurando che un miserabile avvocatino non era degno di diventare suo genero: e c’era stata una scenata violenta.

James aveva detto al vecchio filibustiere, finalmente, ciò che avrebbe dovuto dirgli molto tempo prima, e aveva lasciato furibondo la città.

Un mese dopo era già in California, lanciato nella carriera che lo avrebbe portato alla carica di governatore dopo molte battaglie politiche.

Il suo congedo da Alfred e Georgina era stato affrettato, e non aveva mai conosciuto il seguito della scena avvenuta nella biblioteca di Clarendon.

Era partito un giorno troppo presto, e perciò non aveva appreso che il vecchio Clarendon era morto per un colpo apoplettico: e questo cambiò il corso della sua carriera.

Nei dieci anni che seguirono, non scrisse mai a Georgina, perché sapeva che era molto devota al padre, e aspettava di aver raggiunto una posizione e una ricchezza capaci di eliminare ogni ostacolo.

Non aveva neppure dato notizie ad Alfred, la cui calma indifferenza verso l’affetto e la venerazione era sempre apparsa un segno della fiducia nel destino e dell’autosufficienza del genio.

Sicuro di quei legami d’una costanza rara anche per quei tempi, Dalton aveva lavorato e progredito pensando soltanto al futuro, era ancora scapolo, e aveva l’assoluta certezza intuitiva che anche Georgina lo avrebbe aspettato.

La fiducia di Dalton non andò delusa.

Se pure si chiedeva, forse, perché non le giungesse mai alcun messaggio, Georgina si era chiusa nei suoi sogni e nell’attesa; e, con l’andare del tempo, fu molto impegnata nelle nuove responsabilità determinate dalla fama crescente del fratello.

Alfred non aveva tradito le speranza riposte in lui, e aveva salito i gradini della scienza con rapidità vertiginosa.

Magro e ascetico, con il pince-nez cerchiato d’acciaio e una scura barbetta a punta, il dottor Alfred Clarendon a venticinque anni era un’autorità, e a trenta un personaggio di levatura internazionale.

Incurante degli affari del mondo nella tipica negligenza del genio, si era affidato alle cure e all’amministrazione della sorella, e in segreto era felice che il ricordo di James l’avesse distolta da altri legami più concreti.

Georgina si occupava degli affari e della direzione della casa del grande batteriologo, ed era orgogliosa dei passi avanti da lui compiuti verso la vittoria sulle febbri.

Sopportava paziente le sue eccentricità, calmava le sue rare esplosioni di fanatismo, e rimediava agli screzi tra lui e gli amici causati ogni tanto dal suo disprezzo nei confronti di tutto ciò che non era totale dedizione alla verità e al progresso.

Spesso Clarendon risultava esasperante per la gente normale, perché non si stancava mai di sminuire la devozione all’individuo  singolo, contrapponendola alla dedizione verso l’umanità intera, e criticava aspramente gli intellettuali che mescolavano la vita domestica e gli interessi esterni alla ricerca della scienza astratta.

I nemici lo definivano un seccatore; ma gli ammiratori, davanti allo zelo incandescente che lo animava, quasi si vergognavano di avere aspirazioni e principi estranei alla divina sfera della conoscenza pura.

Il dottore faceva molti viaggi, e di solito Georgina lo accompagnava in quelli più brevi.

Ma per tre volte egli si era recato da solo a compiere lunghe visite in luoghi lontanissimi, per approfondire i suoi studi sulle febbri esotiche e su certe epidemie semileggendarie; sapeva infatti che in gran parte le malattie che si diffondono sul globo, scaturiscono dalle zone sconosciute dell’antichissima e misteriosa Asia.

Ogni volta aveva portato con sé curiosi ricordi che accrescevano l’eccentricità della sua casa: tra gli altri, vi era la folla anche troppo numerosa dei servi tibetani che aveva scelto nell’U-tsang durante un’epidemia di cui il mondo non aveva mai sentito parlare, ma nel corso della quale aveva scoperto e  isolato il germe della febbre nera.

Quegli uomini, più alti della media dei tibetani e del tutto estranei al resto del mondo, erano di una magrezza scheletrica, e molti si chiedevano se il dottore non li avesse assunti perché gli ricordavano i modelli anatomici degli anni d’università.

Nelle ampie vesti di seta nera da sacerdote Bonpa che Clarendon aveva fatto loro indossare, erano grotteschi; ed il tetro silenzio, la rigidità dei loro movimenti, accentuavano il loro aspetto fantastico, dando a Georgina la bizzarra, intimorita sensazione, di essere finita nelle pagine del Vathek o delle Mille e una notte.

Ma il più strano di tutti era il factotum, che Clarendon chiamava Surama, e che aveva portato con sé dopo un lungo soggiorno  nell’Africa settentrionale, durante il quale aveva studiato certe febbri che si verificavano tra i misteriosi Tuareg del Sahara, i quali, secondo una vecchia tradizione, discenderebbero dalla razza primordiale della perduta Atlantide.

Surama era un uomo di grande intelligenza e di erudizione pressoché inesauribile: era di una magrezza morbosa, come i servi tibetani, e la sua pelle scura, incartapecorita, era tesa sulla testa calva e sul viso glabro, tanto che ogni linea del cranio spiccava con orribile nitidezza: l’effetto era accresciuto dagli occhi neri, ardenti ma opachi, profondamente incassati, che lasciavano scorgere solo le occhiaie vuote e scure.

A differenza del subordinato ideale, nonostante i lineamenti impassibili, sembrava faticasse a nascondere le sue emozioni.

Portava invece con sé un’atmosfera insidiosa d’ironico divertimento,  in certi momenti accompagnata da una risata profonda e gutturale, simile a quella d’una tartaruga gigante che abbia appena sbranato un animale velloso e si trascini verso il mare.

Sembrava di razza caucasica, ma era impossibile dare di lui una classificazione più precisa.

Alcuni amici di Clarendon ritenevano che avesse l’aspetto di un indù di casta elevata, nonostante parlasse senza alcun accento; molti, invece, concordavano con Georgina (la quale lo detestava), quando affermava che la mummia di un faraone, riportata miracolosamente in vita, sarebbe stata la gemella più adatta per quello scheletro beffardo.

Assorbito nelle battaglie della sua ascesa politica, e isolato dagli interessi della Costa Orientale grazie alla autosufficienza del vecchio West, Dalton non aveva seguito la sfolgorante carriera del suo compagno di studi; e Clarendon non aveva mai sentito parlare di un individuo lontano dal suo prediletto mondo scientifico quanto il governatore.

Disponendo di molti mezzi che li rendevano indipendenti e benestanti, i Clarendon erano rimasti per molti anni in un antico palazzo della 19esima Strada Est, a Manhattan, i cui fantasmi dovevano guardare con disapprovazione le bizzarrie di Surama e dei tibetani.

Poi, dato che il dottore desiderava trasferire la sua base di studi medici, c’era stato all’improvviso il grande cambiamento.

Avevano attraversato il continente per andare a vivere, isolati,  a San Francisco.

Avevano conquistato la vecchia, tetra casa dei Bannister presso Goat Hill, affacciata sulla baia, trasferendo la strana servitù in quella fatiscente reliquia di stile vittoriano costruita da un arricchito della corsa all’oro.

Benché si sentisse più soddisfatto che a New York, il dottor Clarendon si doleva di non avere la possibilità di applicare e di sperimentare le sue teorie patologiche.

Schivo com’era, non aveva mai pensato di sfruttare la propria fama per ottenere un incarico pubblico; tuttavia si rendeva conto sempre più chiaramente che soltanto la direzione del settore medico di un istituto governativo o benefico, come un carcere, un ospizio di carità o un ospedale, gli avrebbe offerto un campo sufficientemente ampio per completare le ricerche e far sì che le sue scoperte fossero della massima utilità per l’umanità e per la scienza.

Poi si era imbattuto per puro caso in James Dalton, un pomeriggio  in Market Street, mentre il governatore usciva dal “Royal Hotel”.

Georgina era con lui: il riconoscimento quasi immediato aveva reso più drammatico l’incontro.

Poiché l’uno ignorava i successi dell’altro, c’era stata una lunga serie di spiegazioni e di racconti, e Clarendon si era rallegrato che l’amico fosse diventato un personaggio tanto importante.

Dalton e Georgina si scambiarono molte occhiate e sentirono rivivere la tenerezza di un tempo: rinacque subito un’amicizia che portò a frequenti visite e ad uno scambio di confidenze sempre più completo.

James Dalton fu informato che il protetto di un tempo aspirava a una carica ufficiale e, fedele al suo ruolo dei tempi della scuola e dell’università, cercò il modo di assicurare al “piccolo Alf”, la posizione che gli necessitava.

Disponeva di poteri molto ampi, in fatto di nomine, ma i continui attacchi contro la sua legislatura lo costringevano a servirsene con la massima discrezione.

Tuttavia, dopo neppure tre mesi, rimase vacante la principale carica medica pubblica dello Stato.

Soppesando con cura tutti i fattori, sicuro che la fama dell’amico avrebbe giustificato la decisione, il Governatore  si sentì finalmente libero di agire.

Le formalità furono poche, e l’8 novembre 189… il dottor Alfred Schuyler Clarendon divenne direttore medico del penitenziario statale della  California, a San Quentin.

In poco più di un mese, le speranze degli ammiratori del dottor Clarendon si realizzarono.

Cambiamenti radicali di  metodi diedero alla routine medica del carcere un’efficienza prima impensabile; e, sebbene i suoi subordinati, ovviamente, fossero piuttosto gelosi, furono costretti a riconoscere i risultati magici ottenuti sotto la guida di un uomo veramente grande.

Poi venne il momento in cui la stima avrebbe potuto diventare  devota gratitudine, per un concorso provvidenziale di fatti e di tempi; infatti, una mattina, il dottor Jones si presentò al suo nuovo direttore, con aria grave, e gli annunciò di avere scoperto un caso che poteva identificare solo per quella febbre nera di cui Clarendon aveva scoperto e classificato il germe.

Il dottor Clarendon non si mostrò sorpreso, e continuò a scrivere.

“Lo so”, rispose con calma.

“Ho scoperto quel caso ieri.

Sono lieto che lei lo abbia riconosciuto.

Faccia mettere quell’uomo in un reparto isolato, anche se non credo che la febbre sia contagiosa.

” Il dottor Jones, che aveva un’altra opinione della contagiosità della malattia, fu lieto di quell’omaggio alla prudenza, e si affrettò a eseguire l’ordine.

Quando tornò, Clarendon si alzò per andarsene e annunciò che si sarebbe occupato da solo di quel caso.

Frustrato nel desiderio di studiare i metodi e la tecnica del grand’uomo, l’altro medico lo guardò avviarsi a grandi passi verso il reparto isolato in cui aveva fatto condurre il paziente: era irritato del nuovo regime più di quanto lo fosse stato da.

quando l’ammirazione aveva preso il posto dell’iniziale sentimento  di gelosia.

Clarendon entrò in fretta nella stanza, diede un’occhiata al letto e poi indietreggiò per vedere fino a che punto si sarebbe spinta l’ovvia curiosità del dottor Jones.

Quando vide che il corridoio era deserto, chiuse la porta e si occupò del paziente.

Era un criminale colpevole di reati ripugnanti, e sembrava scosso dai tormenti più atroci.

Il suo volto era spaventosamente contratto, e teneva le ginocchia sollevate nella muta disperazione  tipica di quella malattia.

Clarendon lo studiò attentamente sollevando le palpebre serrate, gli prese il polso e la temperatura, poi sciolse nell’acqua una compressa, e versò a forza la soluzione tra le labbra del malato.

In pochi istanti l’attacco si attenuò, come dimostravano il rilassarsi delle membra e il ritorno ad un’espressione normale, ed il paziente cominciò a respirare con maggiore facilità.

Poi, massaggiandogli delicatamente le orecchie, il dottore gli fece aprire gli occhi.

Erano vivi, perché roteavano da una parte all’altra, sebbene fossero privi di quel fuoco che rispecchia  l’immagine dell’anima.

Clarendon sorrise, constatando che il suo intervento aveva portato la pace, e si sentì confortato dall’appoggio di una scienza onnipotente.

Da tempo conosceva quel caso, e aveva strappato la vittima alla morte in un momento.

Ancora un’ora, e quell’uomo sarebbe morto: eppure Jones aveva osservato i sintomi  per parecchi giorni, prima di scoprirli e, quando li aveva scoperti, non aveva saputo che cosa fare.

La vittoria dell’uomo sulla malattia, però, non può essere perfetta.

Assicurando agli infermieri dubbiosi che la febbre non era contagiosa, Clarendon aveva ordinato di lavare il paziente, di massaggiarlo con l’alcool e metterlo a letto; ma, la mattina dopo, gli fu annunciato che tutto era finito.

L’uomo era morto dopo mezzanotte tra dolori atroci, tra urla e smorfie terribili che avevano sparso il panico fra i detenuti che fungevano da infermieri.

Il medico accettò la notizia con la calma abituale, quali che fossero i suoi sentimenti, e ordinò che il cadavere venisse sepolto nella calce viva.

Poi, con una filosofica scrollata di spalle, fece il solito giro del penitenziario.

Due giorni dopo, altri casi si verificarono nel carcere.

Questa volta arrivarono tre malati, e non si poteva nascondere il fatto che era in corso un’epidemia di febbre nera.

Clarendon, che aveva sostenuto energicamente la teoria che non fosse contagiosa,  perse notevolmente di prestigio, e fu ostacolato dal rifiuto,  da parte dei detenuti-infermieri, di assistere i pazienti.

Quegli uomini non conoscevano la pura dedizione di chi si sacrifica alla scienza e all’umanità.

Erano detenuti di buona condotta, e prestavano quei servigi soltanto per ottenere privilegi che altrimenti non avrebbero potuto avere; ma, quando il prezzo diventava troppo alto, preferivano rinunciare ai privilegi.

Ma il dottore era ancora padrone della situazione.

Si consultò con il direttore della prigione, inviò messaggi urgenti al suo amico governatore, e fece sì che ai detenuti disposti a svolgere le pericolose mansioni infermieristiche venissero assicurati speciali premi in denaro e riduzioni nelle pene: con questo metodo riuscì ad assicurarsi un buon numero di volontari.

Adesso era pronto all’azione, e nulla poteva scuotere la sua decisione.

I nuovi casi di malattia venivano accolti da lui con un secco cenno del capo: pareva ignorare la stanchezza, mentre andava da un letto all’altro, in quell’immensa casa preda della tristezza e del male.

In una settimana vi furono più di quaranta casi, e fu necessario far venire altri infermieri dalla città.

In quel periodo Clarendon andava a casa di rado, e spesso dormiva su una branda nell’alloggio del direttore, dedicandosi sempre, con il suo tipico slancio, al servizio della medicina e dell’umanità.

Poi vennero gli iniziali preannunci della tempesta che stava per travolgere San Francisco.

La notizia si sparse, e la minaccia della febbre nera si diffuse sulla città come una nebbia salita dalla baia.

I giornalisti in caccia di notizie sensazionali diedero via libera all’immaginazione, e si gloriarono quando poterono sbandierare un caso nel quartiere messicano che un medico locale, forse più amante del denaro che della verità e del bene civico, dichiarò essere febbre nera.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Resa frenetica dal pensiero della morte orrenda che la minacciava, la popolazione di San Francisco fu colta da una specie di follia collettiva, e si lanciò in quello storico esodo di cui l’intero paese fu presto informato per telegrafo.

Traghetti, barche a remi, battelli da diporto e lance, treni e tram, biciclette e carrozze, camion da trasloco e da lavoro, tutto venne freneticamente utilizzato.

Sausalito e Tamalpais, che si trovavano nella direzione di San Quentin, vennero evacuati, mentre gli alloggi a Oakland, Berkeley e Alameda salirono a prezzi favolosi.

Sorsero numerose tendopoli, e villaggi improvvisati si allinearono lungo le strade affollate del sud, da Millbrae a San Jose.

Molti cercarono rifugio in casa d’amici a Sacramento,  mentre i pochi costretti per vari motivi a rimanere, non potevano far altro che provvedere alle necessità di una città quasi morta.

Gli affari si ridussero presto quasi a zero; prosperavano soltanto  i ciarlatani che vantavano “cure infallibili” e “preventive” contro la febbre.

All’inizio i saloon offrivano “bevande medicate”,  ma presto si scoprì che la popolazione preferiva farsi imbrogliare da ciarlatani dall’aspetto maggiormente professionale.

Per le vie stranamente silenziose le persone si scrutavano reciprocamente in viso per scoprire i possibili sintomi del morbo, ed i negozianti cominciarono a respingere i clienti, poiché ognuno di essi sembrava costituire una nuova minaccia.

La macchina legale e giudiziaria prese a disintegrarsi, via via che gli avvocati e i funzionari della contea cedevano, uno dopo l’altro, all’impulso di fuggire.

Persino i medici disertarono in gran numero; molti addussero la necessità di andare a riposarsi tra le montagne e i laghi della parte settentrionale dello Stato.

Poco a poco scuole e università,  teatri e caffè, ristoranti e saloon chiusero i battenti; e, dopo una sola settimana, San Francisco era prostrata e inerte, i servizi dell’illuminazione, dell’elettricità e dell’acqua funzionavano a metà, i giornali uscivano in edizioni ridotte, e soltanto i tram a cavalli e le funicolari mantenevano in vita una malridotta caricatura  del sistema dei trasporti.

Fu il momento peggiore.

Non poteva durare a lungo, perché il coraggio e lo spirito d’osservazione non sono morti del tutto nell’umanità; e l’inesistenza di una vasta epidemia di febbre nera all’esterno di San Quentin divenne un fatto troppo evidente, perché fosse possibile negarlo, sebbene vi fossero diversi casi autentici, e per giunta la febbre tifoidea si fosse diffusa nelle malsane tendopoli suburbane.

Gli editori e i direttori dei giornali si riunirono e decisero di agire, mettendo al lavoro gli stessi giornalisti che avevano tanto contribuito a scatenare il panico, e orientando, questa volta, la loro passione per le notizie sensazionali in una direzione più costruttiva.

Apparvero editoriali e interviste fittizie per dimostrare che il dottor Clarendon teneva completamente sotto controllo la malattia, e che era del tutto impossibile che si diffondesse oltre le mura del carcere.

L’insistenza su questi temi diede i suoi frutti e, a poco a poco, il rivoletto dei cittadini che rientravano divenne un fiume vigoroso.

Uno dei primi sintomi positivi fu lo scoppio di una polemica giornalistica, del tipo acrimonioso tanto apprezzato, per stabilire chi fosse il responsabile del panico.

I medici che rientravano in città, rinvigoriti dalla tempestiva vacanza, cominciarono a prendere di mira Clarendon, assicurando al pubblico che anche loro avrebbero saputo tenere a freno la febbre, e criticandolo perché non aveva fatto di più per evitare il diffondersi del morbo all’interno di San Quentin.

Clarendon, sostenevano, aveva permesso che morissero troppi pazienti.

Anche il principiante sapeva controllare il contagio della febbre; e, se quello scienziato famoso non lo aveva fatto, era chiaro che per motivi scientifici aveva deciso di studiare gli effetti finali della malattia, invece di prescrivere gli esatti rimedi e di salvare i pazienti.

Questo modo di agire, insinuavano, poteva anche essere abbastanza  giustificato nei confronti degli assassini detenuti in un istituto di pena: ma sarebbe stato condannabile a San Francisco, dove la vita era ancora un bene prezioso e sacro.

I medici continuavano su questo tono, e i giornalisti erano ben felici di pubblicare tutto ciò che essi scrivevano, perché l’asprezza della polemica, alla quale avrebbe senza dubbio finito per prendere parte anche il dottor Clarendon, avrebbe contribuito a far dimenticare la confusione ed a restituire fiducia alla gente.

Ma Clarendon non rispose.

Si limitava a sorridere, mentre Surama, il suo bizzarro collaboratore, si abbandonava a molte risate gutturali da tartaruga.

Il medico stava più spesso a casa, adesso, ed i giornalisti cominciarono ad assediare il cancello del grande muro che Clarendon aveva fatto innalzare attorno alla sua abitazione, invece di invadere l’ufficio del direttore a San Quentin.

Ma i risultati furono altrettanto scarsi, perché Surama costituiva una barriera insuperabile tra il dottore e il mondo esterno… anche quando i giornalisti venivano ammessi ad entrare.

I cronisti che riuscivano ad arrivare fino all’atrio, avevano modo di vedere i singolari servitori di Clarendon, e facevano del loro meglio per scrivere pezzi di colore sul conto di Surama e di quegli strani, scheletrici tibetani.

Ogni nuovo articolo, naturalmente, conteneva nuove esagerazioni, e l’effetto complessivo era nettamente sfavorevole al grande medico.

Molta gente odia tutto ciò che è insolito, e centinaia di persone che avrebbero perdonato l’insensibilità o l’incompetenza, erano dispostissime a condannare il gusto grottesco  manifestato nel misterioso aiutante e negli otto orientali vestiti di nero.

All’inizio di gennaio, un giovane e ostinato cronista dell’Observer  scavalcò il muro di mattoni, alto due metri e mezzo e cinto da un fossato, dietro al parco di Clarendon, e incominciò a esplorare tutto ciò che gli alberi nascondevano alla vista di quanti passavano per la strada.

Con mente sveglia e attenta notò ogni cosa: il giardino delle rose, le voliere, le gabbie degli animali che rinchiudevano mammiferi  di ogni specie, dalle scimmie alle cavie, il robusto edificio ligneo del laboratorio con le finestre sbarrate che si trovava nell’angolo nord-ovest del grande giardino… e lanciò occhiate indagatrici su ogni metro quadrato della proprietà.

Si preannunciava un articolo sensazionale, e il giovane sarebbe  fuggito indenne se non fosse stato per i latrati di Dick, il gigantesco San Bernardo che era il preferito di Georgina.

Surama  entrò subito in azione, e afferrò il giovane per la collottola prima che avesse il tempo di protestare: lo scrollò come un Terrier scrolla un topo, e lo trascinò fra gli alberi verso il cancello.

Né valsero a nulla le concitate spiegazioni, né le tremanti richieste di vedere il dottor Clarendon.

Surama si limitò a ridere e continuò a trascinare via la sua vittima.

All’improvviso, il cronista si spaventò sul serio, e cominciò ad augurarsi, disperato, che quell’essere ultraterreno parlasse, se non altro per dimostrare che era di carne e di sangue e apparteneva davvero a questo pianeta.

Fu colto da una nausea terribile, e si sforzò di non guardare gli occhi nascosti nelle nere occhiaie vuote.

Poco dopo sentì il cancello aprirsi, e si vide scaraventare fuori con violenza; un attimo dopo si ridestò bruscamente alla realtà di questa Terra, quando finì, bagnato e infangato, nel fosso che Clarendon aveva fatto scavare intorno al muro di cinta.

Lo spavento lasciò il posto al furore, quando udì sbattere il massiccio cancello; si alzò, e agitò i pugni in direzione di  quell’ingresso proibito.

Poi, mentre si voltava per andarsene, sentì alle sue spalle un suono sommesso e, attraverso la porticina del cancello, avvertì lo sguardo degli occhi incassati di Surama e udì l’eco di un’agghiacciante risata gutturale.

Il giovanotto, convinto non del tutto a torto di essere stato trattato in modo indegno, decise di vendicarsi del responsabile dell’offesa.

Preparò un’intervista fittizia con il dottor Clarendon, ambientandola nel laboratorio, e descrisse le sofferenze  d’una dozzina di malati di febbre nera che la sua immaginazione  dispose in file ordinate di letti.

Il suo colpo da maestro fu la descrizione di un malato che implorava un sorso d’acqua, mentre il dottore teneva un bicchiere  pieno di liquido scintillante appena al di fuori della sua portata, cercando di accertare scientificamente l’effetto di  un’emozione torturante sul corso della malattia.

L’invenzione era seguita da paragrafi di commenti insinuanti, in apparenza tanto rispettosi da risultare doppiamente maligni.

Il dottor Clarendon, affermava l’articolo, era senza dubbio lo scienziato più grande e più impegnato nel mondo: ma la scienza mal si accorda con il bene individuale, e a nessuno farebbe piacere che i propri malanni venissero prolungati e aggravati solo per soddisfare un ricercatore in caccia di una verità astratta.

La vita è troppo breve per queste cose.

L’articolo, nel complesso, era diabolicamente abile, e riuscì a scatenare l’indignazione di nove lettori su dieci nei confronti del dottor Clarendon e dei suoi presunti metodi.

Altri giornali si affrettarono a riprenderne e ad ampliarne il contenuto, incominciando una serie di false interviste che presentavano tutta la gamma delle fantasie più denigratrici.

Tuttavia, il dottore non si degnò mai di avanzare una smentita.

Non aveva tempo da perdere  con gli sciocchi e i bugiardi, e teneva pochissimo alla stima delle folle scervellate, che disprezzava.

Quando James Dalton telegrafò, esprimendo solidarietà e offrendo il suo aiuto, Clarendon rispose in modo molto secco.

Non faceva caso all’abbaiare dei cani, e non poteva prendersi il disturbo di metter loro la museruola.

E non avrebbe ringraziato chi si fosse intromesso in una faccenda da lui ritenuta indegna d’attenzione.

Taciturno e sprezzante, continuò a svolgere il suo lavoro con tranquilla imparzialità.

Ma la scintilla accesa dal giovane cronista aveva ottenuto l’effetto desiderato.

San Francisco impazzì di nuovo, e questa volta di rabbia, non solo di paura.

L’equanimità di giudizio divenne un bene perduto e, anche se non si verificò un secondo esodo, si ebbe l’avvento del regno del vizio e della crudeltà nati dalla disperazione, che faceva pensare a fenomeni analoghi dei tempi delle pestilenze medievali.

L’odio cresceva contro l’uomo che aveva scoperto la malattia e si sforzava di domarla, e il pubblico ebbro, impegnato a soffiare sul fuoco del risentimento, dimenticò i grandi servigi che aveva reso alla conoscenza.

Nella sua cecità, la gente pareva odiare lui in persona, più del morbo che aveva investito la città spazzata dalla brezza e abitualmente salubre.

Poi il giovane cronista, giocando con l’incendio da lui stesso scatenato, vi aggiunse un tocco personale tutto suo.

Ricordando l’umiliazione subita ad opera del cadaverico assistente di laboratorio, preparò un articolo magistrale sulla casa del dottor Clarendon, mettendo in particolare risalto Surama, il cui aspetto, diceva, bastava a provocare ogni sorta di febbre anche nell’individuo più sano.

Cercò di fare apparire quello scheletro sghignazzante ridicolo e terribile insieme, e forse riuscì a realizzare meglio la seconda parte del suo proposito, perché si sentiva invadere dall’orrore ogni volta che ripensava al breve incontro con quell’essere.

Raccolse tutte le dicerie che correvano sul conto di Surama, si sbizzarrì sull’inquietante profondità della sua presunta erudizione, e accennò oscuramente che il dottor Clarendon lo aveva trovato in un regno sacrilego della segreta, antichissima Africa.

Georgina, che seguiva con attenzione i giornali, si sentì schiacciata e offesa dagli attacchi contro il fratello, ma James Dalton, che si recava spesso a trovarla, fece di tutto per confortarla.

Lo fece con calore e sincerità, perché non desiderava soltanto consolare la donna amata, ma esprimere almeno in parte la reverenza che aveva sempre provato per il genio che era stato il migliore amico della sua gioventù.

Disse a Georgina che la grandezza non sempre si salva dagli strali dell’invidia, e citò il lungo, triste elenco delle grandi menti schiacciate da piedi volgari.

Quegli attacchi, osservò, costituivano la prova più certa della grandezza di Alfred.

“Ma feriscono egualmente”, ribatté lei.

“Soprattutto perché so che Alfred ne soffre moltissimo, per quanto si sforzi di  mostrarsi indifferente.

” Dalton le baciò la mano, nel modo che allora non era inconsueto tra la gente di buona educazione.

“E feriscono me mille volte di più, sapendo che fanno soffrire te ed Alf.

Ma non pensarci, Georgie: staremo vicini e supereremo  tutto questo.

” Georgina prese a contare sempre di più sulla forza del Governatore che era stato il corteggiatore della sua giovinezza, e a confidargli le sue paure.

Gli attacchi della stampa e l’epidemia non erano tutto.

Anche in casa sua vi erano molte cose che non le piacevano.

Surama, egualmente crudele verso gli uomini e le bestie, suscitava in lei una ripugnanza indicibile; e non poteva fare a meno di pensare che meditasse di fare del male ad Alfred.

Non le piacevano neppure i tibetani, e riteneva strano che Surama fosse in grado di parlare con loro.

Alfred non voleva dirle chi o cosa fosse Surama, ma una volta aveva spiegato, con una certa esitazione, che era molto più vecchio di quanto si potesse credere comunemente, e che aveva appreso segreti e vissuto esperienze capaci di farne un prezioso collega per ogni scienziato alla ricerca dei misteri della natura.

Spinto dall’inquietudine di Georgina, Dalton prese a frequentare ancora più spesso casa Clarendon, benché si fosse accorto che la sua presenza non era gradita a Surama.

L’ossuto sovrintendente del laboratorio aveva l’abitudine di scrutarlo in modo strano con quelle sue occhiaie spettrali ogni volta che lo faceva entrare, e spesso, dopo averlo fatto uscire e aver richiuso il cancello, ridacchiava in un modo che accapponava la pelle.

Il dottor Clarendon, intanto, pareva dimentico di tutto, tranne del lavoro a San Quentin, dove si recava ogni giorno con la sua lancia, accompagnato soltanto da Surama, che manovrava il timone mentre il dottore leggeva o confrontava gli appunti.

Dalton era lieto di quelle assenze regolari, perché gli offrivano continue occasioni di corteggiare Georgina.

Quando si tratteneva più a lungo e si incontrava con Alfred, però, l’accoglienza di questi era sempre amichevole nonostante l’abituale riserbo.

Con l’andar del tempo, il fidanzamento di James e Georgina divenne una cosa certa; e i due attendevano solo l’occasione favorevole per parlarne ad Alfred.

Il governatore, che metteva sempre l’anima in ciò che faceva ed era deciso a dimostrare la sua fedeltà protettrice, si diede da fare per mettere in buona luce il vecchio amico.

La stampa e la burocrazia subirono la sua influenza: riuscì persino a interessare gli scienziati della Costa Orientale, molti dei quali si recarono in California per studiare l’epidemia e svolgere indagini sul vaccino febbrifugo che Clarendon andava rapidamente  isolando e perfezionando.

Quei medici e biologi, però, non ottennero le informazioni che cercavano; e molti di loro se ne andarono con una pessima impressione.

Alcuni prepararono articoli ostili a Clarendon,  accusandolo di avere una mentalità antiscientifica e di essere un cacciatore di gloria, e insinuarono che teneva segreti i suoi metodi soltanto per un desiderio poco professionale di ottenere vantaggi personali.

Altri, per fortuna, furono più magnanimi nei loro giudizi, e scrissero in toni entusiastici di Clarendon e del suo lavoro.

Avevano visto i pazienti, e avevano potuto capire che teneva meravigliosamente a freno il temutissimo morbo.

Consideravano del tutto giustificabile il fatto che volesse tener segreta l’antitossina perché, diffusa in una forma non ancora perfezionata, avrebbe potuto fare più male che bene.

Clarendon, che molti di loro già conoscevano personalmente, li aveva colpiti più che mai, e non esitavano a paragonarlo a Jenner, Lister, Koch, Pasteur, Metchnikoff e ad altri genii che avevano dedicato la vita al servizio della patologia e dell’umanità.

Dalton si premurava di tenere in serbo per Alfred tutte le riviste che parlavano bene di lui, e le portava di persona, per avere il pretesto d’incontrarsi con Georgina.

Le riviste, tuttavia, non ottenevano altro effetto che un sorriso sprezzante; in genere, Clarendon le buttava a Surama, la cui risata profonda e inquietante pareva riecheggiare l’ironico divertimento del dottore.

Un lunedì sera, all’inizio di febbraio, Dalton si presentò con l’intenzione irrevocabile di chiedere a Clarendon la mano della sorella.

Fu la stessa Georgina a farlo entrare e, mentre si avviavano verso la casa, il governatore si fermò ad accarezzare il grosso cane che era arrivato di corsa e gli aveva posato le zampe sul petto.

Era Dick, il San Bernardo di Georgina, e Dalton si rallegrò nel constatare di avere l’affetto di una creatura tanto cara a lei.

Dick era euforico e felice, e quasi fece girare su se stesso il governatore con una pressione vigorosa, lanciando un rapido, sommesso latrato: poi si lanciò tra gli alberi, verso il laboratorio.

Ma non scomparve; anzi, si fermò e si voltò a guardare, abbaiando di nuovo sommessamente, come se volesse invitare Dalton a seguirlo.

Georgina, obbedendo al capriccio scherzoso del suo gigantesco cagnone, accennò a James di andare a vedere cosa  volesse; insieme lo seguirono lentamente, mentre l’animale trotterellava verso l’estremità del parco, dove il tetto del laboratorio spiccava contro le stelle, sopra l’alto muro.

Intorno agli orli delle tende scure filtrava la luce: quindi Alfred e Surama erano al lavoro.

All’improvviso, dall’interno, venne un suono fievole e smorzato, come il grido di un bambino…  un’invocazione lamentosa.

“Mamma! Mamma! ” Dick abbaiò e James e Georgina trasalirono.

Ma poi la giovane  donna sorrise, ricordando i pappagalli che Clarendon teneva  sempre per i suoi esperimenti, e accarezzò la grossa testa di Dick, per perdonarlo di avere ingannato lei e Dalton, o forse per consolarlo di essersi ingannato lui stesso.

Mentre si avviavano verso la casa, Dalton parlò della sua decisione di discutere il loro fidanzamento con Alfred quella sera stessa, e Georgina non fece obiezioni.

Sapeva che il fratello non si sarebbe rallegrato all’idea di perdere una compagna ed un’amministratrice devota, ma pensava che il suo affetto per lei non gli avrebbe permesso di porre ostacoli alla sua felicità.

Quella stessa sera, più tardi, Clarendon entrò in casa con passo scattante e un aspetto meno cupo del solito.

Dalton, interpretando quell’euforia come un buon auspicio, si fece  coraggio quando il dottore gli strinse la mano con un gioviale: “Ah, Jimmy, come va la politica?”.

Guardò Georgina, che subito si assentò con una scusa, mentre i due uomini cominciavano a chiacchierare del più e del meno.

Poco a poco, tra i ricordi della loro gioventù, Dalton avanzò verso il suo scopo: e, alla fine, se ne uscì apertamente con la richiesta decisiva.

“Alf, voglio sposare Georgina.

Ci dai la tua benedizione?” Scrutando attento il vecchio amico, Dalton vide un’ombra oscurargli il viso.

Gli occhi lampeggiarono per un attimo, poi si velarono in una calma forzata.

La scienza, o l’egoismo, erano all’opera! “Tu pretendi l’impossibile, James.

Georgina non è più quella farfalla priva di scopo che era anni fa.

Ha un posto al servizio della verità e dell’umanità, adesso, e quel posto è qui.

Ha deciso di dedicare la vita al mio lavoro… alla casa che me lo rende possibile… e non c’è posto per la diserzione e per il capriccio personale.

” Dalton attese, per vedere se aveva finito.

Lo stesso fanatismo di un tempo, l’umanità contro l’individuo… E il dottore avrebbe lasciato che rovinasse l’esistenza di sua sorella! Poi cercò di rispondere.

“Stammi a sentire, Alf.

Vuoi dire che proprio Georgina è tanto necessaria al tuo lavoro che devi farne una schiava e una martire? Abbi un po’ di senso delle proporzioni, mio caro! Se si trattasse di Surama o di qualcun altro che si occupa dei tuoi esperimenti, sarebbe diverso; ma Georgina, in ultima analisi, per te è solo una governante.

Ha promesso di diventare mia moglie e dice di amarmi.

Hai il diritto di impedirle di vivere la vita che le spetta? Hai il diritto di…” “Basta così, James!” Il viso di Clarendon era pallido e duro.

“Che io abbia o no il diritto di governare la mia famiglia è una faccenda che non riguarda un estraneo.

” “Un estraneo…? Puoi dire una cosa simile a un uomo che…” Dalton si sentì soffocare, mentre la voce d’acciaio del dottore l’interrompeva di nuovo.

“Un estraneo alla mia famiglia, e d’ora innanzi estraneo anche alla mia casa.

Dalton, la tua presunzione si è spinta troppo oltre! Buonanotte, governatore!” E Clarendon uscì dalla stanza senza neppure tendergli la mano.

Dalton esitò per un attimo, senza sapere che fare, quando entrò Georgina.

L’espressione del suo viso mostrava che avrebbe  parlato con il fratello, e Dalton le prese le mani, di slancio.

“Ebbene, Georgie, che ne dici? Temo che dovrai scegliere tra Alf e me.

Sai quello che provo… sai quello che ho provato tanto tempo fa… quando era tuo padre ad osteggiarmi, Qual è la tua risposta, questa volta?” Attese: lei rispose, lentamente: “James, caro, credi che io ti ami?”.

Dalton annuì, e le strinse le mani più forte.

“Allora, se anche tu mi ami, aspetta ancora un po’.

Non pensare alla scortesia di Alf.

Bisogna compatirlo.

Non posso dirti tutto ora, ma sai quanto sono preoccupata… la tensione del suo lavoro, le critiche, le occhiate e le risate di Surama, quell’essere orribile! Ho paura che Alf crolli… è più teso di quanto possa apparire a chi non è della famiglia.

Io me ne accorgo, perché l’ho osservato per tutta la vita.

Sta cambiando… si piega lentamente sotto il suo fardello… e si mostra ancora più brusco per nasconderlo.

Capisci ciò che voglio dire, vero, caro?” S’interruppe, e Dalton annuì di nuovo, stringendosi al petto una mano di lei.

Poi Georgina concluse.

“Perciò, caro, promettimi di avere pazienza.

Devo restargli accanto: lo devo! Lo devo!” Dalton non parlò per qualche istante, ma piegò il capo quasi in atto di reverenza.

Quella donna aveva uno spirito cristiano quale non aveva mai pensato che nessuno possedesse: e di fronte a tanto amore e devozione, non poteva insistere.

Le parole di rammarico e di commiato furono brevi; e James, gli occhi azzurri inumiditi dalle lacrime, scorse appena lo scheletrico factotum quando gli venne aperto il cancello.

Ma quando questo sbatté alle sue spalle, udì la risata agghiacciante che ormai riconosceva benissimo, e capì che Surama era là… Surama, che Georgina aveva definito il genio malefico del fratello.

Allontanandosi con passo fermo, Dalton si ripromise di stare in guardia, e d’intervenire al primo accenno di guai.

Intanto San Francisco, dove l’epidemia era ancora sulla bocca di tutti, ribolliva di ostilità nei confronti di Clarendon.

In effetti, i casi all’esterno del penitenziario erano pochissimi, circoscritti quasi esclusivamente all’elemento messicano, i cui quartieri privi di impianti igienici erano una fonte continua di malattie d’ogni genere.

Ma i politicanti e l’opinione pubblica non avevano bisogno d’altro per confermare gli attacchi sferrati dai nemici del dottore.

Poiché Dalton era irremovibile nel sostenere Clarendon, i malcontenti, i baroni della medicina ed i loro seguaci, rivolsero l’attenzione alla legislatura dello Stato; radunarono con grande abilità gli anti-clarendonisti ed i vecchi nemici del governatore, e si accinsero a varare una legge, con una maggioranza a prova di veto, per trasferire il diritto di nominare i funzionari di  alcune istituzioni non molto importanti, dal governatore, ai vari consigli d’amministrazione e alle varie commissioni competenti.

Nessuno si mostrò più attivo, nel propugnare questa nuova disposizione, del primo assistente di Clarendon, il dottor Jones.

Era stato fin dall’inizio geloso del suo superiore, e adesso aveva l’occasione di modificare la situazione a suo piacere.

Ringraziò il destino di essere parente del presidente del consiglio d’amministrazione del carcere: un fatto, questo, al quale già doveva il posto.

Se fosse stata approvata, la nuova legge avrebbe significato certamente l’allontanamento di Clarendon e la sua nomina a direttore del servizio medico del penitenziario; quindi, memore dei propri interessi, si diede parecchio da fare.

Jones era tutto ciò che Clarendon non era: un politicante nato ed un opportunista servile che pensava prima alla carriera e poi alla scienza.

Era povero e aspirava ad un incarico ben retribuito, in contrasto con il ricco, indipendente scienziato che voleva soppiantare.

Con l’astuzia e la perseveranza di un ratto si preoccupava di minare il terreno sotto ai piedi del grande biologo, e un giorno ebbe la gioia di apprendere che la legge era stata approvata.

D’ora innanzi il governatore non poteva più decidere delle nomine nelle istituzioni dello Stato, e la direzione medica di San Quentin era a disposizione del consiglio d’amministrazione del penitenziario.

Clarendon non si accorse neppure di quel trambusto legislativo.

Assorto completamente nei problemi dell’amministrazione  e della ricerca, non si rese conto del tradimento di “quell’asino  di Jones” che gli lavorava a fianco, né dei pettegolezzi dei dipendenti del direttore del carcere.

Non aveva mai letto i giornali in vita sua e, allontanando Dalton dalla propria casa, aveva reciso l’ultimo vero legame con il mondo esterno.

Con l’ingenuità del recluso, non aveva mai considerato malsicura la propria posizione.

Data la lealtà di Dalton, capace di perdonare anche i torti più gravi, come aveva dimostrato il suo comportamento nei confronti del vecchio Clarendon  che gli aveva rovinato il padre, la possibilità che il governatore lo licenziasse era, naturalmente, fuori questione; e l’ignoranza  politica del dottore era tale che non poteva prevedere un improvviso gioco di potere capace di mettere la sua sorte in mani ben diverse.

Perciò, si limitò a sorridere soddisfatto quando Dalton partì per Sacramento, convinto che il suo posto a San Quentin, e il posto di Georgina in casa sua, fossero egualmente al sicuro da ogni fastidio.

Era abituato ad avere ciò che voleva, e credeva che la fortuna continuasse a sorridergli.

Nella prima settimana di marzo, un paio di giorni dopo l’entrata in vigore della nuova legge, il presidente del consiglio di amministrazione del penitenziario fece una visita a San Quentin.

Clarendon era fuori, ma il dottor Jones fu lieto di mostrare all’illustre visitatore, che tra l’altro era suo zio, la grande infermeria, compreso il reparto della febbre nera reso tanto famoso dalla stampa e dal panico.

Ormai convertito, contro la propria volontà, alla teoria di Clarendon secondo la quale la febbre non era contagiosa, Jones assicurò sorridendo allo zio che non c’era nulla da temere, e lo invitò ad osservare da vicino i pazienti… soprattutto un orrido scheletro che era stato un gigante vigoroso e che, insinuò, stava morendo lentamente tra atroci sofferenze perché Clarendon rifiutava di somministrargli il rimedio adatto.

“Vuoi dire”, esclamò il presidente, “che il dottor Clarendon rifiuta di dare a quest’uomo ciò che potrebbe salvargli la vita?” “Precisamente”, scattò il dottor Jones, interrompendosi quando la porta si aprì ed entrò Clarendon.

Questi gli rivolse un freddo cenno di saluto e squadrò con disapprovazione il visitatore, che non conosceva.

“Dottor Jones, pensavo sapesse che questo paziente non deve essere disturbato per nessun motivo.

E non le ho detto che i visitatori non sono ammessi, se non con un permesso speciale?” Ma il presidente l’interruppe, prima ancora che il nipote avesse il tempo di presentarlo.

“Mi scusi, dottor Clarendon, ma è vero che rifiuta di dare a quest’uomo la medicina che potrebbe salvarlo?” Clarendon lo fissò gelido e ribatté con voce d’acciaio.

“è una domanda impertinente, signore.

Il responsabile, qui sono io, e non sono ammessi visitatori.

La prego di andarsene immediatamente.

” Il presidente, solleticato nel suo senso drammatico, rispose con pomposità e alterigia superiore al necessario.

“Si sbaglia, signore! Qui comando io, non lei.

Lei sta parlando al presidente del consiglio di amministrazione del penitenziario.

Devo aggiungere che considero la sua attività una minaccia per la salute dei detenuti, e devo chiederle di rassegnare le dimissioni.

Quindi il responsabile sarà il dottor Jones e, se desidera rimanere fino al congedo ufficiale, dovrà prendere  ordini da lui.

” Era il grande momento di Wilfred Jones.

La vita non gli aveva mai dato una simile soddisfazione, e non dobbiamo serbargli rancore.

In fondo era un uomo più meschino che malvagio, e aveva semplicemente obbedito al codice dei meschini, pensando esclusivamente a se stesso.

Clarendon rimase immobile, fissando  il suo interlocutore come se lo ritenesse impazzito; ma, un attimo dopo, l’espressione di trionfo sul viso del dottor Jones lo convinse che era accaduto davvero qualcosa d’importante.

Replicò con gelida cortesia.

“Senza dubbio lei è quel che dice di essere, signore.

Ma purtroppo sono stato nominato dal governatore, e perciò lui soltanto può revocare la nomina.

” Il presidente e il nipote lo guardarono perplessi, perché non immaginavano fino a che punto potesse arrivare l’ignoranza per certe cose.

Poi il più anziano dei due, rendendosi conto della situazione, si spiegò meglio.

“Se avessi scoperto che i rapporti erano ingiusti nei suoi confronti”, concluse, “avrei rinunciato ad agire; ma il caso di questo poveraccio ed i suoi modi arroganti non mi lasciano scelta.

Quindi…” Ma il dottor Clarendon l’interruppe con un tono tagliente come un rasoio.

“Quindi, io sono attualmente il direttore responsabile, e  l’invito a uscire immediatamente di qui.

” Il presidente avvampò ed esplose.

“Stia a sentire, signore, con chi crede di parlare? La farò buttar fuori… maledetta la sua impertinenza!” Ebbe a malapena il tempo di terminare la frase.

Trasformato dall’insulto in un’improvvisa dinamo d’odio, l’esile scienziato si avventò a pugni stretti, in uno scoppio di forza preternaturale di cui nessuno lo avrebbe ritenuto capace.

E se la forza era preternaturale, l’esattezza della mira non fu da meno, perché neppure un campione del ring avrebbe potuto ottenere un simile risultato.

I due uomini, il presidente e il dottor Jones, vennero centrati in pieno: uno in viso, l’altro al mento.

Caddero come alberi abbattuti e rimasero immobili, svenuti sul pavimento, mentre Clarendon, di nuovo lucido e perfettamente padrone di sé, prese cappello e bastone e uscì, raggiungendo Surama a bordo della lancia.

Solo quando l’imbarcazione si mise in moto, sfogò a parole la rabbia spaventosa che lo divorava.

Poi, col volto contratto, lanciò imprecazioni alle stelle ed agli abissi al di là delle stelle; tanto che persino Surama rabbrividì, fece un segno antico che nessun libro di storia registra, e si dimenticò di ridacchiare.

Georgina cercò di placare il dolore del fratello.

Clarendon era tornato a casa esausto mentalmente e fisicamente, e si era buttato sul divano della biblioteca; e, in quella stanza tetra, poco a poco, la fedele sorella era riuscita a strappargli la notizia quasi incredibile.

Lo confortò con tenera spontaneità, e gli disse che gli attacchi, le persecuzioni e il licenziamento, costituivano un tributo inconsapevole alla sua grandezza.

Lui aveva cercato di coltivare l’indifferenza che la sorella gli consigliava, e forse ci sarebbe riuscito se fosse stata in gioco soltanto la sua dignità personale.

Ma la perdita di quella grande occasione scientifica gli era insopportabile; sospirando, ripeté che altri tre mesi di studi nel penitenziario gli avrebbero fatto scoprire, finalmente, il bacillo che avrebbe relegato per sempre la febbre tra i ricordi del passato.

Allora Georgina cercò di rincuorarlo in altro modo, e gli disse che, sicuramente, il consiglio d’amministrazione del carcere lo avrebbe mandato a cercare di nuovo se la febbre non fosse cessata, o se anzi si fosse aggravata.

Ma neppure questo servì a qualcosa, e Clarendon rispose soltanto con una serie di brevi frasi amare, ironiche, quasi prive di senso, il cui tono dimostrava quanto fosse sconvolto dalla disperazione e dal risentimento.

“Cessare? Aggravarsi? Oh, cesserà, certamente! Almeno, penseranno  che sia cessata! Penseranno qualunque cosa, accada quello  che accada.

Gli occhi ignoranti non vedono niente, ed i confusionari non saranno mai in grado di scoprire nulla di nuovo.

La scienza non mostra mai il suo vero volto a gente del genere.

E dicono di essere medici! E, soprattutto, pensa che la responsabilità viene affidata a quell’asino di Jones!” S’interruppe con una rapida smorfia e scoppiò in una risata così demoniaca che Georgina rabbrividì.

I giorni che seguirono furono molto tristi in casa Clarendon.

La depressione, triste e inconsolabile, si era impadronita della mente di solito instancabile del dottore; avrebbe persino rifiu-0 tato di mangiare, se Georgina non l’avesse costretto.

Il grosso quaderno di appunti stava chiuso sul tavolo della biblioteca, e la piccola siringa d’oro del siero antifebbre – una sua invenzione, con un serbatoio fissato a un cerchio d’oro, ed un meccanismo a pressione – giaceva oziosa nel piccolo astuccio di pelle lì accanto.

Il vigore, l’ambizione, la passione per lo studio e per l’osservazione, sembravano spenti dentro di lui: non s’informava neppure del laboratorio, dove centinaia di culture  di germi lo attendevano in file ordinate di provette.

Gli innumerevoli animali destinati agli esperimenti giocavano,  vivaci e ben nutriti, nel sole primaverile; e quando Georgina  passeggiava attraverso il giardino delle rose e si avviava verso le gabbie, provava un senso stranamente incongruo di felicità.

Ma sapeva che quella gioia era tragicamente transitoria, perché presto l’inizio di una nuova ricerca avrebbe fatto di quelle creature altrettante vittime involontarie della scienza.

Sapendo questo, scorgeva una specie di compensazione nell’inazione  del fratello, e lo incoraggiava a proseguire un riposo di cui “aveva tanto bisogno”.

Gli otto servi tibetani si aggiravano senza far rumore, tutti impeccabili ed efficienti come al solito; e Georgina si preoccupava di far sì che l’andamento ordinato della casa non risentisse dell’assenza del padrone.

Accantonati lo studio e le ambizioni colossali in un’indifferenza  casalinga, in pantofole e veste da camera, Clarendon era contento che Georgina lo trattasse come un bambino.

Accettava le sue premure materne con un sorriso lento e triste, e obbediva sempre ai suoi ordini e ai suoi consigli.

Una specie di fievole, malinconica felicità, si affermò nel languore di quei giorni, e l’unica nota stridente era costituita da Surama.

Era veramente desolato, e guardava spesso con occhi cupi e risentiti la serenità solare del viso di Georgina.

La sua unica gioia era stata il tumulto degli esperimenti, e sentiva la mancanza della routine che gli faceva afferrare gli animali predestinati, trasportarli al laboratorio stretti tra gli artigli, e  osservarli con uno sguardo ardente e risate maligne mentre piombavano gradualmente nell’ultimo coma, gli occhi spalancati e cerchiati di rosso, la lingua gonfia penzolante dalla bocca  coperta di schiuma.

Adesso sembrava spinto alla disperazione, alla vista degli animali spensierati nelle gabbie, e spesso andava a chiedere a Clarendon se aveva qualche ordine da dargli.

Trovava il dottore apatico, non disposto a riprendere il lavoro, e se ne andava borbottando sottovoce e lanciando occhiate malevole a tutti; scendeva a passi felpati nel suo alloggio, situato nella cantina, e talvolta si udiva la sua voce salire in ritmi profondi e smorzati di stranezza blasfema, di inquietanti suggestioni rituali.

Tutto questo logorava i nervi di Georgina, ma non quanto la continua stanchezza del fratello.

Il protrarsi di quello stato la preoccupava, e a poco a poco perdette quell’aria gaia che aveva tanto irritato Surama.

Poiché anche lei era esperta in medicina, si rendeva conto che le condizioni del fratello erano insoddisfacenti dal punto di vista psichiatrico; e adesso aveva paura di quell’assenza di interessi e di attività quanto prima aveva temuto lo zelo fanatico e gli studi troppo intensi.

Quella malinconia stava forse per trasformare un uomo geniale in un  innocuo imbecille? Verso la fine di maggio, si produsse un cambiamento improvviso.

Georgina ricordò sempre i minimi particolari di quella trasformazione, anche i più banali, come la cassetta consegnata a Surama il giorno innanzi, che recava il timbro postale di Algeri ed esalava un odore sgradevole; e l’improvviso temporale, così insolito in California, che era scoppiato quella notte, mentre Surama cantilenava i suoi rituali, chiuso in cantina, con una tonante voce di petto, più alta e più intensa che mai.

Era una giornata di sole, e Georgina era stata in giardino a cogliere fiori per la sala da pranzo.

Rientrando in casa, scorse il fratello in biblioteca, vestito di tutto punto e seduto al tavolo: consultava gli appunti del suo grosso scartafaccio, e altri ne aggiungeva con tratti di penna vivaci e sicuri.

Era attento e pieno di vita, e vi era una soddisfacente agilità nei movimenti, quando di tanto in tanto voltava pagina, o si tendeva a prendere un libro posato in un angolo del grande tavolo.

Sollevata e felice, Georgina si affrettò a posare i fiori in sala da pranzo e ritornò; ma, quando rientrò nella biblioteca, suo fratello se n’era andato.

Naturalmente, capì che doveva essere all’opera nel laboratorio, e si rallegrò al pensiero che fosse ritornato normale.

Pensò che sarebbe stato inutile attenderlo per pranzare, e mangiò da sola facendo tenere in caldo qualcosa, caso mai Clarendon fosse rientrato all’improvviso.

Ma il medico non venne.

Stava recuperando il tempo perduto, ed era ancora chiuso nel grande, robusto edificio di legno del laboratorio, quando lei uscì a passeggiare tra i rosai.

Mentre passava tra i fiori olezzanti, notò Surama che prendeva  alcuni animali per gli esperimenti.

Si augurò di vederlo il meno  possibile, perché la faceva sempre rabbrividire, ed era divenuta particolarmente sensibile alla sua vicinanza.

Surama non si metteva mai il cappello quando si aggirava nel parco, e la sua testa calva accentuava orribilmente quell’aspetto di scheletro.

Georgina udì una risata sommessa, mentre l’uomo prendeva dalla gabbia appoggiata al muro una scimmietta e la portava nel laboratorio: le lunghe dita ossute premevano crudelmente contro i fianchi pelosi della bestiola, facendola gridare d’angoscia e di paura.

Quella vista rattristò Georgina, e l’indusse a interrompere la passeggiata.

Il suo animo si ribellava all’ascendente che quell’individuo aveva acquisito su suo fratello; pensò, amaramente, che tra padrone e servitore si era ormai quasi compiuto uno scambio di ruoli.

Venne la notte, e Clarendon non era ancora rientrato in casa.

Georgina concluse che doveva essere assorto in uno di quei lunghissimi esperimenti che gli facevano dimenticare il trascorrere del tempo.

Le dispiaceva andare a dormire senza aver potuto parlare con il fratello di quell’improvvisa guarigione; ma poi si rese conto che sarebbe stato inutile attenderlo, gli scrisse un gaio biglietto che mise bene in vista sul tavolo della biblioteca, e poi si decise ad andare a letto.

Non si era ancora addormentata, quando sentì il portoncino aprirsi e richiudersi.

Dunque, Alf non aveva lavorato per tutta la notte! Decisa a indurre il fratello a mangiare qualcosa, si alzò, infilò la vestaglia, e scese per andare in biblioteca, ma si fermò quando udì un suono di voci provenire dalla porta socchiusa.

Clarendon e Surama stavano parlando, e Georgina attese che l’addetto al laboratorio se ne andasse.

Ma Surama non sembrava intenzionato a uscire: anzi, il tono accalorato della conversazione pareva preannunciare che sarebbe andata per le lunghe.

Sebbene non avesse avuto intenzione di origliare, Georgina non poté fare a meno di udire qualche frase, di tanto in tanto, e si accorse di qualcosa di sinistro che l’atterriva, anche se non le risultava molto chiaro.

La voce del fratello, nervosa e incisiva, incatenava la sua attenzione con inquietante persistenza.

“E del resto”, stava dicendo, “non abbiamo abbastanza animali  per un’altra giornata, e sai quant’è difficile procurarsene una scorta sufficiente senza preavviso.

Mi sembra una sciocchezza sprecare tempo e fatica su simile robaccia, quando con un po’ d’impegno potremmo procurarci soggetti umani.

” Georgina si sentì sconvolgere dalle possibili implicazioni di quelle parole, e si afferrò all’attaccapanni dell’atrio per non cadere.

Surama stava rispondendo con quel tono profondo e cavernoso che pareva echeggiare della malvagità di mille epoche e di mille pianeti.

“Calma, calma… sei precipitoso e impaziente come un bambino!  Tu affretti troppo le cose! Quando si è vissuto a lungo come me, e una vita intera sembra un’ora soltanto, non ci si preoccupa più di un giorno, di una settimana o di un mese! Lavori troppo in fretta.

Nelle gabbie ci sono soggetti per un’altra settimana, se procedi con un ritmo ragionevole.

Potresti  anzi cominciare con il materiale più vecchio, se non esagerassi.

” “Tu non badare alla mia fretta!” La risposta risuonò secca.

“Ho i miei metodi.

Non voglio adoperare il nostro materiale se posso farne a meno: li preferisco come sono.

E tu faresti bene ad essere prudente con loro… sai che quei cani infidi sono armati di coltello.

” Si udì la risata profonda di Surama.

“Non preoccupartene.

Quei bruti mangiano, no? Bene, posso procurartene uno, quando vuoi.

Ma vacci piano… adesso che il bambino se n’è andato, ne sono rimasti solo otto, e dal momento  che hai perduto San Quentin, ti sarà difficile procurartene  altri all’ingrosso.

Ti consiglio di cominciare da Tsanpo… è quello che ti serve meno, e…” Georgina non ascoltò altro.

Trafitta da una paura orrenda suscitata da quelle parole, per poco non svenne, e riuscì a fatica a trascinarsi su per la scala, e a rientrare in camera sua.

Cosa stava complottando quel mostro malvagio di Surama? Dove voleva trascinare suo fratello? Quale realtà agghiacciante si celava dietro le sue parole enigmatiche? Mille fantasmi tenebrosi e ossessivi danzavano davanti ai suoi occhi; si gettò sul letto, senza speranza di addormentarsi.

Un pensiero soprattutto spiccava in orrido rilievo, e Georgina stentò a trattenere un grido, mentre le si insinuava nel cervello con forza rinnovata.

Poi la natura, pietosamente, intervenne.

Chiuse gli occhi perdendo i sensi, e non si ridestò fino alla mattina dopo; e nessun incubo nuovo venne ad aggiungersi a quello suscitato dalle  parole udite la sera prima.

Il sole del mattino allentò un poco la tensione.

Ciò che accade nella notte quando si è stanchi, spesso giunge alla coscienza in forma alterata, e Georgina pensò che il suo cervello doveva avere attribuito strani significati ad una normale conversazione scientifica.

Immaginare che suo fratello, unico figlio maschio della dolcissima Frances Schuyler Clarendon, fosse colpevole di sacrifici sanguinosi in nome della scienza, sarebbe stato mostrarsi ingiusta con il loro sangue, e Georgina decise di non accennare neppure a quello che la sera precedente aveva udito, perché Alfred non deridesse le sue supposizioni fantastiche.

Quando scese a colazione, vide che Clarendon se ne era già andato, e le dispiacque che anche quella mattina non le si offrisse la possibilità di congratularsi per la ripresa dell’attività.

Fece colazione in silenzio, servita da Margarita, la cuoca messicana sorda; lesse il giornale del mattino e poi sedette a ricamare  accanto alla finestra del salotto, che dava sul grande giardino.

Fuori regnava il silenzio.

Si accorse che tutte le gabbie degli animali erano vuote.

La scienza era stata servita, e la fossa di calce viva racchiudeva quanto restava di quegli esseri un tempo tanto graziosi e vivaci.

Quella strage l’aveva sempre rattristata, ma non si era mai lamentata, perché sapeva che era per il bene dell’umanità.

Essere sorella di uno scienziato, si diceva, era come essere sorella di un soldato che uccide per salvare i  compatrioti dai nemici.

Dopo pranzo, Georgina tornò a sedersi accanto alla finestra; stava ricamando già da un po’ di tempo, quando un colpo di pistola echeggiò in giardino.

Guardò fuori, impaurita.

Non lontano dal laboratorio, scorse l’orrida figura di Surama, con una pistola in pugno, la faccia di teschio stravolta in un’espressione strana, mentre ridacchiava fissando una figura contorta, vestita di seta nera, che impugnava un lungo coltello tibetano.

Era Tsanpo, il servitore e, quando riconobbe quel viso contratto, Georgina ricordò con orrore ciò che aveva udito la notte precedente.

Il sole lampeggiò sulla lama lucida, e all’improvviso la pistola di Surama sparò un altro colpo.

Questa volta il coltello schizzò via dalla mano del mongolo, e Surama fissò avidamente la sua preda tremante e sbigottita.

Poi Tsanpo, lanciando un’occhiata alla propria mano illesa ed al coltello caduto a terra, balzò agilmente allontanandosi dall’altro che avanzava furtivo, e si lanciò verso la casa.

Ma Surama era troppo svelto: con un unico salto lo raggiunse, e gli afferrò la spalla, quasi stritolandola.

Per un attimo il tibetano cercò di lottare, ma Surama lo sollevò per la collottola come un animale, e lo portò verso il laboratorio.

Georgina lo udì ridacchiare e irridere l’uomo nella sua lingua, poi vide la faccia gialla della vittima fremere e torcersi per lo spavento.

Allora comprese, contro la propria  volontà, ciò che stava accadendo: un grande orrore l’invase, e svenne per la seconda volta in ventiquattro ore.

Quando riacquistò conoscenza, la stanza era invasa dalla luce dorata del tardo pomeriggio.

Georgina, perduta nelle nebbie del dubbio, raccolse il cestino da lavoro ed il suo contenuto, che erano caduti a terra; poi si convinse che la scena cui aveva assistito doveva essere stata tragicamente reale.

Le sue paure peggiori, erano orribili verità.

La sua esperienza non poteva suggerirle cosa fare; era vagamente sollevata dal fatto che suo fratello non fosse comparso.

Doveva parlargli, ma non subito.

Non poteva parlare con nessuno, in quel momento.

Tremando al pensiero delle cose orribili che accadevano dietro le finestre sbarrate del laboratorio, si buttò sul letto e trascorse una lunga notte di insonnia torturante.

Quando si alzò, sconvolta, il giorno seguente, Georgina vide per la prima volta il fratello dopo la guarigione.

Si aggirava indaffarato dalla casa al laboratorio, e non prestava attenzione ad altro che al suo lavoro.

Non c’era possibilità di affrontare il temuto colloquio, e Clarendon non notò neppure l’aria esausta della sorella e i suoi modi esitanti.

Quella sera, Georgina sentì che Alfred era in biblioteca e parlava da solo.

Era molto insolito, e comprese che suo fratello era in preda ad una grande tensione, capace forse di riprecipitarlo  nell’apatia.

Entrò, e si sforzò di calmarlo, senza alludere ad argomenti preoccupanti, e lo costrinse a bere una tazza di brodo ristoratore.

Poi gli chiese dolcemente cosa lo angosciasse, e attese ansiosa la risposta, sperando di sentirsi dire che era inorridito e infuriato per il modo in cui Surama aveva trattato lo sventurato tibetano.

Clarendon rispose con una sfumatura di impazienza.

“Che cosa mi angoscia? Mio Dio, Georgina, che cosa non mi angoscia? Guarda le gabbie e capirai! Vuote completamente… non è rimasto un solo maledetto esemplare: e tutta una serie delle culture batteriche più importanti è in incubazione, senza una sola possibilità che ne esca qualcosa di buono! Parecchi giorni di lavoro sprecati… l’intero programma in regresso… c’è di che impazzire! Come riuscirò a combinare qualcosa se non trovo soggetti decenti?” Georgina gli accarezzò la fronte.

“Dovresti riposare un po’, caro.

” Clarendon si scostò.

“Riposare! Questa è buona! Buona davvero! Che altro ho fatto se non riposare, vegetare e guardare nel vuoto, durante gli ultimi cinquanta o cento o mille anni? Non appena sono riuscito a scrollarmi di dosso la nebbia, sono rimasto a corto di  materiale… e adesso mi dici di ripiombare nella stupidità! Dio! E intanto, probabilmente, qualche furbo ladro sta lavorando sui miei dati e si accinge a battermi sul tempo, arrogandosi tutto il merito.

Perderò per un’incollatura… la spunterà qualche sciocco che dispone dei soggetti adatti, quando sarebbe bastata ancora una settimana di lavoro con mezzi appena adeguati per darmi la vittoria!” La sua voce si levò querula, con una sfumatura d’angoscia mentale che inquietò Georgina.

Rispose sottovoce, dolcemente, ma non tanto da far sospettare che stesse cercando di calmare uno psicopatico.

“Ma ti stai uccidendo con queste preoccupazioni… e se muori, come farai a completare la tua opera?” Clarendon le rivolse un sorriso che era quasi una smorfia.

“Credo che una settimana od un mese… non mi occorre di più… non basterà a finirmi; e inoltre, non importa ciò che sarà di me o di qualunque altro individuo.

Bisogna servire la scienza… la scienza… la causa austera della conoscenza umana.

Io sono come le scimmie, gli uccelli e le cavie che adopero… solo un ingranaggio della macchina, da usare a vantaggio di tutto il complesso.

Dovevano essere uccisi, forse dovrò essere ucciso anch’io… e con questo? La causa che serviamo non merita  forse questo e altro?” Georgina sospirò.

Per un attimo si chiese se, in fondo, quella strage incessante fosse davvero giustificata.

“Ma sei assolutamente certo che la tua scoperta sarà per l’umanità un bene tale da compensare questi sacrifici?” Gli occhi di Clarendon lampeggiarono pericolosamente.

“L’umanità! E che cos’è l’umanità? La scienza! Sciocchi! Sempre e solo individui! L’umanità va bene per i predicatori… per loro significa folle di ciechi creduloni.

L’umanità va bene per i ricchi avidi: a loro parla di dollari e di cents.

L’umanità va bene per i politicanti: per loro significa un potere collettivo da usare per il proprio tornaconto.

Che cos’è l’umanità? Niente! Grazie a Dio questa rozza illusione non è durata! Un uomo veramente adulto adopera la verità, la conoscenza, la scienza… la luce… strappare il velo e sconfiggere le ombre.

La conoscenza, il Grande Moloch! C’è morte nei nostri riti.

Dobbiamo uccidere, sezionare, distruggere… tutto per amore della scoperta… il culto della luce ineffabile.

La dea Scienza lo esige.

Sperimentiamo un veleno dubbio uccidendo.

In quale altro modo potremmo farlo? Non si può pensare all’individuo.

.

, solo alla conoscenza… bisogna conoscere l’effetto.

” La voce si spense in uno sfinimento temporaneo, e Georgina rabbrividì lievemente.

Clarendon sghignazzò sardonico, suscitando sensazioni bizzarre  e inquiete nella mente della sorella.

“Orribile! Pensi che quanto ho detto sia orribile? Dovresti sentire Surama! I sacerdoti dell’Atlantide conoscevano cose che ti farebbero morire di spavento se solo vi sentissi accennare.

La conoscenza era conoscenza già centomila anni fa, quando i nostri antenati si aggiravano per l’Asia, come esseri scimmieschi incapaci di parlare! Ne sanno qualcosa nella regione dell’Hoggar…  corrono certe dicerie nell’interno del Tibet… e una volta, in Cina, ho udito un vecchio invocare Yog-Sothoth…” Impallidì, e tracciò nell’aria un segno curioso con l’indice proteso.

Georgina si sentiva sempre più atterrita; ma si calmò un poco quando il discorso del fratello assunse toni meno fantastici.

“Sì, può essere orribile, ma è anche splendido.

La ricerca della conoscenza, voglio dire.

Certo, non si può concedere nulla al sentimentalismo.

Forse la natura non uccide continuamente, spietatamente? E soltanto gli sciocchi inorridiscono di quella lotta.

Le uccisioni sono necessarie.

Sono la gloria della scienza.

Ci servono per imparare, e non possiamo sacrificare la scoperta al sentimento.

I sentimentali si oppongono alla vaccinazione! Temono che uccida il bambino.

E con questo? In quale altro modo possiamo scoprire le leggi di quel morbo? Tu sei la sorella d’uno scienziato, e non dovresti abbandonarti al sentimentalismo.

Dovresti aiutarmi nel mio lavoro, invece d’intralciarlo!” “Ma, Alf”, protestò Georgina, “non ho affatto l’intenzione di intralciarlo! Non ho sempre cercato di aiutarti come ho potuto? Mi considero ignorante, e non posso darti una collaborazione attiva; ma almeno sono fiera di te… fiera per me stessa e per la famiglia, e ho sempre cercato di spianarti la strada.

Molte volte tu stesso l’hai riconosciuto.

” Clarendon la fissò intento.

“Sì”, disse nervosamente, mentre si alzava e usciva dalla stanza.

“Hai ragione.

Hai sempre cercato di aiutarmi.

Forse avrai la possibilità di aiutarmi ancora.

” Quando lo vide uscire dalla porta principale, Georgina lo seguì in giardino.

A una certa distanza, una lanterna brillava tra gli alberi e, quando si avvicinarono, videro Surama chino su un grosso oggetto steso al suolo.

Clarendon brontolò sottovoce ma, quando Georgina vide di che si trattava, accorse con un grido.

Era Dick, il grosso San Bernardo, disteso immobile, con gli occhi arrossati e la lingua penzoloni.

“è malato, Alf!”, gridò.

“Fai qualcosa per lui, presto!” Il dottore guardò Surama, che mormorò qualcosa in una lingua ignota a Georgina.

“Portalo in laboratorio”, ordinò Clarendon.

“Temo che Dick abbia preso la febbre.

” Surama sollevò il cane come il giorno innanzi aveva sollevato il povero Tsanpo e lo portò in silenzio nell’edificio presso il muro.

Questa volta non ridacchiò, ma sbirciò Georgina con autentica ansietà.

Lei ebbe quasi l’impressione che Surama stesse chiedendo al dottore di salvare il cane.

Clarendon, però, non lo seguì.

Restò immobile per un momento, poi si portò lentamente verso casa.

Sbigottita da quella insensibilità, Georgina cominciò a supplicarlo di aiutare Dick, ma fu tutto inutile.

Senza prestare la minima attenzione a quelle preghiere, l’uomo andò in biblioteca e cominciò a leggere un vecchio, grosso volume che stava aperto e appoggiato sul tavolo.

Lei gli posò una mano sulla spalla, ma Clarendon non parlò e non girò il capo.

Continuò a leggere e Georgina, sbirciando incuriosita sopra la sua spalla, si chiese in quale strano alfabeto fosse scritto quel tomo dalle borchie d’ottone.

Un quarto d’ora dopo, sola nell’oscurità del grande salotto, Georgina prese una decisione.

Qualcosa non andava: che cosa e fino a qual punto non osava immaginare.

Era venuto il  momento di chiamare in suo aiuto una volontà più forte.

Naturamente era James.

Era un uomo energico e capace, e l’affetto che provava per lei gli avrebbe insegnato la via giusta.

Conosceva  Alf da sempre, e avrebbe capito.

Benché in ritardo, Georgina s’era decisa ad agire.

Al di là dell’atrio, in biblioteca, la luce era ancora accesa; guardò  tristemente oltre la porta, mentre calzava un cappello, senza far rumore, e usciva di casa.

Da quella casa tetra c’era solo un breve tratto prima di arrivare  a Jackson Street.

Ebbe la fortuna di trovare una carrozza che la portò all’ufficio telegrafico della Western Union.

Scrisse un messaggio per James Dalton, a Sacramento, pregandolo di venire subito a San Francisco, per una questione della massima importanza.

Dalton rimase molto perplesso quando ricevette il messaggio di Georgina.

Non aveva più avuto notizie dai Clarendon dopo quella tempestosa sera di febbraio, quando Alfred gli aveva detto che era un estraneo.

A sua volta, si era astenuto dal comunicare, anche quando aveva provato l’impulso di esprimere al dottore la sua solidarietà, dopo l’estromissione da San Quentin.

Aveva fatto di tutto per sventare i piani dei politicanti e per conservare il diritto alle nomine, e l’aveva addolorato dovere assistere all’allontanamento di un uomo che, nonostante il recente dissidio, rappresentava ancora per lui lo scienziato ideale.

Adesso che si trovava davanti quell’appello spaventato, non riusciva a immaginare cosa potesse essere accaduto.

Sapeva però che Georgina non era tipo da perdere la testa e da lanciare allarmi futili.

Senza perdere tempo, prese l’Overland che partiva da Sacramento un’ora dopo.

Appena arrivato, si recò al suo club e mandò un messaggero a Georgina, per avvisarla che era in città, a sua completa disposizione.

Intanto, a casa Clarendon la situazione si era stabilizzata, anche se il dottore continuava a mostrarsi taciturno e rifiutava assolutamente di dare notizie della malattia del cane.

Le ombre maligne onnipresenti sembravano addensarsi: ma per il momento  c’era una specie di tregua.

Georgina provò un vivo sollievo nel ricevere il messaggio di Dalton e nell’apprendere che era vicino.

Gli mandò a dire che l’avrebbe chiamato appena se ne fosse presentata la necessità.

Nella tensione crescente pareva manifestarsi qualche vago  elemento compensatore, e Georgina finì per convincersi che si trattava dell’assenza dei tibetani, i cui modi subdoli e furtivi e l’inquietante aspetto esotico l’avevano sempre irritata.

Erano spariti all’improvviso; la vecchia Margarita, l’unica tra tutti i servitori rimasta apparentemente in casa, le disse che stavano aiutando il padrone e Surama in laboratorio.

La mattina del giorno seguente, quel memorabile 28 maggio, era buia e coperta, e Georgina sentì svanire la calma precaria.

Non vide il fratello, ma sapeva che era in laboratorio, impegnato nel suo lavoro, nonostante la mancanza di soggetti.

Si chiese cosa fosse accaduto al povero Tsanpo, e se fosse stato sottoposto a qualche grave inoculazione: ma bisogna riconoscere che si preoccupava ancor più per Dick.

Avrebbe voluto sapere se Surama aveva fatto qualcosa per il buon cane, nonostante la strana insensibilità del suo padrone.

La sollecitudine che Surama aveva dimostrato la sera in cui Dick era stato colpito, l’aveva molto impressionata, suscitando in lei il sentimento più affettuoso che mai avesse provato per quell’individuo aborrito.

Con il passare delle ore, si accorse di pensare sempre più spesso al cane: finché i suoi nervi sconvolti, trovando in quel dettaglio una specie di riepilogo simbolico dell’orrore che  aleggiava sulla casa, non ressero più all’ansia.

Fino a quel momento aveva sempre rispettato la volontà imperiosa  di Alfred, che non voleva essere disturbato in laboratorio; ma quel pomeriggio fatidico, in Georgina si rafforzò la decisione di varcare la barriera.

Finalmente si avviò con aria volitiva attraverso il giardino, ed entrò nel vestibolo dell’edificio proibito, con l’intenzione incrollabile di scoprire come stava il cane e di conoscere la ragione della segretezza del fratello.

Come al solito, la porta interna era chiusa a chiave.

Dall’interno udì giungere delle voci, in una discussione accalorata.

Bussò senza ottenere risposta; allora scosse la maniglia il più rumorosamente possibile, ma le voci continuarono a discutere.

Naturalmente, erano Surama e suo fratello e, mentre cercava di attirare la loro attenzione, non poté fare a meno di udire ciò che stavano dicendo.

Per la seconda volta il destino l’aveva costretta a origliare: ed anche ora ciò che udì sconvolse la serenità della sua mente e il suo equilibrio nervoso oltre i limiti del sopportabile.

Alfred e Surama stavano litigando con crescente violenza, e il tema della discussione bastava a scatenare le paure più folli, a confermare le apprensioni più gravi.

Georgina rabbrividiva, mentre la voce di suo fratello saliva stridula verso le vette di una pericolosa tensione fanatica.

“Tu, maledetto… sei proprio il più adatto per parlarmi di sconfitta e di moderazione! Chi è stato a cominciare tutto, del resto? Avevo forse un’idea dei tuoi dannati Dèi-diavoli e del mondo anteriore? Avevo mai pensato in vita mia ai tuoi maledetti  spazi al di là delle stelle ed a quel tuo caos strisciante, Nyarlathotep? Ero uno scienziato normalissimo, fino a quando ho commesso la sciocchezza di trascinarti fuori dalle tue cripte con i tuoi diabolici segreti atlantidei.

Sei stato tu a mettermi su questa strada, e adesso vuoi escludermi! Non fai che oziare e dirmi di andare piano quando dovresti essere fuori a procurarmi  il materiale.

Sai maledettamente bene che non so come destreggiarmi in questo genere di cose, mentre tu dovevi essere già esperto prima ancora che la Terra si formasse.

è proprio degno di te, maledetto cadavere ambulante, cominciare qualcosa  che non vuoi o non puoi condurre a termine!” Risuonò maligna la risata di Surama.

“Tu sei pazzo, Clarendon.

è solo per questo che ti lascio delirare quanto vuoi, mentre potrei spedirti all’inferno in meno di tre minuti.

Quando basta, basta, e certamente tu hai avuto sufficiente materiale, per un novizio del tuo livello.

Comunque, non ti procurerò più nulla! Sei soltanto un maniaco, ormai… che cosa assurda e pazzesca sacrificare persino il cane preferito della tua povera sorella, mentre avresti potuto risparmiarlo! Non sei capace di guardare un essere vivente senza provare l’impulso di piantargli in corpo quella siringa d’oro.

No… Dick doveva finire dov’è finito il bambino messicano… dove sono finiti Tsanpo e gli altri sette… e tutti gli animali! Che razza di discepolo! Non sei più divertente… hai perso la testa.

Hai cercato di controllare la realtà, ma è la realtà che controlla te.

Sono ormai stanco di te Clarendon.

Credevo che avessi la capacità, ma non è vero.

è tempo che provi con qualcun altro.

Temo che dovrai andartene anche tu!” Nella risposta urlante del dottore si mescolavano paura e frenesia.

“Stai attento…! Esistono poteri che contrastano i tuoi… Non sono andato in Cina per nulla, e nell’Azif di Alhazred vi sono cose che erano sconosciute nell’Atlantide! Ci siamo occupati entrambi di cose pericolose, ma non credere di conoscere tutte le mie risorse.

Che ne sai della Nemesi di Fiamma? Nello Yemen ho parlato con un vecchio che era ritornato vivo dal deserto Cremisi… aveva veduto Irem, la Città dalle Mille Colonne, e aveva celebrato rituali nei templi sotterranei di Nug e Yeb… I„! Shub-Niggurath!” La stridula voce in falsetto di Clarendon fu soverchiata dalla profonda risata gutturale dell’altro.

“Taci, sciocco! Credi che queste grottesche assurdità mi impressionino?  Parole e formule… parole e formule, cosa significano per chi non ne possiede la sostanza? Adesso siamo in una sfera materiale, soggetta alle leggi materiali: tu hai la tua febbre, io la mia pistola.

Non ti procurerò altri esemplari, e non verrò colpito dalla febbre finché tra te e me ci sarà questa pistola!” Fu quanto Georgina riuscì a udire.

Sentì che stava per perdere  i sensi, e uscì barcollando dal vestibolo per respirare una boccata d’aria ristoratrice sotto il cielo coperto.

Capiva che era venuta finalmente la crisi, ed era necessario un aiuto immediato, per salvare suo fratello dagli ignoti abissi della follia e del mistero.

Raccogliendo tutte le energie residue, riuscì a rientrare in casa e a raggiungere la biblioteca, dove scarabocchiò un frettoloso biglietto.

Quindi incaricò Margarita di  portarlo a James Dalton.

Quando la vecchia se ne fu andata, Georgina ebbe appena la forza di arrivare al divano, e si abbandonò in uno stato di stordimento.

Rimase distesa per un tempo che le parve lungo interi anni, conscia soltanto della fantastica ascesa del crepuscolo dagli angoli inferiori della grande stanza tetra, tormentata da mille cupe immagini di terrore che sfilavano in un corteggio spettrale nella sua mente soffocata e sofferente.

Il crepuscolo cedette poi il passo all’oscurità e l’incantesimo continuava.

Quindi un passo fermo risuonò nell’atrio: si udì qualcuno entrare nella stanza, frugare nella scatola dei fiammiferi.

Il cuore di Georgina quasi cessò di battere mentre ad una ad una si accendevano le fiammelle della lampada a gas: poi vide che il nuovo arrivato era suo fratello.

Profondamente sollevata nel vederlo ancora vivo, si lasciò sfuggire un profondo sospiro involontario, protratto e tremulo, e sprofondò finalmente  in un misericordioso oblio.

Udendo quel sospiro, Clarendon si volse allarmato verso il divano, e rimase indicibilmente scosso nello scorgere la sorella pallida e svenuta.

Il suo viso aveva un’aria di morte che lo sgomentò: si gettò in ginocchio accanto a lei, consapevole di ciò che avrebbe significato per lui la sua scomparsa.

Da molto tempo aveva abbandonato l’esercizio privato della professione per l’incessante ricerca della verità, e aveva perduto quell’istinto che guida i medici a prestare le prime cure in casi d’emergenza: non seppe far altro che chiamarla per nome e massaggiarle meccanicamente i polsi, sconvolto dalla paura e dall’angoscia.

Brancolando in un’oscurità che pareva celare vaghi terrori, impiegò un po’ di tempo a trovare ciò che cercava: ma alla fine strinse la caraffa con mani tremanti e corse a spruzzare il liquido freddo sul volto di Georgina.

Era un metodo rozzo ma efficace.

Lei si agitò, sospirò di nuovo, e alla fine riaprì gli occhi.

“Sei viva!”, gridò Clarendon, e accostò la guancia a quella di lei, che prese a accarezzargli la testa con un gesto materno.

Era quasi contenta di essere svenuta, perché quella circostanza  sembrava aver fatto sparire l’Alfred estraneo, rendendole il fratello.

Si sollevò a sedere, lentamente, e cercò di rassicurarlo.

“Sto bene, Alf.

Dammi solo un bicchier d’acqua.

è un peccato  sprecarla così… e mi hai bagnato il corpetto! Ti pare il modo di comportarti quando tua sorella fa un sonnellino? Non pensare che stia per ammalarmi: non ho tempo per certe sciocchezze! ” Lo sguardo di Alfred mostrò che quelle parole tranquille e sensate avevano avuto l’effetto sperato.

Il panico si dissolse in un istante: sul suo viso apparve invece un’espressione vaga, calcolatrice, come se gli fosse appena balenata alla mente una possibilità meravigliosa.

Mentre Georgina scrutava l’ondata sottile di astute valutazioni che passava rapida sul volto di Clarendon, si rese conto che il suo comportamento non era stato troppo saggio; e, prima ancora che il fratello parlasse, si accorse di rabbrividire senza saperne il perché.

L’istinto le diceva che il momento di lucidità era passato e che Alfred era ritornato ad essere lo scatenato fanatico della ricerca scientifica.

C’era stato qualcosa di morboso, nel modo in cui aveva socchiuso gli occhi, quando lei aveva parlato direttamente della salute.

Cosa stava pensando? A quali estremi contro natura stava per spingerlo la passione per gli esperimenti? Vi era un significato speciale nella purezza del sangue di lei, nelle sue condizioni organiche perfette? Ma quei presentimenti turbarono Georgina per un attimo soltanto: non sospettò di nulla, quando sentì le dita sicure del fratello cercarle il polso.

“Hai un po’ di febbre, Georgina”, disse lui con voce forzatamente calma, guardandola negli occhi con aria professionale.

“Che sciocchezza, sto benissimo”, rispose lei.

“Si direbbe che tu ci tenga davvero a trovare malati di febbre per sfoggiare la tua scoperta! Sarebbe davvero poetico, però, se potessi dare la dimostrazione finale guarendo proprio tua sorella!” Clarendon sussultò violentemente, con aria colpevole.

Georgina  aveva intuito le sue intenzioni? Lui aveva mormorato qualcosa a voce troppo alta? La scrutò attento, e si accorse che lei non immaginava la verità.

Gli sorrise dolcemente e gli accarezzò la mano, mentre Clarendon stava ritto accanto al divano.

Poi si tolse dal taschino del panciotto un piccolo astuccio rettangolare di pelle, ne tolse una piccola siringa d’oro e cominciò a tastarla, pensoso, spingendo avanti e indietro il pistone nel cilindro vuoto.

“Mi chiedo”, esordì, silenzioso e soave, “se saresti davvero disposta ad aiutare la scienza in questo modo… se fosse necessario.

Avresti davvero l’animo di immolarti per la causa della medicina come la figlia di Jefte , se sapessi che questo potrebbe significare il completamento della mia opera?” Georgina scorse il bizzarro, inequivocabile luccichio negli occhi del fratello, e comprese finalmente che le sue peggiori paure erano fondate.

Ormai non poteva fare altro che tenerlo tranquillo a tutti i costi, e pregare che Margarita avesse trovato James Dalton al club.

“Hai l’aria stanca, Alf caro”, disse dolcemente.

“Perché non prendi un po’ di morfina e non dormi? Ne hai davvero bisogno.

” Clarendon rispose con astuta decisione.

“Sì, hai ragione.

Sono esausto, e anche tu lo sei.

Abbiamo bisogno entrambi di una buona dormita.

La morfina è quel che ci vuole… Aspetta: vado a riempire la siringa, e ne prenderemo una dose ciascuno.

” Stringendo la siringa vuota, uscì a passi lievi dalla stanza.

Georgina si guardò intorno, disperata e impotente, tendendo l’orecchio in attesa di soccorso.

Le parve di sentire Margarita nella cucina del seminterrato, e si alzò per suonare il campanello, per scoprire quale sorte avesse avuto il suo messaggio.

La vecchia cuoca arrivò subito, e disse di avere lasciato il biglietto al club qualche ora prima.

Il governatore Dalton era uscito, ma il portiere aveva promesso di consegnarglielo non appena fosse rientrato.

Margarita ridiscese pesantemente le scale, ma Clarendon non ricompariva.

Cosa stava facendo? Cosa stava meditando? Aveva sentito sbattere la porta d’ingresso, quindi doveva essere andato al laboratorio.

Aveva dimenticato il suo proposito, con la tipica labilità dei pazzi? La tensione divenne insopportabile, e Georgina dovette stringere i denti per non urlare.

Il campanello, che squillò contemporaneamente nella casa e nel laboratorio, spezzò alla fine quella tensione.

Georgina udì il passo felino di Surama sul viale, quando lasciò il laboratorio per andare ad aprire.

Poi, con un sospiro quasi isterico di sollievo, sentì la voce ferma di Dalton che parlava con il sinistro  assistente.

Si alzò, e gli corse incontro vacillando quando apparve sulla soglia della biblioteca: per un attimo tacquero entrambi, mentre egli le baciava la mano con quel suo stile cavalleresco all’antica.

Poi Georgina proruppe in un torrente di spiegazioni frettolose, narrandogli tutto ciò che era accaduto, tutto ciò che aveva visto e udito, temuto e sospettato.

Dalton ascoltò serio, comprensivo: lo sbalordimento iniziale lasciò gradualmente il posto allo sbigottimento e alla decisione.

Per una distrazione del portiere, il biglietto gli era stato consegnato in ritardo, mentre era impegnato in un’appassionata  discussione a proposito di Clarendon.

Il dottor MacNeil aveva portato una rivista medica con un articolo destinato a turbare lo scienziato, e Dalton aveva appena chiesto la pubblicazione per conservarla, quando gli era stato finalmente concesso il messaggio.

Rinunciando all’idea di confidare al dottor MacNeil ciò che pensava di Alfred, si era subito fatto portare il cappello e il bastone, e aveva preso una carrozza per raggiungere casa Clarendon.

Surama era apparso allarmato nel vederlo, gli era sembrato: ma aveva ridacchiato come al solito mentre si era avviato verso il laboratorio.

Dalton non dimenticò mai il passo e la risata di Surama in quella notte terribile, perché non avrebbe mai più rivisto quell’orrida creatura.

Mentre Surama entrava nel  vestibolo del laboratorio, il suo gorgoglio profondo e gutturale sembrava mescolarsi ai sommessi brontolii del tuono che sconvolgeva  l’orizzonte lontano.

Quando ebbe ascoltato il racconto di Georgina, e seppe che Alfred poteva tornare da un momento all’altro con una siringa piena di morfina, decise di parlare da solo con il medico.

Consigliò  Georgina di ritirarsi in camera sua e di attendere gli sviluppi della situazione poi, rimasto solo, si aggirò nella tetra biblioteca, scrutando gli scaffali e aspettando di udire il passo nervoso di Clarendon sul sentiero del laboratorio.

Gli angoli della stanza erano bui, nonostante il lampadario a gas e, più Dalton guardava i libri dell’amico e, meno gli piacevano.

Non costituivano la normale biblioteca di un medico dotato  di ampia cultura.

C’erano troppi volumi su argomenti dubbi: speculazioni tenebrose e rituali proibiti del Medioevo, e strani misteri esotici in alfabeti stranieri noti ed ignoti.

Anche il grande scartafaccio degli appunti posato sul tavolo, aveva qualcosa di malsano.

La grafia era nevrotica, e le annotazioni erano tutt’altro che rassicuranti.

C’erano lunghi brani scarabocchiati in convulsi caratteri greci, e quando Dalton provò a tradurli, sussultò, desiderando di avere affrontato più coscienziosamente Senofonte e Omero durante gli studi universitari.

C’era qualcosa di strano, di orrendamente strano… Il governatore si lasciò cadere sulla sedia, mentre esaminava sempre più assorto il greco approssimativo del dottore.

Poi udì un rumore, sorprendentemente vicino, e sobbalzò innervosito quando una mano gli si posò sulla spalla.

“Posso chiedere la causa di questa invasione? Avresti dovuto dire a Surama cosa volevi.

” Clarendon stava ritto, gelido, accanto alla sedia, e stringeva in mano la piccola siringa d’oro.

Sembrava molto calmo e lucido e, per un attimo, Dalton pensò che Georgina avesse esagerato.

Inoltre, non ricordava abbastanza il greco per essere certo di aver compreso bene quelle annotazioni.

Il governatore decise di usare la massima prudenza in quel colloquio, e ringraziò la sorte che gli aveva messo in tasca un buon pretesto.

Si alzò per rispondere freddo e sicuro.

“Non pensavo che ci tenessi a discutere certe cose davanti ad un subordinato.

Credo che dovresti leggere subito questo articolo.

” Prese la rivista che gli aveva dato il dottor MacNeil e la porse a Clarendon.

“A pagina 542… Guarda il titolo.

La febbre nera vinta da un nuovo siero.

è del dottor Miller di Filadelfia: è convinto di averti preceduto.

Ne discutevano al club, e MacNeil pensava che  l’esposizione fosse molto convincente.

Io sono un profano, e non potevo esprimere giudizi.

Comunque, ho pensato che tu non dovessi perdere l’occasione di leggerlo subito.

Se hai da fare, naturalmente non ti disturberò…” Clarendon l’interruppe brusco.

“Sto per fare un’iniezione a mia sorella… non si sente affatto bene.

Comunque, quando tornerò, darò un’occhiata a quel che ha da dire questo ciarlatano.

Conosco Miller… è subdolo e incompetente.

E non credo che sia abbastanza intelligente da copiare il mio metodo, basandosi su quel poco che ne ha visto.

” Dalton intuì fulmineamente che non poteva permettergli di praticare l’iniezione a Georgina.

C’era qualcosa di sinistro, in tutta la storia.

Alfred aveva impiegato troppo tempo a prepararla, molto più di quanto fosse necessario per sciogliere una compressa di morfina.

Decise di trattenere il suo ospite il più a lungo possibile, cercando nel contempo di sondarlo.

“Mi spiace che Georgina non stia bene.

Sei certo che l’iniezione  servirà… che non le farà del male?” Il trasalimento spasmodico di Clarendon dimostrò che aveva colpito nel segno.

“Farle del male?”, gridò il medico.

“Non dire assurdità! Sai che Georgina deve essere in perfetta salute… per servire la scienza come è dovere di un Clarendon.

Lei, almeno, apprezza l’onore di essere mia sorella.

Pensa che nessun sacrificio sia troppo grande, al mio servizio.

è una sacerdotessa della verità e del sapere, come io ne sono il sacerdote.

” Interruppe quella stridula tirata, con gli occhi stravolti, ansimando.

Dalton si accorse che la sua attenzione era stata momentaneamente  distolta.

“Ma fammi vedere cosa scrive quel maledetto ciarlatano”, continuò.

“Se crede che la sua retorica pseudomedica possa imbrogliare uno studioso autentico, è ancora più stupido di quanto pensassi!” Clarendon sfogliò nervosamente la rivista e cominciò a leggere,  stringendo la siringa.

Dalton si chiese quale fosse la verità.

MacNeil gli aveva assicurato che l’autore era un grande patologo,  e che se anche l’articolo conteneva errori, colui che l’aveva scritto era un esperto lucidissimo, onesto e sincero.

Osservò il dottore che stava continuando a leggere, e lo vide impallidire.

I grandi occhi sfolgoravano, le pagine frusciavano nella stretta sempre più convulsa delle dita lunghe e sottili.

Gocce di sudore imperlarono l’alta fronte d’avorio dove i capelli  incominciavano a diradarsi; Clarendon si lasciò cadere ansante sulla sedia lasciata libera dal visitatore e continuò a divorare il testo.

Poi lanciò un urlo da belva inseguita, e si abbandonò sopra il tavolo, spazzando via con le braccia protese libri e fogli, prima che la sua coscienza si spegnesse come la fiamma di una candela smorzata dal vento.

Dalton accorse in aiuto dell’amico; lo risollevò contro la spalliera  della sedia.

Vide la caraffa sul pavimento accanto al divano, e spruzzò un po’ d’acqua sul viso stravolto.

I grandi occhi si aprirono lentamente.

Adesso erano lucidi: profondi, tristi, e inequivocabilmente lucidi; Dalton sentì di trovarsi di fronte ad una tragedia di cui non sperava o non osava sondare la profondità.

La siringa d’oro era ancora stretta nella mano sinistra; Clarendon  trasse un respiro fondo e tremulo e schiuse le dita, quindi studiò l’oggetto lucente che gli rotolò sul palmo della mano.

Poi parlò, lentamente, con la tristezza indicibile della disperazione assoluta.

“Grazie, Jimmy.

Adesso sto bene.

Ma c’è tanto da fare.

Poco fa mi hai chiesto se questa iniezione di morfina avrebbe fatto male a Georgina.

Ora sono in grado di dirti che non gliene farà.

” Girò una minuscola vite della siringa e posò un dito sul pistone,  tirandosi, nello stesso tempo, la pelle del collo con la mano sinistra.

Dalton lanciò un grido d’allarme, mentre un movimento fulmineo della destra iniettava il contenuto del  cilindro nella pelle sollevata.

“Santo Dio, Alf, cos’hai fatto?” Clarendon sorrise mite: era un sorriso tranquillo e rassegnato,  molto diverso dal sogghigno sardonico delle ultime settimane.

“Dovresti saperlo, Jimmy, se possiedi ancora l’intelligenza che ti ha portato alla carica di governatore.

Dovresti aver capito abbastanza, dai miei appunti, per sapere che non c’è altro da fare.

Con i voti che prendevi in greco all’Università di Columbia, immagino che ti sia sfuggito ben poco.

Posso dire soltanto che è vero.

James, detesto far ricadere sugli altri le mie colpe, ma è doveroso dirti che è stato Surama a coinvolgermi in tutto questo.

Non posso farti sapere chi sia o che cosa sia, perché neppure io lo so bene, e quel che so è meglio che rimanga ignoto alle persone sane di mente; ma ti dirò che non lo considero  un essere umano nel senso pieno della parola, e che non sono neppure certo che sia vivo nel senso che noi diamo alla vita.

Tu credi che io sragioni.

Vorrei che fosse così, ma questa orrenda storia è maledettamente vera.

Ho cominciato con uno scopo pulito: volevo liberare il mondo dalla febbre.

Ho tentato e ho fallito… e vorrei essere stato così onesto da ammetterlo.

Non farti ingannare dai miei vecchi discorsi sulla scienza, James… non ho scoperto nessuna antitossina e non sono mai  neppure stato sulla strada giusta per scoprirla.

Non fare quella faccia, vecchio mio! Un veterano della politica  come te dovrebbe averne viste di cotte e di crude, ormai.

Ti dico che non mi sono mai neppure avvicinato ad una cura della febbre.

Ma gli studi mi hanno condotto in certi luoghi strani, e ho avuto la sventura di ascoltare i racconti di gente ancora più strana.

James, se mai vorrai bene a qualcuno, digli di tenersi lontano dagli antichi luoghi segreti della Terra.

Sono pericolosi… vi vengono tramandate cose che non possono far del bene alla gente normale.

Ho parlato troppo con vecchi sacerdoti e mistici, ed ho sperato di ottenere con mezzi tenebrosi i risultati che non potevo raggiungere in modo lecito.

Non ti dirò esattamente ciò che questo significa perché, se lo facessi, non sarei meno malvagio dei vecchi sacerdoti che hanno causato la mia rovina.

Basti dire che, dopo quanto ho appreso, tremo al pensiero del mondo e di ciò che ha attraversato.

Il mondo è tremendamente vecchio, James, e interi capitoli della sua storia sono stati chiusi prima degli albori della nostra vita organica e delle ere geologiche ad essa legate.

è un pensiero spaventoso: interi cicli dell’evoluzione, popolati di esseri e razze, e di saggezza e di morbi dimenticati… tutto vissuto e scomparso quando la prima ameba non aveva ancora preso a muoversi nei mari tropicali di cui parla la geologia.

Ho detto “scomparso”, ma non è esatto.

Sarebbe stato meglio,  ma non fu così.

In certi luoghi le tradizioni sono sopravvissute, non saprei spiegarti come, e certe forme di vita arcaiche sono riuscite a superare gli eoni in località nascoste.

C’erano religioni, vedi, schiere di sacerdoti malvagi in terre ora sommerse  dal mare.

L’Atlantide era il focolaio: ed era un luogo terribile.

Se il cielo è misericordioso, nessuno trarrà mai  quell’orrore dal profondo.

Ma vi fu una colonia che non sprofondò e, quando si entra in confidenza con uno dei sacerdoti Tuareg, in Africa, quello ne parla… Narra storie che si collegano ai bisbigli che udrai tra i lama folli e gli scervellati guardiani degli yak (4) negli altipiani segreti dell’Asia.

Avevo udito tutte le storie ed i bisbigli più frequenti quando m’imbattei nella cosa più importante.

Non saprai mai di cosa si trattava… ma riguardava qualcuno o qualcosa che era disceso da un tempo mostruosamente remoto, e che poteva venir riportato in vita, almeno apparentemente, per mezzo di certi processi che non erano molto chiari per l’uomo che me ne parlò.

James, nonostante quello che ti ho confessato a proposito della febbre, tu sai che non sono un cattivo medico.

Mi sono impegnato a fondo e avevo imparato quanto chiunque altro… forse un po’ di più perché, laggiù nell’Hoggar, feci qualcosa che nessun sacerdote aveva mai saputo fare.

Mi condussero bendato in un luogo che era rimasto murato per intere generazioni… e ritornai con Surama.

Calmati, James! So cosa vorresti dire.

Come può sapere tutto ciò che sa? Perché parla l’inglese, e del resto qualunque altra lingua, senza accento straniero? Perché venne con me? Non posso spiegarti tutto, ma ti dirò che assorbe idee, immagini e impressioni per mezzo di qualcosa di diverso, oltre che dal cervello e dai sensi.

Era utile a me e alla scienza.

Ma disse molte cose, mi schiuse nuovi orizzonti.

M’insegnò ad adorare empi dèi antichissimi, primordiali, e tracciò la strada verso una meta terribile alla quale non oso neppure alludere.

Non insistere, James… è per il bene della tua ragione, della ragione del mondo intero! Quell’essere è libero da ogni vincolo.

è alleato delle stelle e di tutte le forze della natura.

Non pensare che io sia ancora pazzo, James… ti giuro che non lo sono! Ho visto troppe cose per dubitare.

Surama m’insegnò nuovi piaceri che erano forme del suo culto paleologico, ed il più grande di tutti era la febbre nera.

Dio, James! Non hai ancora capito? Credi ancora che la febbre nera sia originaria del Tibet, e che io l’abbia scoperta laggiù? Adopera la tua intelligenza! Guarda l’articolo di Miller! Ha scoperto un’antitossina basica che entro mezzo secolo debellerà tutte le febbri, quando altri impareranno ad adattarla alle varie forme.

Ha minato alla base il sogno della mia giovinezza: ha fatto ciò che io avrei dato la vita per poter fare… ha sottratto il vento a tutte le vele oneste che io ho spiegato al soffio della scienza! Ti stupisce che il suo articolo mi abbia sconvolto? Ti stupisce che mi abbia strappato alla pazzia rendendomi ai vecchi sogni della giovinezza? Troppo tardi! Troppo tardi! Ma non è troppo tardi per salvare gli altri! Mi rendo conto di divagare, vecchio mio.

Sai… l’iniezione.

Ti ho domandato perché non hai capito la verità sulla febbre nera.

Ma come potevi capire? Miller non afferma di avere guarito sette pazienti con il suo siero? è questione di diagnosi, James.

Miller crede semplicemente che si tratti di febbre nera.

So leggere  tra le righe.

Ecco, vecchio mio, a pagina 551 c’è la chiave: rileggilo.

Adesso capisci, non è così? I casi di febbre della Costa del Pacifico non hanno reagito al siero.

La cosa lo ha sbalordito.

Non sembravano neppure casi di vera febbre.

Ebbene quelli sono i miei casi! I veri casi di febbre nera! E non potrà mai esserci sulla Terra un’antitossina capace di guarirla! Come lo so? Perché la febbre nera non è di questa Terra! Viene da un altro luogo, James, e soltanto Surama sa da dove, perché è stato lui a portarla qui.

L’ha portata e l’ha diffusa! Ecco il  segreto, James.

Ecco la vera ragione per cui volevo quell’incarico…  ecco ciò che ho fatto… diffondere la febbre che portavo in questa siringa d’oro e nella siringa ad anello, ancora più mortale, che vedi al mio dito indice! La scienza? Un pretesto! Volevo uccidere, uccidere, uccidere! Una pressione del dito, e inoculavo  la febbre nera.

Volevo vedere gli esseri viventi torcersi e tremare, urlare con la bava alla bocca.

Una pressione della siringa, e potevo vederli morire, e non potevo vivere e pensare se non potevo contemplarne abbastanza.

Per questo ho trafitto ogni essere che vedevo con quel maledetto ago.

Animali, delinquenti, servitori… e poi sarebbe toccato a…” La voce di Clarendon si spezzò; si accasciò sulla sedia.

“Era… era… James, era la mia vita.

è Surama che ha fatto questo… me l’ha insegnato, mi ha spinto a continuare fino a quando non ho più potuto fermarmi.

Poi… poi è stato troppo persino per lui.

Ha cercato di trattenermi.

Pensa… lui che cercava di impedire a qualcuno di continuare su quella strada! Ma adesso ho avuto il mio ultimo soggetto.

è il mio ultimo esperimento.

Un buon soggetto, James… Sono sano… diabolicamente sano.

è l’ironia del destino, adesso la pazzia è scomparsa, e non sarà divertente assistere all’agonia! Non è possibile…” Un violento brivido di febbre scosse il dottore, e Dalton, sebbene inorridito, lo compianse.

Non sapeva quanto, nel racconto  di Alfred, vi fosse di assurdo, e quanto fosse una realtà d’incubo; comunque, pensava che quell’uomo fosse più una vittima che un criminale, e soprattutto era un amico d’infanzia, e il fratello di Georgina.

I ricordi affluirono in un caleidoscopio d’immagini.

Il “piccolo  Alf”… il cortile a Phillips Exeter… il piazzale dell’Università  di Columbia… la zuffa con Toni Cortland, quando aveva salvato Alf da un pestaggio… Aiutò Clarendon a distendersi sul divano e gli chiese cosa poteva fare.

Nulla.

Alfred, ormai, poteva  soltanto bisbigliare, ma chiese perdono delle sue colpe, e affidò la sorella alle cure dell’amico.

“Tu, tu la renderai felice”, ansimò.

“Lo merita.

Martire… di… un mito! Ricompensala tu, James… Non farle… sapere… nulla… più di quanto… sia necessario!” La voce si spense in un mormorio, e Clarendon piombò in uno stato di sopore.

Dalton suonò il campanello, ma Margarita era andata a letto.

Chiamò Georgina.

Scese a passo fermo, ma era pallidissima.

Il grido di Alfred l’aveva sconvolta, ma aveva avuto fiducia in James.

Ne ebbe ancora quando l’uomo le mostrò  il fratello svenuto sul divano e la pregò di ritornare in camera sua e di riposare, qualunque cosa sentisse.

Non voleva farla assistere allo spettacolo orrendo dell’inevitabile delirio; le disse di dare un ultimo bacio al fratello che giaceva calmo e immoto, simile al ragazzo delicato che era stato un tempo.

Georgina lasciò così lo strano, folle genio che leggeva nelle stelle e che per tanto tempo aveva curato con affetto materno… e l’immagine che ne serbò fu serena.

Dalton avrebbe ricordato fino alla morte un’immagine assai più atroce.

Il suo timore del delirio non era infondato e, nelle nere ore della notte più fonda, la sua forza gigantesca frenò le contorsioni frenetiche del paziente.

Egli non ripeterà mai ciò che sentì mormorare da quelle labbra gonfie e nerastre.

Da quella notte non è più stato lo stesso uomo, e sa che chi ode tali cose non può più essere interamente come era prima.

Perciò, per il bene del mondo, non osa parlare, e ringrazia Iddio che la sua ignoranza di profano su certi argomenti gli abbia reso  incomprensibili gran parte delle rivelazioni.

Verso l’alba, Clarendon si ridestò all’improvviso, lucido e cosciente, e prese a parlare con voce ferma.

“James, non ti ho detto cosa bisogna fare.

Cancella le annotazioni  in greco e manda i miei appunti al dottor Miller.

Anche tutti gli altri che troverai nello schedario.

Oggi è lui la massima autorità in questo campo.

Il suo articolo lo dimostra.

Il tuo amico, al club, aveva ragione.

Ma quel che c’è nel laboratorio deve sparire.

Tutto senza eccezione, morto o vivo, o altrimenti.

Nei barattoli sugli scaffali ci sono tutti i morbi dell’inferno.

Bruciali… brucia tutto… se si salva qualcosa, Surama diffonderà la febbre nera nel mondo.

E, soprattutto, brucia Surama! Quel… quella cosa non deve respirare  la pura aria del cielo.

Adesso sai… ciò che ti ho detto… sai perché una simile entità non deve esistere sulla Terra.

Non sarà un omicidio… Surama non è umano… Se sei religioso come un tempo, James, non ho bisogno di insistere.

Ricorda il vecchio versetto biblico… “Tu non permetterai che una strega viva … o qualcosa del genere.

Brucialo, James! Non lasciare che possa ridere ancora delle torture della carne mortale! Brucialo, ti dico… La Nemesi di Fiamma… è la sola che possa annientarlo, James, a meno che tu non lo sorprenda nel sonno e non gli pianti un piolo acuminato nel cuore… Uccidilo… estirpalo… monda l’universo della sua lebbra primordiale… la lebbra che ho ridestato da un sonno lungo interi millenni… ” Il dottore si era sollevato sul gomito e, verso la fine, la sua voce era divenuta un grido penetrante.

Ma lo sforzo fu troppo grande, e all’improvviso ricadde in un coma profondo e sereno.

Dalton, che non temeva la febbre perché sapeva che il terribile germe non poteva essere contagioso, compose le braccia e le gambe di Alfred e coprì la fragile figura con un leggero tappeto afgano.

Forse quell’orrore era in gran parte frutto dell’esagerazione e del delirio.

Forse il vecchio dottor MacNeil avrebbe potuto guarirlo.

Il governatore, sforzandosi di rimanere sveglio, camminò  avanti e indietro nella stanza: ma le sue energie erano esauste.

Un attimo di riposo sulla sedia accanto al tavolo bastò a togliergli ogni capacità di decisione: si addormentò profondamente, nonostante le migliori intenzioni.

Si riscosse quando una luce viva gli colpì gli occhi, e per un attimo pensò che fosse l’alba poi, mentre si soffregava le palpebre appesantite, si accorse che il bagliore proveniva dal  laboratorio nel parco: le robuste tavole di legno ardevano tra rombi e scricchiolii, e le fiamme salivano al cielo nell’olocausto più straordinario che mai avesse veduto.

Era davvero la “Nemesi di Fiamma” desiderata da Clarendon, e Dalton notò che l’incendio doveva essere alimentato da strani combustibili, perché il normale legname da costruzione non sarebbe bastato a farlo divampare in quel modo.

Lanciò uno sguardo allarmato verso il divano, ma Alfred non c’era più.

Si alzò per chiamare Georgina, ma l’incontrò nell’atrio, destata anche lei da quella montagna di fuoco vivo.

“Il laboratorio brucia!”, gridò lei.

“Come sta Alf?” “è scomparso… scomparso mentre mi ero addormentato!”, rispose Dalton, tendendo il braccio per sorreggere la giovane donna che la debolezza faceva vacillare.

La guidò gentilmente su per la scala, fino alla sua stanza, e le promise di mettersi subito in cerca di Alfred, ma Georgina scosse il capo, mentre all’esterno le fiamme gettavano bizzarri bagliori sul pianerottolo, attraverso la finestra.

“Deve essere morto, James… Non poteva continuare a vivere, sano di mente, sapendo ciò che aveva fatto.

L’ho sentito litigare con Surama, e so che erano accadute cose orribili.

è mio fratello, ma… è meglio così.

” La sua voce si spense in un sussurro.

All’improvviso, dalla finestra aperta giunse il suono di una risata profonda, atroce, e le fiamme che avvolgevano il laboratorio assunsero nuove forme, fino a sembrare innominabili,  ciclopici esseri d’incubo.

James e Georgina si soffermarono, esitanti, e si affacciarono trattenendo il respiro dalla finestra del pianerottolo.

Poi, dal cielo, una folgore si avventò, con terribile precisione, al centro delle rovine fiammeggianti.

La risata profonda cessò, fu sostituita  da un ululato lamentoso e frenetico di mille vampiri e lupi mannari torturati.

Si spense in echi lunghi, riverberanti, e lentamente le fiamme ripresero forma normale.

I due non si mossero.

Attesero che la colonna di fuoco si fosse ridotta ad un mucchio di braci fumanti.

Erano lieti che l’ubicazione della casa, che sorgeva quasi in campagna, avesse impedito ai pompieri di accorrere, e che l’alto muro tenesse lontani i curiosi.

Ciò che era accaduto non era uno spettacolo per gli occhi del volgo: erano in gioco troppi segreti dell’universo.

Nell’alba pallida, James parlò sottovoce a Georgina, che gli aveva poggiato la testa sul petto, singhiozzando.

“Tesoro, credo che lui abbia espiato le sue colpe.

Deve aver appiccato il fuoco mentre io dormivo.

Mi aveva detto che si doveva bruciare il laboratorio e tutto ciò che c’era dentro, compreso Surama.

Era l’unico modo per salvare il mondo dagli ignoti orrori da lui stesso scatenati.

Sapeva, ed ha fatto ciò che doveva fare.

Era un grand’uomo, Georgina.

Non dimentichiamolo mai.

Dobbiamo essere sempre fieri di lui, perché aveva aspirato ad aiutare l’umanità, ed era titanico anche nel peccato.

Ti dirò di più, un giorno.

Ciò che ha fatto, nel bene e nel male, nessun uomo l’aveva mai fatto, prima d’ora.

è stato il primo e l’ultimo a lacerare certi veli, e persino Apollonio di Tiana (5) viene al  secondo posto, dopo di lui.

Ma non dobbiamo parlarne.

Dobbiamo  ricordare soltanto il piccolo Alf che abbiamo conosciuto… il ragazzo che voleva dominare la medicina e sconfiggere la febbre.

” Nel pomeriggio, i pompieri rimossero le macerie e scoprirono due scheletri ai quali aderivano ancora brandelli di carne annerita: due soltanto, grazie alle fosse di calce viva.

Uno era di un uomo; l’altro è ancora oggetto di controversie tra i biologi.

Non era esattamente uno scheletro di scimmia o di sauro, ma suggeriva ipotesi inquietanti di una filogenesi evolutiva di cui la  paleontologia non ha rilevato le tracce.

Il cranio carbonizzato, stranamente, era molto umano, e ricordava il volto di Surama: ma sul resto delle ossa era impossibile formulare congetture.

Soltanto gli abiti ben tagliati avevano potuto dare a quel corpo l’aspetto di un uomo.

Ma le ossa umane erano di Clarendon.

Nessuno lo contestò, e tutto il mondo ancora piange la morte prematura del più grande medico del suo tempo, il batteriologo il cui siero universale antifebbre avrebbe oscurato l’analoga antitossina del dottor Miller, se fosse vissuto abbastanza per perfezionarlo.

In effetti, si ritiene che il successo di Miller sia dovuto in gran parte agli appunti lasciatigli in eredità dalla sventurata vittima delle fiamme.

Quasi nulla sopravvisse delle rivalità e dell’odio di un tempo, e persino il dottor Wilfred Jones, a quanto si sa, si è vantato spesso di aver lavorato con il genio defunto.

James Dalton e sua moglie Georgina hanno sempre mostrato una reticenza che si può spiegare con il pudore e l’angoscia.

Pubblicarono alcuni appunti per rendere omaggio alla memoria del grand’uomo; ma non hanno mai confermato né smentito l’opinione popolare e neppure i rari accenni a prodigi inesplicabili, bisbigliati da alcuni acuti pensatori.

La verità trapelò soltanto  lentamente, poco a poco.

è probabile che Dalton abbia accennato qualcosa al dottor MacNeil, e quel brav’uomo non aveva segreti per suo figlio.

La vita dei Dalton, in complesso, è stata molto felice: la nube del terrore è ormai lontanissima, e il grande amore reciproco ha rinnovato il mondo ai loro occhi.

Ma vi sono cose che li turbano stranamente… piccole cose, di cui in genere nessuno pensa di lagnarsi.

Non sopportano le persone troppo magre o dalla voce troppo profonda, e Georgina impallidisce al suono di ogni risata gutturale.

Il senatore Dalton prova orrore per l’occultismo, i viaggi, le siringhe e gli alfabeti sconosciuti, e c’è ancora chi gli rimprovera di aver distrutto con meticoloso impegno l’imponente  biblioteca del dottore.

MacNeil, tuttavia, sembrò comprendere.

Era un uomo semplice,  e disse una preghiera, mentre gli ultimi degli strani libri di Alfred Clarendon si sgretolavano in cenere.

E nessuno che avesse dato una scorsa a quei testi e li avesse compresi potrebbe desiderare che quella preghiera non fosse stata recitata.

Share

Torna l’ora solare, lancette indietro di un’ora

Ora legale addio. Sole addio.All’uscita dal lavoro sarà già notte. Sigh.

Con l’ora legale iniziata il 26 marzo 2011, in Italia sono stati risparmiati circa 647 milioni di kilowattora, circa 90 milioni di euro. Ora si torna all’ora solare, ed uno dei piccoli vantaggi che porta è che potremo dormire – solo per un giorno – un’ora in più. Purtroppo, saremo constretti a ri-sincronizzare il nostro ritmo biologico del sonno-veglia.

In tutta onestà, non si capisce perchè non si mantenga l’ora legale anche d’inverno… avremmo più luce e non saremmo costretti a subire un paio di volte all’anno il daylight-saving lag del cambio d’orario!

 

Share

Gabriele d’Annunzio

IN SUL VESPERO

In sul vespero, scendo alla radura.
Prendo col laccio la puledra brada
che ancor tra i denti ha schiuma di pastura.

Tanaglio il dorso nudo, alle difese;
e per le ascelle afferro la naiàda,
la sollevo, la pianto sul garrese.

Schizzan di sotto all’ugne nel galoppo
gli aghi i rami le pigne le cortecce.
Di là dai fossi, ecco il triforme groppo
su per le vampe delle fulve secce!

STABAT NUDA AESTAS

Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su er gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lunghi nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea mèsse nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si tolse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò nei sui capegli.
Immensa apparve , immensa nudità.

L’ONDA DI D’ANNUNZIO

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l’antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? s’oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
Nasce l’onda fiacca,
súbito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’aruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l’ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce le frutta
ond’ha colmo suo grembo.
Súbito le balza
il cor, le raggia
il viso d’oro.
Lascia ella il lembo,
s’inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l’acerbo suo tesoro
oblía nella melode.
E anch’ella si gode
come l’onda, l’asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!

Musa, cantai la lode
della mia Strofe Lunga.

O falce di luna calante
Gabriele d’annunzio

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

La sera fiesolana

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’; tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ‘l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su ‘l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

PASTORI D’ABRUZZO

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?

MERIGGIO

A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se acolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l’isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d’aria nell’aria,
l’isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d’aura.La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l’oblío silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L’Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell’uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m’abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s’indora dell’oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dell’onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s’affina.

E la mia forza supina
si stampa nell’arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l’alpi e l’isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch’io nomai
non han più l’usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome nè sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita è divina.

LA PIOGGIA NEL PINETO

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

La Sabbia del tempo

Come scorrea la calda sabbia lieve
Per entro il cavo della mano in ozio,
Il cor sentì che il giorno era più breve.

E un’ansia repentina il cor m’assalse
5 Per l’appressar dell’umido equinozio
10 Che offusca l’oro delle piagge salse.

Alla sabbia del Tempo urna la mano
Era, clessidra il cor mio palpitante,
L’ombra crescente d’ogni stelo vano
Quasi ombra d’ago in tacito quadrante.

CONSOLAZIONE

Non pianger più. Torna il diletto figlio

a la tua casa. È stanco di mentire.

Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire.

Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio.

Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato

serba ancóra per noi qualche sentiero.

Ti dirò come sia dolce il mistero

che vela certe cose del passato.

Ancóra qualche rose è ne’ rosai,

ancóra qualche timida erba odora.

Ne l’abbandono il caro luogo ancóra

sorriderà, se tu sorriderai.

Ti dirò come sia dolce il sorriso

di certe cose che l’oblìo afflisse.

Che proveresti tu se fiorisse

la terra sotto i piedi, all’improvviso?

Tanto accadrà, ben che non sia d’aprile.

Usciamo. Non coprirti il capo. È un lento

sol di settembre; e ancor non vedo argento

su ‘l tuo capo, e la riga è ancor sottile.

Perché ti neghi con lo sguardo stanco?

La madre fa quel che il buon figlio vuole.

Bisogna che tu prenda un po’ di sole,

un po’ di sole su quel viso bianco.

Bisogna che tu sia forte; bisogna

che tu non pensi a le cattive cose…

Se noi andiamo verso quelle rose,

io parlo piano, l’anima tua sogna.

Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,

tutto sarà come al tempo lontano.

Io metterò ne la tua pura mano

tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto.

Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.

In una vita semplice e profonda

io rivivrò. La lieve ostia che monda

io la riceverò da le tue dita.

Sogna, ché il tempo di sognare è giunto.

Io parlo. Di’: l’anima tua m’intende?

Vedi? Ne l’aria fluttua e s’accende

quasi il fantasma d’un april defunto.

Settembre (di’: l’anima tua m’ascolta?)

ha ne l’odore suo, nel suo pallore,

non so, quasi l’odore ed il pallore

di qualche primavera dissepolta.

Sogniamo, poi ch’è tempo di sognare.

Sorridiamo. È la nostra primavera,

questa. A casa, più tardi, verso sera,

vo’ riaprire il cembalo e sonare.

Quanto ha dormito, il cembalo! Mancava,

allora, qualche corda; qualche corda

ancora manca. E l’ebano ricorda

le lunghe dita ceree de l’ava.

Mentre che fra le tende scolorate

vagherà qualche odore delicato,

(m’odi tu?) qualche cosa come un fiato

debole di viole un po’ passate,

sonerò qualche vecchia aria di danza,

assai vecchia, assai nobile, anche un poco

triste; e il suono sarà velato, fioco,

quasi venise da quell’altra stanza.

Poi per te sola io vo’ comporre un canto

che ti raccolga come in una cuna,

sopra un antico metro, ma con una

grazia che sia vaga e negletta alquanto.

Tutto sarà come al tempo lontano.

L’anima sarà semplice com’era;

e a te verrà, quando vorrai, leggera

come vien l’acqua al cavo de la mano.

Share

Sei cappelli per pensare.

Edward De Bono, un punto di riferimento per il pensiero creativo, ha ideato un  metodo che consenta di organizzare i diversi tipi di pensiero per prendere decisioni efficaci e appropriate, di volta in volta, sfruttando appieno anche gli aspetti più ottimisti e creativi del pensiero.

Bisogna indossare, anche solo per finta, un cappello di un determinato colore e pensare come penserebbe chi indossi quel cappello: questo sarebbe già uno stimolo a pensare diversamente, più focused, al problema, da uno specifico punto di vista.

A ogni colore corrisponde a un particolare tipo di modalità di pensiero:

  • il cappello bianco per raccogliere dati oggettivi: fatti, cifre,  statistiche, in maniera asettica.
  • Quello rosso per il punto di vista emotivo, per evidenziare le implicazioni meno razionali di una situazione; quindi emozioni, intuizioni, presagi, tanto da memorizzarli e valutarli successivamente;
  • Il nero è quello dell’ “avvocato del diavolo”, che prende in esame tutti gli aspetti negativi o contrari alla soluzione individuata.
  • Il giallo è il cappello dell’ottimista, l’altra faccia della medaglia, quella che vede sempre il bicchiere mezzo pieno.
  • Il verde è il colore della creatività, dove è lasciato spazio al libero pensare;
  • Il blu per l’organizzazione delle idee in pratica, che tiene sotto controllo l’intero processo, integra il tutto.

I sei cappelli favoriscono l’attivazione di diversi settori della mente, creando una mappa esauriente in grado di guidare efficacemente dall’intenzione all’attuazione.

Nell’ambito di una riunione si potrebbe  venire invitati ad indossare diversi cappelli, oppure nell’ambito di una discussione si potrà far presente all’interlocutore di avere ancora in testa il cappello rosso, piuttosto che quello nero, una formula sicuramente più delicata e diplomatica per invitarlo a guardare le cose anche da un’altro punto di vista.

I sei cappelli per pensare consentono di orientare il nostro pensiero verso orizzonti che non avremmo mai scoperto se avessimo utilizzato gli schemi di consuetudine.

Share